Nutella: essere Italiani non è mai stato così dolce Special edition made in Italy con i faraglioni di Capri

Di Alessandra Orabona
Pare che la Ferrero abbia escogitato un nuovo pretesto per far amare ancora di più la Nutella dagli italiani (come se ce ne fosse bisogno). Così, in continuità con la campagna estiva #iorestoinitalia finalizzata a sostenere l’economia locale in seguito al lockdown, la casa più dolce che ci sia ha introdotto la nuova serie di confezioni speciali targate “Ti amo Italia” per valorizzare e celebrare alcuni dei paesaggi più pittoreschi della penisola.
L’iniziativa, in uscita dal 12 ottobre 2020, prevede, infatti, 30 nuovi barattoli da collezione in edizione limitata raffiguranti solo una parte degli scorci più suggestivi del nostro paese. Per la Campania sono stati scelti i gioielli di Capri: i faraglioni.
Ma non finisce qui. Su ciascun vasetto, inquadrando il QR code con il vostro smartphone, verrete catapultati in una virtual reality e, tramite un’apposita piattaforma, saranno reperibili interessanti notizie sul territorio, sulla cultura locale e persino alcune simpatiche video-ricette legate alla tradizione culinaria del posto “rivisitate in chiave Nutella”.
Insomma, acquistando un semplice barattolo si vivrà una vera e propria avventura, viaggiando tra i borghi più belli d’Italia ovunque ci si trovi. Un’idea originale in cui cultura culinaria, storica e paesaggistica si sposano in un’esperienza multisensoriale che esalta l’Italianità nella sua massima espressione. Le località prescelte sono:
Abruzzo: Gran Sasso
Basilicata: Matera
Calabria: Arco Magno di San Nicola Arcella
Campania: Faraglioni di Capri
Emilia Romagna: Portici di Bologna
Friuli Venezia Giulia: Vigneto di Savorgnano – Lago di Fusine
Lazio: Civita di Bagnoregio – Monte Circeo – Via Appia Antica
Liguria: Cinque Terre
Lombardia: Lago di Como
Marche: Colli di San Severino
Molise: Cascate di Santa Maria del Molise
Piemonte: Langhe – Monte Rosa – Lago Maggiore
Puglia: Alberobello – Roca Vecchia
Sardegna: Arcipelago della Maddalena – Su Nuraxi di Barumini
Sicilia: Scala dei Turchi – Stromboli
Toscana: Val d’Orcia
Trentino Alto Adige: Parco Adamello Brenta – Lago di Braies
Umbria: Piani di Castelluccio
Valle d’Aosta: Gran Paradiso
Veneto: Venezia – Burano

L’andamento del mercato della pellicceria La moda al passo con l’etica

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di Alessandra Orabona

Non un semplice capo per scaldarsi in inverno ma un accessorio di alta moda immancabile: così è stata considerata a lungo la pelliccia dagli Italiani. Ma è ancora una concezione che rispecchia la forma mentis attuale?

Negli ultimi anni, si è assistito ad una profonda crisi del settore a causa del crollo delle vendite, dovuto alla presa di coscienza dei consumatori rispetto alla sofferenza degli animali sfruttati per la produzione di abiti e accessori.

L’Associazione Italiana Pellicceria (AIP) ha registrato un calo nel consumo retail nella penisola da 1,6miliardi di euro del 2006 a poco più di 800milioni di euro del 2018: negli ultimi 12 anni, le vendite al dettaglio sono quindi diminuite del 50%.

Anche i prezzi delle pellicce grezze continuano a perdere valore. Alla fiera Saga di Oslo la volpe nel 2016 si pagava 60 euro a pelle, il 52% in meno rispetto al 2015 e il 20% rispetto al 2012, mentre la Kopenhagen Fur ha registrato un crollo del prezzo medio (visone) dai 76,90 euro della stagione 2012-13, ai 27,62 euro della stagione 2017-18.

