Pubblicato il: 1 giugno 2020 alle 7:00 am

Un bonus per incentivare l’occupazione femminile Uno studio realizzato dall'Università Bocconi di Milano, ha evidenziato come con l'avvio della Fase 2, più del 70 per cento degli italiani che sono rientrati al lavoro siano uomini, facendo emergere, in tal modo, il cronico divario di genere esistente in Italia

di Angela Arena.

Roma, 1 Giugno 2020 – Uno studio realizzato dall’Università Bocconi di Milano, ha evidenziato come con l’avvio della Fase 2, più del 70 per cento degli italiani che sono rientrati al lavoro siano uomini, facendo emergere, in tal modo, il cronico divario di genere esistente in Italia.

Le drastiche misure di contenimento causate dalla drammatica ed inedita diffusione pandemica, hanno, indubbiamente provocato una crisi economica senza precedenti; tuttavia, è innegabile, come, nel nostro Paese, il tema dell’occupazione femminile rappresenti, da sempre, una nota dolente.

Sebbene nel corso del tempo, maggiori garanzie e tutele abbiano favorito l’integrazione delle donne nel mondo del lavoro, grazie, soprattutto, all’introduzione, nel nostro ordinamento giuridico della legge 903/77, in virtù della quale è stato sancito il divieto di discriminazione nell’accesso al lavoro, nella formazione professionale, nelle retribuzioni e nell’attribuzione delle qualifiche e delle carriere professionali, precludendo, altresì, qualsiasi tipo di disparità basato sullo stato matrimoniale, di famiglia e di gravidanza, ad oggi, l’Italia, appare, ancora molto lontana dal raggiungimento dello standard europeo.

Da un’indagine Eurostat,  emergono, infatti, dati impietosi, secondo i quali il nostro Paese sarebbe l’ultimo in Europa per tasso di occupazione femminile: circa una donna su tre, compresa nella fascia di età tra i 20 ed i 65 anni, non lavorerebbe, contro una media europea di una su quattro.

A conferma di quanto appena, detto anche i dati riportati lo scorso novembre dal Censis, che in occasione dell’inaugurazione di una mostra fotografica nata da un progetto sulle discriminazioni di genere, ha dichiarato che “..l’Italia non è un Paese per donne che lavorano, non lasciando dubbi in riferimento al rapporto lavoro/donna nella nostra nazione, il cui tasso di attività è del 56,2%, lontanissimo dall’ 81,2% della Svezia.
Alla base di questo problema, vi è  ancora un predominio di stereotipi culturali obsoleti; spesso, le difficoltà maggiori, in tal senso, scaturiscono, purtroppo, dalla circostanza che molte lavoratrici, in seguito ad una gravidanza, sono costrette a fermarsi,  obbligando, di conseguenza il datore di lavoro a garantire lunghi congedi di maternità, ovvero, a sostituirle con nuovo personale magari meno esperto e, pertanto, da formare nuovamente.

Inoltre, il tasso di occupazione femminile scende, in base all’età dei bambini: più sono piccoli e più la percentuale è bassa.

In molte circostanze, accade, infatti, che le neomamme facciano richiesta di un passaggio al part – time o di una modifica dell’orario di lavoro per accudire i propri piccoli, ma, si sottolinea che nella maggior parte dei casi ciò rappresenta un’opzione possibile solo per le lavoratrici che hanno una professione impiegatizia.

Siffatto fenomeno, è, purtroppo, abbastanza diffuso nel nostro Paese, tuttavia, vi sono alcune regioni dove esso emerge con particolare evidenza, generando di conseguenza un significativo divario territoriale in merito ai dati sull’occupazione femminile, e ciò accade, nonostante una forte presenza di donne professionalmente qualificate e sovraistruite, come dimostrano, ancora una volta, le indagini svolte in merito dell’ ISTAT, che con uno studio del 2016, ha registrato un livello di istruzione e formazione delle donne  significativamente migliore rispetto a quello degli uomini.

Ebbene, nell’attuale situazione di emergenza, il lavoro femminile rappresenta una preziosa risorsa,  e sarebbe un peccato sottostimarlo, pertanto, mai come oggi, è importante  sapere che esiste un particolare incentivo  volto a favorire l’integrazione delle donne nel mondo lavoro: il cosiddetto “bonus assunzione donne” erogato dall’Inps, introdotto negli anni scorsi e prorogato per tutto il 2020.

Esso viene finanziato con i fondi strutturali dell’Unione Europea, stanziati con lo scopo preciso di aiutare determinate regioni, che faticano a svilupparsi, pertanto, trova applicazione solo in alcune aree svantaggiate d’ Italia, tra cui Calabria, Puglia, Sicilia, Campania, Basilicata ed alcune zone specifiche di Abruzzo, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Marche, Liguria, Molise, Sardegna, Piemonte, Toscana, Lazio, Trentino Alto Adige, Lombardia, Veneto e Valle D’Aosta.

Del beneficio in esame ne possono usufruire le imprese ed i datori di lavoro che assumono donne disoccupate o inoccupate da almeno sei mesi, nelle aree suddette, cui viene riconosciuto un bonus contributivo, ovvero, una riduzione del 50% dei contributi obbligatori, da versare all’Inps, che sono a carico dei datori di lavoro: la misura è valida per un periodo massimo di 12 mesi in caso di assunzione a tempo determinato, invece, di 18 mesi, per le assunzioni a tempo indeterminato, ed è garantito lo stesso periodo di tempo in caso di trasformazione di un contratto a termine in uno permanente.

A tal proposito è utile precisare che come chiarito con la Circolare n.34 del 25 luglio 2013 dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, vengono considerate prive di impiego regolarmente retribuito, le donne che negli ultimi 6 o 24 mesi: non abbiano avuto un rapporto di lavoro subordinato della durata pari o superiore a 6 mesi; non abbiano svolto attività lavorativa autonoma, lavori co.co.co o a progetto da cui sia derivato un reddito pari o superiore al reddito minimo personale annuale.

In particolare, per poter fruire delle agevolazioni fiscali in merito al bonus assunzioni donne disoccupate 2020, i datori di lavoro devono: adempiere quanto sancito dal Documento Valutazione Rischi in materia di igiene e sicurezza sul lavoro; procedere all’assunzione di donne che abbiano requisiti richiesti; assicurare che l’assunzione sia libera da obblighi preesistenti; assicurare che l’assunzione sia finalizzata all’incremento netto dell’occupazione aziendale.

Sempre al fine di accedere a tale beneficio economico l’azienda che assume, deve presentare la relativa istanza all’Inps per via telematica, e successivamente, ovvero, allorquando, l’ente previdenziale avrà svolto i dovuti controlli connessi al pieno rispetto dei requisiti, tra cui la residenza in una delle zone svantaggiate di cui si è detto in precedenza, emette il consenso o il diniego al bonus.

Una volta terminato il periodo di riduzione del 50%, il bonus non sarà più fruibile, ma probabilmente, al contempo, la lavoratrice avrà acquisito dal datore di lavoro quella formazione che le consentirà di proseguire l’attività, in quanto l’azienda di riferimento avrà un interesse a mantenerla nel proprio organico.

Dunque, com’è possibile intuire, il bonus in oggetto è di estrema rilevanza, poiché attraverso di esso i datori di lavoro, possono godere di sconti sui costi per la lavoratrice, laddove quest’ultima, avrà maggiore probabilità di essere assunta.

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