Pubblicato il: 8 agosto 2017 alle 7:00 am

L’uomo sta modificando le foreste tropicali da almeno 45 mila anni Il cambiamento climatico non è un’emergenza recente, il genere umano distrugge da sempre il territorio sul quale risiede

di Teresa Terracciano.

Londra, 8 Agosto 2017 – Un gruppo di scienziati del Max Planck Institute for the Science of Human History, Liverpool John Moores University, University College London, and École française d’Extrême-Orient ha pubblicato lo studio dell’impatto globale degli uomini sulle foreste tropicali dimostrando che gli umani stanno modificando questi ambienti da almeno 45.000 anni.

Lo studio, pubblicato in Nature Plants, mette in evidenza che gli umani hanno effettivamente avuto un impatto drammatico sulle ecologie forestali per decine di migliaia di anni, attraverso tecniche che vanno dalla bruciatura controllata di sezioni di foresta all’addomesticamento degli animali fino ai disboscamenti. Sebbene studi precedenti avessero esaminato gli impatti umani su specifici siti forestali tropicali e sugli ecosistemi, questo è il primo a sintetizzare dati provenienti da tutto il mondo.

Ci sono prove, sebbene ancora in corso di studio, che queste attività umane hanno contribuito all’estinzione della mega fauna forestale nel tardo Pleistocene (circa 125.000 a 12.000 anni fa), come quella del bradipo terrestre gigante, i mammut delle foreste e i marsupiali di grandi dimensioni. Queste estinzioni hanno avuto impatti significativi sulla densità forestale, sulle distribuzioni delle specie vegetali, sui meccanismi riproduttivi delle piante e sui cicli vitali di foreste che hanno persistito fino ad oggi.

Nonostante le precedenti concezioni di foreste tropicali come luoghi non idonei all’abitazione umana, le recenti scoperte, che utilizzano nuove tecnologie, hanno dimostrato che le antiche popolazioni hanno creato grandi insediamenti urbani in questi habitat. Nuovi dati, tra cui le indagini effettuate col telerilevamento del Light Detection and Ranging (LiDAR), hanno rivelato l’insediamento umano nelle Americhe e nel Sud-Est asiatico su una scala che in passato era inimmaginabile.

Le sfide ambientali che questi antichi centri urbani hanno affrontato sono ancora oggi fronteggiate, su piani e con mezzi diversi, dalle città moderne. L’erosione del suolo e il fallimento dei sistemi agricoli necessari per alimentare una grande popolazione sono i problemi incontrati dai grandi centri urbani, passati e presenti. Molti gruppi sembrano aver sovra-stressato i loro ambienti locali attraverso la bonifica di foreste e la piantagione monoculturale di mais che, in combinazione con i cambiamenti climatici, ha portato a una drastica diminuzione della popolazione.

Un’altra scoperta interessante è che antiche città forestali mostrano la stessa tendenza a estendersi come è oggi raccomandato dagli architetti delle città moderne. In alcuni casi, queste estese frange urbane sembrano aver fornito una sorta di zona cuscinetto, per proteggere i centri urbani dagli effetti del cambiamento climatico e per garantire sicurezza alimentare e accessibilità.

I ricercatori sottolineano l’importanza di diffondere le informazioni apprese dall’archeologia: «Lavorando insieme, questi gruppi possono contribuire a stabilire una migliore comprensione degli ambienti forestali tropicali e come proteggerli al meglio», dice il Dr. Patrick Roberts del Max Planck Institute, coordinatore della ricerca, dato che restano l’unica fonte vitale non ancora compromessa necessaria per la sopravvivenza di tutti.

Fonte per approfondimenti: Patrick Roberts, Chris Hunt, Manuel Arroyo-Kalin, Damian Evans, Nicole Boivin. The deep human prehistory of global tropical forests and its relevance for modern conservation. Nature Plants, 2017; 3 (8): 17093 DOI: 10.1038/nplants.2017.93

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