Questo trend negativo ha spinto alcuni colossi della moda (si pensi ad Armani, Gucci, Versace, Michael Kors) ad abbandonare la produzione di pellicce vere in favore di quelle sintetiche, a riprova del fatto che i tempi stanno cambiando non solo in Italia ma in tutto il mondo. Basti pensare che in California entrerà in vigore nel 2023 una legge che ne vieta la produzione e la vendita.

I movimenti fur-free sostengono che la produzione di pellicce sintetiche abbia anche un minor impatto ambientale rispetto a quelle animali. Tuttavia, alcuni studi hanno dimostrato che neppure le prime risultano totalmente eco-friendly in termini di smaltimento.

Perciò, si sta intensificando la ricerca di materiali alternativi che siano al contempo etici ed ecosostenibili. Un primo passo in tal senso è stato compiuto da due giovani messicani, che hanno avuto la brillante intuizione di sfruttare le pale di fico d’india per creare il primo tessuto vegetale simile alla pelle con risultati sorprendenti, anche in termini di costi (circa 25 dollari al metro). Un’idea innovativa che si spera sia di ispirazione per molte aziende per lanciare un nuovo trend, più vicino al modo in cui i consumatori già intendono la moda.

 

Maxi multa per Poste Italiane Sanzione da 5 milioni per danni alla Giustizia

Di Alessandra Orabona

L’Antitrust (l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) ha irrogato alle Poste Italiane una multa da 5 milioni di euro,  sanzione massima stabilita dalla legge vigente. Una cifra apparentemente significativa ma dalla scarsa portata deterrente, considerato che il fatturato del gruppo nello scorso anno è pari a 3,492 miliardi di euro.
La misura è stata determinata, secondo una nota del Garante, dall’adozione di “ una pratica commerciale scorretta in violazione del Codice del Consumo, consistente nella promozione, risultata ingannevole, di caratteristiche del servizio di recapito delle raccomandate e del servizio di Ritiro Digitale delle raccomandate”.
Ed infatti, i messaggi pubblicitari ingannevoli non specificano che il servizio di ritiro digitale delle raccomandate è usufruibile solo per gli invii originati digitalmente.
Ma non è tutto. L’ Autorità ha appurato che il tentativo di recapito delle raccomandate “non viene sempre esperito con la tempistica e la certezza enfatizzate nei messaggi pubblicitari, venendo, peraltro, frequentemente effettuato con modalità diverse da quelle prescritte dalla legge. Infatti, Poste Italiane talvolta utilizza per comodità il deposito dell’avviso di giacenza della raccomandata nella cassetta postale anche quando sarebbe stato possibile consegnarla nelle mani del destinatario”.
Sono numerosi i reclami presentati finora dai consumatori, che lamentano il mancato tentativo di consegna di molte raccomandate in momenti in cui erano sicuramente presenti nelle loro abitazioni (per esempio durante il periodo di lockdown). Questa prassi ha addossato “un inammissibile onere a carico dei consumatori, costretti a lunghe perdite di tempo e di denaro per poter ritirare le raccomandate non diligentemente consegnate”, secondo il Garante.
“Le condotte descritte provocano, inoltre, gravi danni al sistema giustizia del Paese per i ritardi dovuti ad errate notifiche nell’espletamento dei processi, soprattutto quelli penali, con conseguente prescrizione di numerosi reati, come più volte affermato nelle Relazioni Annuali sullo stato della giustizia citate nel provvedimento”, segnala ancora il Garante.
Data “l’estrema gravità e frequenza della pratica ed i notevolissimi danni arrecati ai consumatori”, la sanzione è stata irrogata nella misura massima. “Tuttavia, – spiega ancora l’Autorità – la medesima non risulta deterrente in rapporto al fatturato specifico generato da Poste Italiane nel solo anno 2019 pari a 3,492 miliardi di euro. Al riguardo, non è stata ancora recepita nell’ordinamento nazionale la Direttiva Europea 2019/2161, che fissa il massimo edittale della sanzione irrogabile al 4% del fatturato annuo”.

