Pubblicato il: 27 maggio 2020 alle 7:00 am

La storia mostra come le pandemie colpiscano i più poveri Nel XIV secolo, quando la peste si diffondeva, molti luoghi in Europa erano già tormentati da un periodo di raffreddamento climatico e di tempo irregolare. I raccolti erano infruttuosi e le carestie si abbattevano da prima dell'insorgere della pandemia

di Teresa Terracciano.

Roma, 27 Maggio 2020 – Nella Grande Carestia del 1315-17, secondo i dati storici, morì fino al 15% della popolazione dell’Inghilterra e del Galles. Con il calo dei salari e l’impennata dei prezzi del grano, sempre più persone furono spinte verso la povertà. I libri contabili delle famiglie e i registri dei pagamenti ai lavoratori dei manieri inglesi mostrano che nel 1290, il 70% delle famiglie inglesi viveva in povertà o al di sotto della soglia di povertà, definita come possibilità di acquistare beni a sufficienza per non soffrire la fame o il freddo. Nel frattempo, il 3% delle famiglie più ricche riceveva il 15% del reddito nazionale. La malattia causava sintomi dolorosi tra cui febbre, vomito, tosse, pustole nere sulla pelle e linfonodi gonfi. La morte di solito arrivava entro 3 giorni. Dal 1347 al 1351 morirono tra il 30% e il 60% degli europei.

Sharon DeWitte, antropologa e biologa della University of South Carolina, Columbia, ha indagato su come quelle carestie e la crescente povertà abbiano influito sulla salute delle persone attraverso lo studio degli scheletri riesumati dai cimiteri medievali di Londra. Le persone morte nel secolo che ha portato alla peste nera tendevano a morire giovani. Coloro che vivevano nel secolo prima della peste avevano più scanalature sui denti, segno di malnutrizione, malattia o altri fattori di stress fisiologico durante l’infanzia.

Le prove storiche della Grande Carestia e i bassi salari fino al 1340 rendono probabile che queste tendenze siano continuate fino alla pandemia. Per vedere se la cattiva salute rendeva le persone più suscettibili alla peste, la biologa ha preso in esame centinaia di scheletri scavati a East Smithfield. Ha calcolato la distribuzione per età delle persone nel cimitero, così come le aspettative di vita di coloro che presentavano  segni di stress sugli scheletri. I suoi rigorosi modelli mostrano che gli adulti più anziani e le persone già in cattive condizioni di salute avevano maggiori probabilità di morire durante la peste nera. Contrariamente all’ipotesi che “tutti coloro che sono stati esposti alla malattia sono stati esposti allo stesso rischio di morte” in realtà  «lo stato di salute e benessere ha davvero inciso sulla possibilità di sopravvivenza» afferma la ricercatrice. Malnutrizione e malattie erano e sono più comuni tra le persone ai margini della società.

Quattrocento anni dopo il vaiolo colpì le comunità cherokee in quello che sarebbe diventato il sud-est degli Stati Uniti. Altrove nel mondo, la malattia – con la sua febbre ed eruzione di pustole – ha ucciso circa il 30% delle persone contagiate. Ma tra i Cherokee, il temuto agente patogeno ha avuto un aiuto, e probabilmente è diventato ancora più devastante, secondo Paul Kelton, storico della Stony Brook University.

Anche se la mancanza di immunità acquisita spesso si prende tutta la colpa per l’alta mortalità dei nativi americani a causa delle malattie durante il periodo coloniale, le condizioni sociali hanno amplificato l’impatto dei fattori biologici. L’epidemia di vaiolo della metà del XVIII secolo nel sud-est, per esempio, ha coinciso con l’escalation degli attacchi britannici alle comunità cherokee in quella che viene chiamata la guerra anglo-cherokee. Gli inglesi usarono la strategia della “terra bruciata” bruciando le fattorie e costringendo i residenti a fuggire dalle loro case, causando carestie e diffondendo il vaiolo ad altre comunità Cherokee. Gli storici pensano che alla fine dell’epidemia e della guerra, la popolazione cherokee sia scesa al minimo storico. La guerra «ha creato le condizioni perché il vaiolo avesse un effetto devastante» afferma Kelton.

