Pubblicato il: 25 maggio 2020 alle 8:00 am

Covid 19, insegnamenti e riflessioni: il senso di solitudine e la mancanza di contatto sociale Questa emergenza planetaria spinge tutti a riflettere sui veri valori della quotidianità fino a ieri considerati acquisiti e scontati. Il Coronavirus ci ha spogliato delle nostre certezze dimostrando l’uguaglianza delle classi sociali di fronte a un nemico invisibile e micidiale

di Enzo Rosario Magaldi*

Roma, 25 Maggio 2020 – La malattia che sta terrorizzando il mondo ha un nome ormai famigerato: “COVID-19”, dove “CO” sta per corona, “VI” per virus, “D” per disease (malattia), e “19” indica l’anno in cui si è manifestata.

I primi casi, alcuni letali, di una misteriosa polmonite negli ospedali di Wuhan, in Cina, si verificarono a metà dicembre 2019. Nei primi giorni di gennaio 2020 avvenne la scoperta di un coronavirus incubato negli animali selvatici di un mercato di quella città. Da qui i contagi da uomo a uomo. A dispetto delle prime rassicuranti valutazioni, l’epidemia si è ben presto trasformata in pandemia mietendo migliaia di vittime, mentre le potenze occidentali, Stati Uniti compresi, sono in ginocchio.

Come altre malattie respiratorie, l’infezione può causare sintomi lievi come raffreddore, mal di gola, tosse e febbre, oppure sintomi più severi quali polmonite e difficoltà respiratorie. Spesso, come visto, è fatale.

Durante la gestione della crisi, che in Italia ha dimensioni drammatiche, si è detto molto sulle strategie adottate dalle autorità sanitarie e istituzionali.

Al momento le conclusioni più interessanti sembrano quelle di uno studio commissionato da Urania Corporate Finance. In assenza di una stima e di un monitoraggio nel tempo del numero di contagiati senza sintomi – afferma lo studio – non è possibile sapere che mortalità abbia il Coronavirus e non è possibile sapere se abbia una diffusione lineare o esponenziale nella popolazione. Quindi non è possibile prevedere il grado di pressione che nel prossimo futuro l’epidemia eserciterà sul sistema sanitario, e di conseguenza non è possibile calibrare in modo efficiente le misure restrittive di prevenzione.

Enzo Rosario Magaldi

Il rischio, in una tale situazione, è di mantenere misure di restrizione molto forti per troppo tempo, pagando in modo non necessario il prezzo elevatissimo della chiusura dell’attività produttiva nel Paese.

E’ di grande importanza quindi provvedere a stimare il numero e l’andamento dei contagiati senza sintomi. Abbiamo bisogno, per continuare a combattere Covid-19 con successo, di più “intelligenza epidemica” rispetto a quanto messo in campo fino ad ora.

Nell’attesa che le osservazioni scientifiche possano proficuamente incrociarsi e che gli ricercatori riescano a individuare il vaccino, è interessante avanzare qualche ipotesi, sicuramente da accertare, sulle possibili concause ambientali che abbiano potuto favorire la diffusione così rapida e vasta del Covid 19 in alcune aree del nostro Paese a partire da febbraio.

In Lombardia, nelle province che attraversano la Pianura Padana, possono aver inciso l’inquinamento atmosferico industriale; l’alto grado di umidità, l’interferenza delle infezioni ospedaliere di base, potenziali incubatori; la poca lucidità dovuta all’emergenza possono aver determinato la progressione esponenziale del virus rispetto al resto del Paese.

Eppure l’ordinanza del ministero della Salute del 30 gennaio, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del Primo febbraio, predisponeva i primi provvedimenti di contenimento di possibili contagi in relazione al nuovo coronavirus apparso in Cina a fine dicembre. L’atto stanziava i primi fondi, affidando alla Protezione Civile la gestione dell’emergenza. Purtroppo l’Italia, colpita per prima in Europa, ha reagito con fermezza, ma in fatale ritardo.

Bisogna anche aggiungere che molti cittadini hanno davvero percepito il pericolo del contagio con molte settimane di ritardo perché, probabilmente, i focolai sembravano circoscritte a poche province.

Proprio in Lombarda, nonostante la creazione di zone rosse e il pericolo incombente, si sono registrati i casi più numerosi di violazione delle norme di restrizioni al punto da costringere il Governatore Fontana a chiedere più volte al Governo misure stringenti. Al contrario, invece, della Campania che, a dispetto di poche, gravi, manifestazioni di insofferenza, puntualmente amplificate dai mass media, ha dato prova di un consolidato senso civico. Quindi, una volta tanto, sembra che nessuno possa dare lezioni di civismo e di rispetto delle istituzioni alla Campania considerando anche che i numeri in questa ragione, seppur in crescita, sono ancora sostenibili dal sistema sanitario regionale.