A tavola con gli antichi pompeiani Curiosità sui loro piatti tipici

Di Alessandra Orabona

Correva l’anno 79 d.C. quando l’inarrestabile valanga di ceneri e lapilli si scagliava sulla civiltà pompeiana, pietrificando tutto ciò che incontrava sul suo cammino. Chi lo avrebbe mai detto che la leggenda di Medusa si sarebbe avverata e che un evento così catastrofico avrebbe dato vita al più incredibile museo a cielo aperto della storia?

Gli Scavi di Pompei detengono il merito di aver immortalato in eterno le abitudini quotidiane degli abitanti locali, comprese quelle alimentari. Dai reperti di cibo carbonizzato è emerso che la dieta seguita all’epoca non era poi tanto diversa dalla nostra.

Pare che i romani fossero soliti fare all’alba una prima colazione molto abbondante a base di carne (ientaculum), verso mezzogiorno si consumava il prandium in famiglia, un pasto piuttosto leggero (pesci, uova, legumi e frutta), mentre tra le tre e le quattro pomeridiane si ritornava a casa per la cena, il pasto principale della giornata. Questo veniva gustato in compagnia di amici, intrattenuti nell’apposita sala (triclinium) da giocolieri, danzatori, musicisti: si cominciava con la gustatio, un antipasto con uova, lattuga, ostriche innaffiate con vino e miele; poi venivano servite due o tre portate di ogni genere di carne; infine, si passava ai dolci e alla frutta. Dopo cena talvolta si beveva a volontà sotto la guida di un arbiter bibendi, eletto con il lancio dei dadi, che sceglieva i vini e stabiliva la grandezza e il numero delle coppe.

La produzione di pane

Sembrerebbe che i panettieri pompeiani sfornassero almeno dieci tipi di pane, in base alle modalità di cottura e alla farina utilizzata. Esso era diffuso già nel II secolo a.C. ma veniva lavorato dentro a macine in pietra lavica e utilizzando un frumento più raffinato rispetto al grano usato dai primitivi. Si produceva addirittura una specie di biscotto per cani.

Il pesce

Oltre alle verdure, i Pompeiani erano ghiotti di pesce fresco, destinato a tutte le classi sociali: i molluschi meno pregiati venivano riservati agli schiavi (cd. “Balorde”, cozze per gli schiavi a Napoli). Tra le varietà ittiche abbondavano orate, alici, tonni e pescespada, abitualmente conservati sotto sale, mentre venivano allevate cozze, murene e ostriche. Uno dei piatti tipici, ancora oggi ricorrente sulle tavole napoletane, erano le alicette fritte alla scapece, servite con aceto caldo.

Non mancava mai il garum, una salsa utilizzata come condimento, che veniva estratta dalla fermentazione in sale delle parti di scarto del merluzzo, delle interiora delle sardine o della ventresca di tonno, sgombro e murena.

Un tuffo nel settore nautico campano La differenza tra locazione e noleggio di imbarcazioni

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di Alessandra Orabona

Negli ultimi anni in Campania il turismo nautico, in passato reputato un settore elitario, ha registrato un notevole incremento. Tale fenomeno è stato dovuto soprattutto all’aumento delle attività di intermediazione nautica sul mercato, che lo hanno reso più accessibile e alla portata di tutti (o quasi).

Tra queste spiccano la locazione e il noleggio di unità da diporto, sia a vela che a motore, operati dalle società di charter. La prima tipologia consiste nel semplice affitto dell’imbarcazione senza conducente; per il secondo si intende, invece, l’affitto dell’imbarcazione con conducente ed una serie di eventuali servizi annessi, come il pranzo o il pernottamento.

La diffusione di attività di questo tipo ha avuto un impatto positivo sui flussi turistici, persino in tempi di Covid. L’opportunità di evitare la calca sui litorali balneari ha spinto molte famiglie ad affittare gommoni e barche, tenuto anche conto che non è necessario aver conseguito la patente nautica per condurre natanti da diporto con motore fino ai 40 Cv. Il noleggio con skipper rappresenta una valida alternativa per tutti gli amanti del mare poco esperti o non disposti a gestire da soli i rischi della navigazione, in quanto consente di affidarsi ad un professionista conoscitore delle coste che si intendono esplorare.

