Luigi Vitiello presenta il panettone Maradona L'ultima creazione di uno dei più grandi pasticcieri italiani

Quando cuore e passione si uniscono al talento. Quando l’amore diventa arte. Quando la cucina si trasforma nella quinta essenza della creatività, dei profumi, della delizia: della bontà. Luigi Vitiello, torrese doc e tifosissimo del Napoli, è uno dei migliori pasticcieri italiani. Una eccellenza tutta campana. Sacrificio, dedizione e studio, così Luigi è diventato un maestro della pasticceria. Una fonte di ispirazione per le nuove generazioni. Un orgoglio per la nostra terra che ha sempre amato e difeso.

Luigi, che al suo attivo vanta numerose e riconosciute creazioni di livello altissimo, ha vinto anche la medaglia d’argento al campionato mondiale del panettone classico.

Ora ha creato, per onorare la memoria del più grande calciatore di sempre, il panettone Maradona che ha riscosso da subito un grandissimo successo. La ricetta è top secret, si può dire solo che oltre ad essere una meraviglia per la vista e per il palato, al suo interno è colorato di verde come il campo del “Diego Armando Maradona”.

Orgogliosissima Colby Vitiello, figlia di Luigi: “E’ un grande professionista, un esempio, una eccellenza della nostra terra. E’ un padre premuroso e sempre presente. Sono e sarò sempre fiera di lui”.

 

Storia e origini degli struffoli napoletani Le varianti nella cucina italiana e spagnola

Di Alessandra Orabona

A Napoli chi non adora gli struffoli, le tipiche palline ricoperte di miele e confettini colorati e assemblate a forma di piramide che si preparano durante le festività natalizie. Eppure, conquistati dal loro profumo inebriante e dal sapore delizioso, non ci siamo mai soffermati sulle loro origini, probabilmente perché l’unico pensiero dopo averli gustati è quello di mangiarne subito un’altra cucchiaiata!

Come molti piatti tipici della tradizione partenopea, le teorie al riguardo sono le più disparate: l’ipotesi maggiormente accreditata attribuisce il merito agli antichi Greci che colonizzarono il Golfo di Napoli a partire dal VII secolo a.C. Non a caso, anche nella cucina greca ritroviamo le loukoumades, frittelle dolci ricoperte di zucchero molto simili ai nostri struffoli. Inoltre, sembrerebbe che l’etimologia del termine stesso derivi dal greco “strongoulos” che sta per rotondo. In realtà, c’è anche chi ritiene che la parola si riferisca allo “strofinamento” necessario per lavorare l’impasto e creare la forma a cilindro da cui ritagliare le palline, oppure ancora che la radice del vocabolo sia ricollegabile allo strutto anticamente utilizzato per friggerli.

Quel che è certo è che erano già diffusi nel XVII secolo. Due famosi trattati di cucina del 1600, il Latini e il  Nascia, citano come “strufoli – o anche struffoli –  alla romana” dei dolci preparati alla stessa maniera degli struffoli napoletani. Inoltre, a Napoli un tempo gli struffoli venivano preparati nei conventi dalle suore dei vari ordini per recarli in dono a Natale alle famiglie nobili che si erano distinte per atti di carità.

Oggi ne esistono diverse varianti sia in Italia che in Europa: in Umbria e in Abruzzo viene chiamato cicerchiata, perché le palline di pasta fritta legate col miele hanno la forma del legume dal nome “cicerchie”; in Basilicata e Calabria, invece, troviamo la cicerata per la somiglianza di questi dolci con i ceci detti “ciceri”; in Sicilia, soprattutto nel catanese, vengono preparati con qualche piccola ma non sostanziale variante, e rinominati come le “sorelle”, “pignoccata “ e “pignolata”, in cui le palline si trasformano in bastoncini arrotondati uniti tra loro dal dolcissimo miele che fa da collante. La cucina spagnola, poi, conosce una variante molto simile agli struffoli chiamata “piñonate”, un dolce nato in Andalusia e diffuso soprattutto nel sud della Spagna, preparato solitamente durante le festività pasquali.

 

Neko café: il nuovo concept che sta spopolando in Europa Il locale preferito dagli amanti dei gatti

