Il complesso degli Incurabili fu un ospedale di eccellenza con annesso ufficio interpreti per malati stranieri La struttura risale al 1521, luogo di cura (all'avanguardia in quell'epoca) per i casi più difficili. La scopriamo seguendo le tracce del racconto di Salvatore Di Giacomo, medico mancato

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 11 Febbraio 2018 – L’occasione è offerta dalla recente riapertura della Cappella dei Bianchi della Giustizia, gioiello di architettura e importantissima testimonianza storica inglobato nel complesso degli Incurabili.

La storia del complesso, che si trova tra Via Maria Longo e Via Domenico Capozzi, sulla collina degli Incurabili – il luogo dell’Acropoli greca e, secondo alcuni storici, anche della tomba della Sirena Partenope –  comincia nel 1521, quando Maria Lorenza Longo, nobildonna catalana guarita dopo un pellegrinaggio a Loreto, fondò per un voto fatto l’Ospedale degli Incurabili. Il sito è stato descritto seguendo le tracce dell’articolo di Salvatore Di Giacomo, pubblicato nella raccolta “Luci e ombre napoletane” a inizio Novecento.

La struttura era destinata ai malati di sifilide. A Napoli la malattia era stata portata dall’esercito del re francese Carlo VIII (per questo motivo la sifilide fu detta anche “mal francese”, ma altrove “mal napolitain”) e poi si era diffusa nel resto dell’Italia e in Europa. Naturalmente l’ospedale era aperto anche alla cura di qualunque malattia e all’accoglienza dei poveri, ma il complesso rimase comunque associato per sempre agli “Incurabili”, il cui nome non indica l’ultima spiaggia per i moribondi ma, al contrario, un luogo di cura e di speranza per i casi più estremi e difficili.

Maria Longo fondò anche l’Ordine delle Francescane del Terz’Ordine, che a Napoli si chiamavano le “Trentatrè”, dal numero di religiose ospitate nel convento.

L’Ospedale degli Incurabili è legato ai nomi di molti santi e beati, che vi hanno lavorato come medici o religiosi, come San Gaetano Thiene, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Santa Giovanna Antida Thouret, il beato Ludovico da Casoria, il beato Bartolo Longo e San Giuseppe Moscati. Per secoli è stato il più importante e prestigioso ospedale del Regno ed uno dei più grandi ed antichi d’Italia, insieme ai grandi complessi di «Santa Maria della Scala» di Siena e al «Santa Chiara» di Pisa.

Il primo piano era dedicato agli uomini e il secondo alle donne, per un totale di 1500 posti letto. C’erano poi i vari reparti specialistici e un teatro anatomico dove si faceva lezione sui cadaveri (in quella sala il giovane studente Salvatore Di Giacomo, scioccato dalla pratica, pronunciò la celebre frase «Non farò mai il medico!»).

Gli Incurabili era un ospedale davvero di eccellenza e all’avanguardia per l’epoca: comprendeva perfino un ufficio interpreti per i malati stranieri, un macello, un forno per la panificazione, alloggi per i medici, la prima forma di assistenza alle madri che non potevano (o volevano) riconoscere i propri figli, che partorivano con un velo sul volto per garantirne la privacy, insomma un vero «campus».

La annessa Farmacia del ‘700 (sorta sull’antica spezieria alchemica del ‘500), è stata per diversi secoli un punto di riferimento per il commercio dei medicinali di tutto il Sud Italia: qui che si realizzavano i farmaci  più rari e utili, ma anche la leggendaria Teriaca, bevanda alchemica la cui origine si perde tra storia e mito: intorno al I secolo a. C., Mitride,  ossessionato dalla paura di essere avvelenato, chiese al suo medico di corte di preparare un antidoto universale. A Roma Nerone restò affascinato dalla leggenda e volle farsi preparare il miracoloso medicinale dal suo medico Andromaco. Ma di che cosa era fatta la Teriaca? Carne di vipera femmina, catturata dopo il letargo invernale e proveniente dai Colli Euganei; oppio di Tebe;  cinnamomo, rabarbaro, mirra, balsamo orientale, gomma arabica, castoro, calcite e tanto altro ancora a seconda dei tempi e dei medici. Questo preparato guariva da avvelenamenti, febbre, emicrania, pazzia, dissenteria, obesità e poteva essere utilizzato, all’occorrenza, anche come viagra. La farmacia degli Incurabili era tra le pochissime ad avere il permesso di prepararla.

Accanto all’accesso settentrionale si trova la Chiesa di Santa Maria dei Bianchi, mentre a sud un ampio scalone porta all’ex monastero delle Convertite (oggi Museo delle Arti Sanitarie e di Storia della Medicina).

Successivamente, alla struttura originaria furono annessi anche l’Orto Medico e la chiesa e il chiostro di Santa Maria delle Grazie a Caponapoli, dove si trovava la prestigiosa scuola di ostetricia, in parte distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale.

La chiesa di Santa Maria dei Bianchi, detta anche dei Bianchi della Giustizia, venne costruita nel 1473 dall’omonima congrega fondata da San Giacomo della Marca che prendeva il nome dal colore dell’abito dei suoi adepti, il cui compito era di sostenere spiritualmente i condannati a morte. Nel 1799, incappucciati, accompagnarono al patibolo di Piazza Mercato anche i rivoluzionari napoletani, tra cui il medico Domenico Cirillo e Eleonora Pimentel Fonseca, come testimonia un celebre quadro. La congrega venne sciolta nel 1583 da re Filippo II, ma la chiesa venne modificata e restaurata nuovamente nel 1673 in stile barocco su progetto dell’architetto Dionisio Lazzari.

All’interno, opera particolare ed estremamente realistica è la “Scandalosa”, scultura che mostra le devastazioni provocate dalla sifilide sul corpo di una giovane donna: aveva lo scopo di distogliere le tante ragazze che si dedicavano alla prostituzione. Da vedere assolutamente anche una “Madonna con bambino” di Giovanni da Nola al centro dello spettacolare altare maggiore in marmo policromo, i grandiosi affreschi della volta e dell’abside, i lavori in legno degli artigiani napoletani.

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