Secondo i dati dell’Osservatorio nautico nazionale, la spesa media giornaliera di ogni ospite delle imbarcazioni charter è di circa 102 euro. Ciascuna imbarcazione ormeggiata in porto rende al territorio circostante dai 500 ai 900 euro al giorno, ai quali vanno aggiunti i costi dell’ormeggio, dei servizi e del carburante (dati ricavati dal sito ufficiale di Unioncamere Campania).

La domanda di charter verso le coste campane proviene principalmente da Germania, Francia, Olanda, Austria, Inghilterra, Repubblica Ceca ma anche dalla Russia. Pertanto, la Camera di Commercio di Salerno nel 2013 ha erogato contributi per l’incentivazione dei flussi di turismo nautico in provincia, ottenendo risultati sorprendenti (crescita del 600 per cento).

Esperienze di questo tipo consentono agli utenti di vivere il mare a 360 gradi e godere a pieno di tutte le sue meraviglie naturali in una prospettiva inedita. Per tali ragioni il turismo nautico, ed il charter in particolare, rappresentano tuttora uno dei settori dell’economia campana con le più alte potenzialità di crescita.

Gli Italiani mangiano meno carne bovina Registrato un calo del 30%

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Di Alessandra Orabona

Secondo un’analisi diffusa dal Sole 24 Ore, gli Italiani tendono a consumare meno carne di bovino: si registra un crollo delle vendite di oltre il 30%. La riduzione della domanda, alla luce di una stima della Commissione Ue, comporterà anche un calo della produzione stessa di carne bovina pari all’1,7%. Quali fattori hanno influenzato le scelte dei consumatori?

Sicuramente questi dati risentono del periodo di lockdown, che ha determinato il blocco totale di tutte le attività alberghiere e di ristorazione; tuttavia, osservando in un’ottica più ampia il quadro dell’ultimo decennio, è possibile notare che si è ridotto notevolmente il consumo di carne rossa (soprattutto bovina e suina) a discapito di un crescente aumento del consumo di carne bianca e di pesce. Probabilmente, dunque, il cambiamento nei consumi è stato dettato dalla preferenza di una dieta più salutare, viste anche le indicazioni contenute nel rapporto Oms (Organizzazione mondiale della sanità) del 2015, in cui la carne rossa è stata classificata tra le sostanze probabilmente cancerogene per l’essere umano.

Inoltre, non è da escludere che la maggiore sensibilità collettiva, soprattutto nei giovani, al tema della tutela degli animali contro i maltrattamenti negli allevamenti intensivi abbia giocato un ruolo decisivo al riguardo. Aumentano sempre più coloro che scelgono di abbracciare la filosofia vegetariana o vegana, tant’è vero che in Italia sono crollate le macellazioni di alcune specie, come quella dei cavalli (-70%), dei conigli (-30%) e degli agnelli (-30%).

E per tutti gli altri amanti degli animali che non sono disposti ad una trasformazione così radicale delle proprie abitudini, esistono altre vie alternative, volte ad un consumo consapevole ed ecosostenibile della carne. Basti pensare al fenomeno dell’”acquisto del maiale in stalla”, attraverso cui è possibile allevare un suino a distanza e riceverne tutti i prodotti genuini direttamente a casa propria. In questo modo si può seguire personalmente (talora anche mediante una webcam) la crescita dell’animale allevato allo stato semibrado e controllarne l’alimentazione. In base alle razze di maiali allevate, al mix di salumi prescelti ed ai condimenti utilizzati i costi possono variare dai 400 ai 1000 euro, per cui può essere conveniente aderirvi in piccoli gruppi di familiari o amici per godere per un anno intero di una fornitura completa (salami, pancetta, salsicce, stinchi ecc.).

