Pubblicato il: 11 settembre 2020 alle 1:44 pm

A tavola con gli antichi pompeiani Curiosità sui loro piatti tipici

Di Alessandra Orabona

Correva l’anno 79 d.C. quando l’inarrestabile valanga di ceneri e lapilli si scagliava sulla civiltà pompeiana, pietrificando tutto ciò che incontrava sul suo cammino. Chi lo avrebbe mai detto che la leggenda di Medusa si sarebbe avverata e che un evento così catastrofico avrebbe dato vita al più incredibile museo a cielo aperto della storia?

Gli Scavi di Pompei detengono il merito di aver immortalato in eterno le abitudini quotidiane degli abitanti locali, comprese quelle alimentari. Dai reperti di cibo carbonizzato è emerso che la dieta seguita all’epoca non era poi tanto diversa dalla nostra.

Pare che i romani fossero soliti fare all’alba una prima colazione molto abbondante a base di carne (ientaculum), verso mezzogiorno si consumava il prandium in famiglia, un pasto piuttosto leggero (pesci, uova, legumi e frutta), mentre tra le tre e le quattro pomeridiane si ritornava a casa per la cena, il pasto principale della giornata. Questo veniva gustato in compagnia di amici, intrattenuti nell’apposita sala (triclinium) da giocolieri, danzatori, musicisti: si cominciava con la gustatio, un antipasto con uova, lattuga, ostriche innaffiate con vino e miele; poi venivano servite due o tre portate di ogni genere di carne; infine, si passava ai dolci e alla frutta. Dopo cena talvolta si beveva a volontà sotto la guida di un arbiter bibendi, eletto con il lancio dei dadi, che sceglieva i vini e stabiliva la grandezza e il numero delle coppe.

La produzione di pane

Sembrerebbe che i panettieri pompeiani sfornassero almeno dieci tipi di pane, in base alle modalità di cottura e alla farina utilizzata. Esso era diffuso già nel II secolo a.C. ma veniva lavorato dentro a macine in pietra lavica e utilizzando un frumento più raffinato rispetto al grano usato dai primitivi. Si produceva addirittura una specie di biscotto per cani.

Il pesce

Oltre alle verdure, i Pompeiani erano ghiotti di pesce fresco, destinato a tutte le classi sociali: i molluschi meno pregiati venivano riservati agli schiavi (cd. “Balorde”, cozze per gli schiavi a Napoli). Tra le varietà ittiche abbondavano orate, alici, tonni e pescespada, abitualmente conservati sotto sale, mentre venivano allevate cozze, murene e ostriche. Uno dei piatti tipici, ancora oggi ricorrente sulle tavole napoletane, erano le alicette fritte alla scapece, servite con aceto caldo.

Non mancava mai il garum, una salsa utilizzata come condimento, che veniva estratta dalla fermentazione in sale delle parti di scarto del merluzzo, delle interiora delle sardine o della ventresca di tonno, sgombro e murena.