Di Alessandra Orabona

Al giorno d’oggi bar e ristoranti non si limitano soltanto a servire pietanze ma sono alla continua ricerca di un “concept” ben preciso e originale per la propria attività che catapulti i clienti in un ambiente nuovo ed unico nel suo genere, che rispecchi la filosofia del locale anche nella scelta culinaria.
L’ultima novità che sta spopolando in Europa è un’idea tutta giapponese: i neko café, anche noti come cat bar. Arredati con percorsi ad ostacoli e giochi stravaganti, si tratta di locali in cui la principale attrazione consiste nella possibilità di sorseggiare un caffè o consumare un pranzo in compagnia di simpatici gatti. Il successo dei neko café in Giappone è stato attribuito al divieto vigente nel paese di ospitare animali domestici in molti condomini e complessi residenziali, cosa che priva gli abitanti di questi edifici della rilassante presenza dei felini. Nel continente europeo, invece, la loro popolarità si è diffusa tra amanti degli animali e non solo. Da Londra, a Vienna, a Parigi, a Madrid, a Roma, a Napoli, la febbre dei bar dei gatti è ormai scoppiata ovunque e nessuno riesce a tirarsi indietro davanti a un po’ di fusa!
Queste “gatoteche” adottano in genere una politica di gestione del locale che cerca di assicurare la salute e il benessere sia degli animali sia dei propri clienti. In particolare, è previsto un catalogo di regole specifiche volte ad evitare che i mici possano essere molestati, ricevere cibo dai visitatori oppure essere svegliati mentre stanno dormendo. Molti neko café mirano anche a sensibilizzare i propri clienti su tematiche sensibili relative al mondo degli amici a quattro zampe, come i maltrattamenti ed il randagismo, che combattono attivamente in quanto le mascotte feline spesso sono trovatelli salvati dalla strada.
Insomma, un vero e proprio paradiso per i gattari, arricchito da un’interessante offerta culinaria che spazia fra tutti i pasti e che rispecchia anch’essa il rispetto per gli animali prediligendo solitamente una dieta vegetariana e vegana.

 

Imparare la cucina stellata stando a casa Le nuove masterclass online

Di Alessandra Orabona

I tempi sono duri ed il Covid19 ci obbliga a rimanere a casa più a lungo di quanto vorremo. Eppure, si può combattere l’isolamento impiegando al meglio questo tempo per imparare qualcosa di nuovo.
Chi l’ha detto che si possono tenere a distanza solo le lezioni universitarie e le riunioni di lavoro? È arrivato un nuovo modo per perfezionare l’arte culinaria direttamente da casa propria con le inedite masterclass di cucina.
Un progetto innovativo e smart, iniziato già da qualche anno da alcune piattaforme per mettere a disposizione la competenza e la professionalità di esperti del settore con modalità accessibili a tutti ed orari variabili in base agli impegni di ogni iscritto.
Dalle nonne italiane che insegnano a preparare la pasta fatta a mano agli chef stellati e pasticceri di alto livello l’offerta si è notevolmente ampliata per rispondere alle esigenze di tutti.
Le distanze diventano solo un numero: grazie alle tecnologie, infatti, è possibile collegarsi con un semplice click non solo alle lezioni dei cuochi italiani più amati della TV ma anche a quelle di chef di fama internazionale. Non importa se lavorino a Madrid, New York o Shanghai.
Basta scegliere lo chef da invitare ed attendere davanti al pc o al tablet: all’ora esatta inizierà la masterclass. Prezzo medio intorno ai 40 euro per un’ora di lezione. In alcuni portali è anche possibile scaricare il ricettario con incluso il riassunto della lezione e materiale integrativo.
Imparare a cucinare non è mai stato così semplice. E allora cosa aspetti? Corri a fare la spesa e collegati online per la tua prima lezione!

 

L’era dei ristoranti a km 0 Qualità e genuinità non passano mai di moda

Di Alessandra Orabona
Chi non si è mai imbattuto in un ristorante a km 0, ne avrà sicuramente sentito parlare in qualche programma televisivo di cucina. Una dicitura moderna per esprimere un concetto già familiare al sentire comune. Si tratta di locali che prediligono solo ingredienti a “filiera corta”, prodotti, coltivati e raccolti nelle immediate vicinanze.
Sinonimo di freschezza, qualità e genuinità, la frontiera del km 0 consente di assaporare piatti più gustosi a basso prezzo. Vengono, infatti, eliminati i costi aggiuntivi di trasporto, lavaggio industriale e intermediazione commerciale, dal momento che è lo stesso produttore ad occuparsi di vendita e produzione.
In più, in questo modo non solo si riduce l’inquinamento ma si valorizza anche il lavoro dei piccoli agricoltori e allevatori locali, sempre più schiacciati dal meccanismo della grande produzione di massa.
Questa filosofia ha anche il pregio di esaltare le tradizioni culinarie, grazie all’uso di ingredienti stagionali per inventare nuovi piatti dai sapori unici. Nel panorama nazionale esistono luoghi in cui questa mentalità non è stata mai abbandonata, come l’isola d’Ischia, oasi del km 0: qui servire ai tavoli materie prime coltivate ed allevate nei propri orti domestici e nelle tenute di famiglia rappresenta la normalità per la maggior parte dei ristoratori, i quali possono contare anche su una vasta fornitura di prodotti ittici freschi durante tutto l’anno grazie al lavoro dei pescatori locali.
La globalizzazione ormai mette a nostra disposizione ogni genere di prodotto, persino esotico, in ogni momento. Eppure, il bisogno di ritornare alle origini e all’agricoltura tradizionale, responsabile e sostenibile si fa sempre più forte. La ragione probabilmente sta nel fatto che assaggiare i piatti di un’altra cultura è entusiasmante ma a lungo andare può stancare, anche perché non sempre gli ingredienti importati mantengono la loro freschezza iniziale. Da qui il desiderio spontaneo di riaffermare le nostre tradizioni con materie prime locali per far tornare in auge quello che un tempo era la normalità.
In fondo è proprio vero: siamo quello che mangiamo!