 

Le conseguenze del lockdown sul Pil italiano Recesso del 12,8 % nel secondo trimestre, atteso un forte rimbalzo nel terzo trimestre

Di Alessandra Orabona

La chiusura delle attività produttive e della mobilità durante il lockdown purtroppo si fa sentire forte e chiara: il Pil italiano non aveva mai registrato un calo così consistente dal 1995. Lo rileva l’Istat, precisando che la variazione acquisita per il 2020 è pari a -14,7%. ” La stima completa dei conti economici trimestrali riflette la portata eccezionale della diminuzione del Pil nel secondo trimestre per gli effetti economici dell’emergenza sanitaria e delle misure di contenimento adottate, con flessioni del 12,8% rispetto al trimestre precedente e del 17,7% nei confronti del secondo trimestre del 2019. Bisogna tener presente comunque che il secondo trimestre 2020 ha avuto una giornata lavorativa in meno sia rispetto al trimestre precedente sia nei confronti del secondo trimestre del 2019.

Ad alimentare la caduta del Pil, spiega l’Istat, è stata soprattutto la domanda interna, con un apporto particolarmente negativo dei consumi privati. Anche la domanda estera, tuttavia, ha contribuito negativamente a causa della riduzione delle esportazioni più netta rispetto a quella delle importazioni.

“I dati sulle entrate tributarie – rassicura il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri – si aggiungono ad altre evidenze che ci consentono di auspicare un forte rimbalzo del PIL nel terzo trimestre, dopo la caduta del secondo trimestre confermata dai dati odierni dell’Istat che apportano alla precedente stima una revisione molto contenuta”.

Insomma, una volta toccato il fondo si può solo risalire. In effetti è quello che già sta lentamente accadendo nel complessivo panorama economico europeo: alcuni paesi del continente, egualmente colpiti dalla pandemia, hanno registrato un leggero miglioramento. Il che fa ben sperare anche per l’Italia. Secondo le previsioni economiche della Commissione Europa aggiornate a maggio, infatti, l’economia dell’UE dovrebbe contrarsi del -7,4% nel 2020 per poi crescere del +6,1% nel 2021.

La storia del sartù di riso: tra origini e curiosità Una ricetta inventata dai cuochi francesi per conquistare il palato dei napoletani

Di Alessandra Orabona
Ripieno di uova sode, provola (o fior di latte), funghi, polpettine e piselli, il sartù di riso, nelle varianti al sugo o in bianco, è uno dei piatti tipici della tradizione culinaria napoletana più gustosi, da far venire l’acquolina in bocca solo a sentirne parlare!
Eppure, le sue origini sono sconosciute ai più. Si narra che fu realizzato per la prima volta nel 1700 per deliziare il palato dei frequentatori della corte dei Borbone, in particolare della regina Maria Carolina d’Austria, la quale, trasferitasi a Napoli, si circondò dei migliori cuochi francesi, detti “Monsù” (storpiati poi in “Morzù” dai napoletani).
Il riso, importato per la prima volta nella città partenopea verso la fine del XIV secolo dalla penisola iberica, era considerato dai nobili napoletani come una pietanza povera e insipida: definito “sciacquapanza”, veniva solitamente prescritto in bianco dai medici salernitani per curare i disturbi gastrici. Per questo motivo, i Monsù si adoperarono per inventare una ricetta innovativa che riscattasse il nome del cereale tanto odiato.
La denominazione francese di questo piatto“sourtout” (letteralmente “copri tutto”) venne ben presto riadattato in “sartù” dal dialetto napoletano. Probabilmente il termine si riferisce al pangrattato che, come un mantello, avvolge il timballo di riso, compattandone la forma.
L’esperimento degli chef d’Oltralpe riscosse il successo sperato non solo nell’aristocrazia ma anche nel popolino, tant’è vero che la loro creazione ha persino ispirato la strofa di un’antica canzone napoletana:

O’ riso scaldato era na zoza
Fatt’a sartù, è tutta n’ata cosa
Ma quale pizz’e riso, qua timballo!
Stu sartù è nu miracolo, è nu sballo.
Ueuè, t’o giuro ‘ncopp’a a chi vuò tu:
è chiù meglio d’a pasta c’o rraù!”.

Campania, il caffè napoletano candidato a patrimonio dell’Unesco La richiesta firmata dal governatore De Luca

di Alessandra Orabona

Che sia macchiato o amaro, servito al bancone o al tavolino, a Napoli la giornata non può iniziare con il piede giusto senza “na tazzulell e cafè”. Per i cittadini assaporarne quotidianamente l’aroma non è solo un momento di relax irrinunciabile ma un simbolo dell’antica tradizione napoletana.