Simili tragedie si sono ripetute per centinaia di anni nelle comunità indigene di tutte le Americhe, quando la violenza coloniale e l’oppressione hanno reso i nativi americani suscettibili di epidemie, dice Michael Wilcox, archeologo dell’Università di Stanford. Le comunità indigene furono costrette a lasciare la loro terra e spesso non avevano accesso ad acqua pulita o a diete sane. Le persone che vivono nelle missioni cattoliche sono state costrette a fare lavori estenuanti e vivono in condizioni di affollamento. Gli scheletri delle persone sepolte durante le missioni spagnole del XVI secolo in Florida mostrano molti segni di cattiva salute, situazione simile riscontrata sugli scheletri dei cimiteri londinesi pre-peste nera.

L’influenza del 1918 colpì duramente i Diné (o Navajo), ma poche persone al di fuori della riserva se ne resero conto all’epoca. Per chi viveva la pandemia, che uccise 50 milioni di persone in tutto il mondo, l’influenza dava l’impressione di essere un killer indiscriminato, proprio come la peste nera avrebbe fatto 600 anni prima. «Questa fastidiosa influenza si diffonde in tutta la città! E bianchi e neri e ricchi e poveri sono tutti inclusi nel suo tour» recitava un poema in prosa sull’American Journal of Nursing nel 1919.

Ma recenti studi demografici hanno mostrato che molti gruppi dell’estremità inferiore dello spettro socioeconomico, non solo i nativi americani, hanno sofferto in modo sproporzionato nel 1918. Nel 2006, Svenn-Erik Mamelund, demografo dell’Università Metropolitana di Oslo, ha pubblicato uno studio sui registri dei censimenti e sui certificati di morte che riportava un tasso di mortalità del 50% più alto nella zona più povera di Oslo. Negli Stati Uniti, i minatori e gli operai delle fabbriche sono morti a tassi più alti della popolazione in generale, afferma Nancy Bristow, storica dell’Università di Puget Sound.

Nel 1906, il tasso di mortalità per malattie infettive tra i non bianchi (per lo più Afroamericani) nelle città degli Stati Uniti era di 1123 morti per 100.000 persone, dichiara Elizabeth Wrigley-Field, sociologa dell’Università del Minnesota. Al confronto, nel caldo della pandemia del 1918, la mortalità dei bianchi urbani per malattie infettive è stata di 928 morti ogni 100.000 persone. La mortalità urbana dei non bianchi non è scesa al di sotto di quel livello fino al 1921.

La pandemia del 1918 colpì in un’ondata primaverile e autunnale, gli Afroamericani avevano più probabilità dei bianchi di ammalarsi nella prima ondata, secondo la ricerca di Mamelund. Poi, nell’ondata autunnale più letale, i neri sono stati infettati a tassi più bassi, presumibilmente perché molti avevano già acquisito l’immunità, ma poi quando si ammalarono nell’autunno del 1918, avevano più probabilità di sviluppare polmonite e altre complicazioni, e più probabilità di morire rispetto ai bianchi. Questo poteva essere dovuto al fatto che i neri avevano tassi più alti di malattie preesistenti come la tubercolosi.

L’impatto della peste nera è rimasto, con le sue straordinarie conseguenze economiche, dice Guido Alfani, storico dell’economia dell’Università Bocconi. Studiando più di 500 anni di registrazioni di tasse sulla proprietà e su altre forme di ricchezza, si è scoperto che la disuguaglianza economica è crollata in gran parte dell’Europa durante e dopo la peste nera.

