Pubblicato il: 28 maggio 2020 alle 8:00 am

Covid-19: scuole chiuse e la fatica di essere mamme “speciali” Lo sforzo immane di numerose famiglie alle prese con la didattica a distanza, discriminatoria per definizione perché richiede requisiti che non sono per tutti: un bambino di 5 anni con bisogni particolari e con genitore unico come farà a studiare in condizioni del genere magari anche a giorni alterni?

di Fabio Di Nunno.
Roma, 28 Maggio 2020 – L’emergenza coronavirus ha avuto un grande merito: il classico “tira a campà” che faceva affidamento sull’abilità “circense” delle famiglie si è interrotto, mostrando limiti e contraddizioni di un sistema Italia che trova all’interno degli stessi nuclei familiari il suo cuore pulsante, ma soltanto in quelli economicamente e culturalmente forti e soprattutto con tutti componenti adulti, sani e normodotati.

Se immaginassimo per un istante di essere in guerra sotto un bombardamento tutti scapperebbero al riparo, qualcuno per forza di cose resterebbe indietro magari perché zoppo, magari perché schiacciato dalla ressa che si dirige verso il rifugio, ma se e quando questo ipotetico bombardamento finisse si tirerebbe un sospiro di sollievo asserendo: “Signori abbiamo fatto il possibile ma sappiamo che ci sono state delle vittime, stiamo cercando soluzioni per tutti”.
“La scuola non si ferma”. Certo ma quale scuola e per chi? Semplice: chi è capace di seguire uno schermo, chi ha un genitore (la mamma in genere) capace di seguirlo e che riesce perché magari non lavora, il resto è nebbia! La didattica a distanza (DAD), utilissima per non invalidare l’anno scolastico, per portare avanti quello che in modo vetusto chiamiamo programma, è stata una soluzione di emergenza, ma non è scuola. É discriminatoria per definizione perché richiede delle condizioni di base che non sono per tutti: un bambino di 5 anni con bisogni speciali e con genitore unico come farà a gestire una DAD magari anche a giorni alterni? Un bambino speciale che non ha interesse nelle relazioni interpersonali cosa se ne farà di uno schermo, strumento oltremodo dannoso?
La colpa però non è della DAD, del Covid-19 o di un singolo, la colpa è dell’approccio storico alla disabilità e all’infanzia che si riconferma ancora oggi. È stata nominata una task force di esperti che non ha al suo interno né neuropsichiatri infantili né docenti di sostegno né tantomeno direttori di scuole dell’infanzia, non rappresenta nessuna delle categorie più delicate, che trovano invece la loro forza proprio nell’istituzione scolastica e da essa attualmente sono state abbandonate.
Allora è necessario un bel passo indietro per ricominciare daccapo, perché qualcosa ci sta sfuggendo. È stato usato ancora una volta un approccio sistemico evidentemente obsoleto che trova nella gestione Covid-19 il suo apice, complice l’idea che le mamme stiano tutte a casa a far le casalinghe e possano accudire i figli, sostituirsi alle insegnanti di sostegno e ai terapisti. In un paese in cui la donna ha bisogno delle quote rosa, che si sente chiedere durante un colloquio di lavoro se “ha il fidanzato” e che ha il terrore di comunicare una gravidanza per non perdere il lavoro, è amaro sentire che nemmeno si parla di permessi per la disabilità.
Diciamolo chiaramente: la forza motrice del paese non sono il Made in Italy, le aziende gioiello, le PMI o il buon cibo, la vera forza trainante sono le mamme e il rombo del motore è dato dalla testardaggine di quelle “speciali”. Sono proprio loro che vogliono farsi sentire, che sensibilizzano, che avanzano proposte, che si arrabbiano per difendere i diritti calpestati dei loro figli disabili. Ci sono più di 40 mamme che insieme ad Alessandra Brandi, Morena Manfreda e Arianna Bertoli, dalle Alpi alla Sicilia si sono unite in un abbraccio virtuale per trasformare la condizione di debolezza nella quale vivono nella loro forza. Investire sui bimbi, nella disabilità e nelle loro famiglie è investire nel futuro del paese, significa trasformare un “problema” in un’opportunità. Insieme, da Nord a Sud, per gridare #maipiùindietro.
neifatti.it ©