Non sorprende, dunque, che la giunta regionale della Campania abbia trasmesso alla Commissione italiana per l’Unesco il dossier di candidatura “La cultura del caffè espresso napoletano” – a firma del presidente Vincenzo De Luca – per avviare la richiesta di iscrizione nella lista del Patrimonio culturale immateriale Unesco.

«Il caffè in Italia – si legge in una nota – non è soltanto una bevanda ma esprime una vera e propria cultura, un rito tutto napoletano che ha dato vita a tradizioni diffuse ovunque, come quella del caffè sospeso che evoca il senso dell’ospitalità, solidarietà e convivialità. Il dossier, redatto da un gruppo di esperti professori universitari, antropologi e giuristi, sintetizza questa dimensione – si spiega dalla Regione – e racconta il valore identitario della cultura del caffè, per i napoletani, i campani, e tutti gli italiani».

«Insieme agli elementi alimentari propri di questa tradizione, nel dossier sono stati evidenziati i profili legati allo sviluppo sostenibile, alla tutela dell’ambiente, alla preservazione degli ecosistemi che è strettamente connessa a questa nostra cultura. Dopo l’Arte del pizzaiuolo napoletano, anche la cultura del caffè espresso napoletano merita il prestigioso riconoscimento Unesco», termina la nota.

 

Oceani sovrasfruttati: la crisi globale della pesca Dal mese di luglio solo pesce importato in Europa

di Alessandra Orabona

Quando acquistiamo pesce, molluschi e crostacei non ci focalizziamo tanto sulla loro provenienza, in quanto siamo sicuri che siano stati pescati nei nostri mari.

Eppure, la domanda europea di prodotti ittici supera da anni le risorse disponibili nelle rispettive acque territoriali: ogni cittadino europeo in media ne consuma circa 23 kg all’anno; il primato spetta al Bel paese, con i suoi 29 kg pro capite all’anno (dati ricavati dal WWF).

Significa che esiste un preciso momento dell’anno in cui viene superato il limite oltre il quale gli europei esauriscono “virtualmente” il consumo di pesce proveniente dalla propria regione ed iniziano ad importarlo da altri continenti. Quest’anno è stato raggiunto nel mese di luglio in Europa e già in quello di aprile in Italia. Se l’Europa non facesse ricorso all’importazione di pesci “esteri”, non solo non sarebbero più disponibili sui banconi delle pescherie ma si rischierebbe l’estinzione di molte specie marine autoctone.

Questo confine tende ad anticiparsi sempre più da decenni, a testimonianza del progressivo impoverimento della fauna marittima non solo europea ma di tutto il mondo: gli oceani dell’intero globo sono sovrasfruttati.

Ciò è dovuto in parte alle spietate tecniche moderne di pesca, che spesso determinano la cattura accidentale di mammiferi non richiesti dal mercato (cd. bycatch), in parte all’aumento esponenziale nell’ultimo ventennio della sovrappesca, alimentata soprattutto dall’attività di pesca illegale che, senza freni e senza regole, contribuisce ad inasprire la crisi globale del settore.

Ognuno può fare la sua parte per preservare i nostri fondali ed i loro ecosistemi senza alcuno sforzo eccessivo. È importante prima di tutto rispettare, anche durante la pesca sportiva, le taglie minime delle singole specie, prediligendo quelle medie o grandi e liberando quelle più giovani in modo da favorirne il ripopolamento.

L’ideale poi sarebbe iniziare a preferire soltanto specie locali, magari meno conosciute ma altrettanto prelibate, acquistandole dai piccoli rivenditori piuttosto che dalle grandi catene di distribuzione. Un modo immediato per individuare la provenienza dei prodotti è consultare sempre le relative etichette.

Con il lockdown la natura si era riappropriata dei suoi spazi. Basterebbe un consumo più responsabile e sostenibile ad interrompere questo ciclo malsano per segnare l’inizio di una “nuova normalità” in armonia con l’ambiente circostante.

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