Ad esempio, nello stato sabaudo, in quello che oggi è il nord-ovest dell’Italia, la quota di ricchezza posseduta dal 10% più ricco è scesa da circa il 61%,nel 1300 al 47% nel 1450, con un drastico calo durante la peste nera e uno scivolamento più lento nel secolo successivo. Il prof. Alfani ha trovato tendenze analoghe nel sud della Francia, nel nord-est della Spagna e in Germania. Le analisi dei conti delle famiglie e dei registri delle proprietà immobiliari mostrano una tendenza simile in Inghilterra, dove i salari reali sono quasi triplicati tra i primi del 1300 e la fine del 1400 e il tenore di vita generale è migliorato.

Alfani afferma che sono morti di peste così tanti lavoratori che la richiesta di manodopera era aumentata facendo salire i salari di chi è sopravvissuto. E mentre i proprietari morivano, grandi porzioni di proprietà andavano sul mercato. Molti eredi hanno venduto appezzamenti a persone che non avrebbero mai potuto possedere una proprietà prima, come i contadini.

La peste non scomparve; molti Paesi, tra cui l’Italia e l’Inghilterra, soffrirono di epidemie ricorrenti. Eppure gli attacchi successivi sembrano aver radicato la disuguaglianza invece di ridurla. Sembra che quando le epidemie si sono manifestate, l’élite abbia trovato il modo di preservare la propria fortuna e persino la propria salute.

In tutta Europa, i testamenti sono cambiati in modo che le grandi tenute potessero essere trasferite a singoli eredi invece di essere distrutte. Anche i ricchi hanno iniziato a mettere in quarantena le tenute di campagna non appena scoppiava un’epidemia. Dal 1563 al 1665, la mortalità durante le epidemie di peste diminuì drasticamente nelle ricche parrocchie di Londra, ma è rimasta più o meno la stessa o è aumentata nelle aree più povere e affollate, secondo i registri di sepoltura e battesimo. Durante il XV e XVI secolo, i medici italiani caratterizzano sempre più la peste come “malattia dei poveri”.

Questo pregiudizio di classe «si è visto più e più volte nella storia», dice Kelton. Per esempio, durante le epidemie di colera del XIX secolo negli Stati Uniti, le élite «hanno creato questa idea che in qualche modo colpirà solo le persone con una predisposizione alla malattia». Chi era predisposto? I poveri, gli sporchi, gli intemperanti. Ma non è stata una mancanza morale a rendere vulnerabile la gente povera: il batterio Vibrio cholerae era più probabile che contaminasse le loro scorte d’acqua al di sotto degli standard delle norme igieniche.

L’eredità economica dell’influenza del 1918 non è chiara. Secondo i dati raccolti dall’economista Thomas Piketty della Paris School of Economics, la disuguaglianza economica in Europa è diminuita drasticamente a partire dal 1918, un declino che si è protratto fino agli anni Settanta. Ma Alfani dice che è impossibile distinguere gli effetti della pandemia influenzale da quelli della prima guerra mondiale. Quella guerra ha distrutto le proprietà in Europa, e i ricchi hanno perso l’accesso alle proprietà e agli investimenti stranieri, riducendo le disuguaglianze.

Negli Stati Uniti, quella pandemia non ha fatto nulla per attenuare il razzismo strutturale. «La pandemia del 1918 ha rivelato le disuguaglianze razziali e le linee di faglia nell’assistenza sanitaria» dice Gamble. All’epoca, i medici e le infermiere di colore speravano nei miglioramenti del sistema sanitario. Ma non cambiò nulla. Dopo la pandemia non ci furono grandi sforzi a favore della salute pubblica e assistenza sanitaria per la popolazione economicamente svantaggiata.

La pandemia di COVID-19 sta facendo emergere fallacie di certi sistemi sociali in alcuni paesi dove non è prevista una assistenza sanitaria pubblica, di nuovo, in maniera simile al passato. Chissà che l’evento contemporaneo non riesca a portare una ventata di trasformazioni sociali non avvenute durante l’influenza del 1918.

Fonte: Science, May 14, 2020

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