Il tempo ha senza dubbio giocato in favore del governatore De Luca il quale però, fedele al proprio decisionismo, ha predisposto tutta una serie di provvedimenti per prevenire la diffusione del contagio: dal potenziamento della rete ospedaliera deputata al trattamento dei casi di terapia intensiva alle progressive e sempre più severe ordinanze di distanziamento sociale, che spesso precedevano di qualche giorno quelle emanate dal Governo.

De Luca, forte della sua decennale esperienza di amministratore negli enti locali, ha agito da “sindaco della Campania”, capace di ascoltare le istanze dei cittadini nei momenti del bisogno, come solo un sindaco sa fare, sapendo essere al tempo stesso rassicurante e risoluto. Non ha avuto alcuna esitazione a dichiarare zona rossa il Comune di Ariano Irpino e successivamente cinque Comuni del Vallo di Diano; non ha mostrato alcun indugio a rivoltare come un guanto l’ospedale Loreto Mare di Napoli e destinarlo esclusivamente alla cura del coronavirus, così come ha avuto alcun dubbio a chiudere per primo ristoranti, pizzerie, pub e centri scommesse, luoghi di forte aggregazione sociale.

Negli altri stati della Comunità europea, visto gli andamenti esponenziali del contagio in Italia e il dramma di un Paese con tanti medici caduti in prima linea, hanno finalmente adottato il modello italiano dopo aver ipotizzato soluzioni stravaganti come l’immunità di gregge e in questi giorni stanno pagando un prezzo altissimo alla proprio superficialità e al proprio cinismo “mercantile”.

Nulla a che vedere con la risposta autoritaria dettata dalla Cina, che ha chiuso la città di Wuhan e la sua provincia per ben 60 giorni con drastici provvedimenti di coercizione personale. Il distanziamento sociale e la pregressa esperienza della Sars del 2002 hanno riportato i risultati auspicati e in questi giorni Wuhan sta ritornando lentamente alla normalità.

Ad aggravare la situazione il flusso incontrollato sui social delle notizie per lo più false sul virus e sugli innumerevoli effetti collaterali, sulle presunte cure da adottare. Insomma al rischio sanitario si unisce pericolosamente il rischio sociale e di fiducia alimentato da vere e proprie pandemie informative che infettano uno dei più importanti fattori della sua gestione della crisi: la corretta informazione. E’ la capillarizzazione, purtroppo non filtrata, del virus al tempo di internet. E’ la prima volta che il mondo affronta una pandemia con comunicazioni che diventano informazioni non filtrate.

Si sta determinando un clima ansiogeno, comprensibilmente giustificabile, che spinge più verso il “panico” che verso la “paura”. Mentre quest’ultima comunque avendo definito i confini del pericolo diventa una forma di difesa ed è razionale, l’ansia di non conoscere e non riuscire a definire i confini del pericolo dà un senso di angoscia, che di fatto fa cadere in comportamenti irrazionali, pericolosi a lungo andare incontrollabili.

Alla luce di tutto ciò si sente il bisogno di messaggi chiari, determinati e possibilmente non contradittori, di qui la mancanza di socialità e di solitudine che prende a volte  il sopravvento nei nostri pensieri.

Nulla sarà come prima. Questa emergenza planetaria ci spinge tutti a riflettere sui veri valori sociali della vita quotidiana, fino a ieri considerati acquisiti e quindi scontati. Il Coronavirus ci ha spogliato delle nostre certezze dimostrando l’uguaglianza delle classi sociali di fronte a un nemico invisibile e micidiale. Alla luce di questa rivelata fragilità della comunità internazionale, l’architettura sociale e le priorità di convivenza andranno ripensate profondamente perché nei prossimi decenni vivremo cambiamenti stabili e definitivi.

L’Unione Europea è un’istituzione necessaria, per esempio, ma non quella attuale: egoista, oligarchica e divisiva. Nel nostro piccolo sarà inevitabile riformare la politica sanitaria oggi frammentata a livello regionale. Il Coronavirus ne ha drammaticamente denunciato la debolezza nel momento in cui la Costituzione consente l’accentramento della gestione allo Stato solo per emergenze così drammatiche. Alla luce di quello che sta succedendo, il Sistema Sanitario sarebbe meglio ritornasse a essere Nazionale.

In proposito urge una rilettura più attenta del Titolo V della Costituzione.

*Fondatore del movimento Italia Solidale

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