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Trump, i sondaggi e la speranza di cambiamento dei suoi elettori

da New York, Loredana Speranza.

8 Agosto 2017 – «È così facile comportarsi in maniera ‘presidenziale’ ed io posso essere il più ‘presidenziale’ di tutti i presidenti dopo Abramo Lincoln», ha sentenziato Trump in uno dei suoi tanti raduni politici tenutosi a Youngstown, in Ohio, in risposta a quanti gli hanno sempre contestato, in tutti questi mesi, proprio il suo atteggiamento molto poco presidenziale. Il confronto con il suo predecessore Barack Obama è d’obbligo ed inevitabile. Questi più moderato, carismatico, colto, spiritoso e con una grande proprietà di linguaggio, molto predisposto verso la stampa, idolatrato da Hollywood. Dall’altro lato, Donald Trump, un uomo ruvido, diretto, narcisista, dispotico, poco incline al confronto, specie con i giornalisti che considera la sua nemesi.  Un presidente anticonvenzionale che risponde per le rime a quanti lo criticano, attraverso un canale, anch’esso anticonvenzionale, per un Presidente, Twitter. Ogni pensiero, risposta e anche affermazioni molto gravi, come quella più recente di vietare ai trasgender di arruolarsi, vengono annotati su questa sorta di diario pubblico. Che mina le fondamenta della libertà e la sicurezza di un paese, perché Trump non è più solo un manager multimiliardario ma il presidente degli Stati Uniti e le sue parole pesano come macigni.

L’apprendista. Il neoeletto direttore della comunicazione alla Casa Bianca, Anthony Scaramucci, poi rimosso dall’incarico dopo soli 10 giorni, durante un’intervista alla CNN aveva candidamente ammesso che se Trump non fosse stato d’accordo con il suo operato ed i contenuti delle sue interviste, glielo avrebbe fatto sapere tramite Twitter, invece che parlarne a voce. Sembra che il presidente Trump sia ancora imprigionato nel suo ruolo da produttore e conduttore dello show che lo ha visto protagonista per undici stagioni, The apprentice, l’apprendista. Durante gli episodi, aspiranti manager dovevano superare delle prove di abilità manageriale, e il premio finale era quello di essere assunto alle dipendenze di Trump guadagnando un quarto di milione di dollari all’anno. Ogni episodio terminava con l’eliminazione di un concorrente con la famosa frase “You are fired”, sei licenziato. Ma questa è la realtà.  Importanti canali informativi come la CNN, la CBS e la NBC e le grandi testate giornalistiche come il New York Times, lo hanno sempre considerato inadeguato a rivestire un ruolo politico. Talk show in prima e seconda serata lo dipingono come un ‘pagliaccio’. Gli oppositori politici come un uomo pericoloso, un ‘chaos’.  Gli elettori di Hillary non vogliono essere rappresentati al mondo da un presidente che viene ritratto come un ‘cartone animato’. Ogni sua parola, ogni azione viene scrutata attraverso la lente di ingrandimento. Non gli si perdona nulla, non gli viene giustificato nulla.

Il gradimento. Subito dopo essere stato eletto e aver tenuto il suo primo discorso al congresso ed alla nazione, molti lo avevano plaudito, persino la stampa. In quel discorso, moderato, maturo, ove sollecitava una unione tra tutte le parti per superare ogni differenza, Trump sembrava avesse abbracciato l’idea della presidenzialità, consapevole della grande responsabilità di essere diventato il padre di tutti gli americani e il più potente uomo al mondo. Il Russiagate, il pericolo imminente di un ‘empeachment’, il suo rifiuto alla problematica del cambiamento climatico, il divieto per i trasgender di arruolarsi, secondo una recente statistica, sembra che gli stiano alienando anche i consensi del suo elettorato. Oggi a distanza di diversi mesi dal suo insediamento a Washington, circa il 68% della popolazione non lo considera un esempio positivo, ed il 56% considera il suo atteggiamento dannoso alla presidenza. È notizia di pochi giorni fa anche una falla nella sicurezza nazionale, con trascrizioni di telefonate, di circa 6 mesi prima, intercorse tra Trump ed il primo ministro Australiano, su un impegno, che Barack Obama aveva fatto, di accogliere 1250 rifugiati negli Stati Uniti; e tra Trump ed il presidente del Messico, sulla questione del muro. Il colloquio riportato in quest’ultima, dove Trump chiede a Enrique Peña Nieto di pagare per la costruzione del muro, sembra un episodio tratto dai ‘Simpson’, il cartone animato che, nel 2000, profetizzò l’ascesa di Trump alla Casa Bianca, come qualcosa allora dissacrante e inverosimile. Ma è pur vero che le statistiche avevano predetto una vittoria schiacciante di Hillary su Trump.

Qualche giorno fa Trump ha presenziato ad un raduno in Huntington, in west Virginia, davanti ad una massiccia presenza dei suoi sostenitori, in fila per ore in attesa di poterlo ascoltare. In quello stesso raduno il governatore Jim Justice, democratico da generazioni, ha annunciato di lasciare il suo partito per entrare nelle file repubblicane. Un annuncio destabilizzante per il partito d’opposizione che, con l’Obamacare, lo consideravano ormai sconfitto.

La speranza. Ma Trump rappresenta ancora per i suoi elettori una speranza di cambiamento. Per loro egli è il portavoce dei veri pensieri della gente, libero da ipocrisia. Proprio questo suo modo diretto, senza filtri, politicamente incorretto gli ha permesso di vincere, perché ha parlato alla pancia di una fetta di Americani, facendosi portavoce di un malcontento e sfiducia crescente verso la ‘politica’. Per la prima volta, un uomo ‘comune’ (per quanto ‘comune’ egli possa essere) e non un ‘politico’, ha di nuovo riacceso le speranze. La difficoltà di confrontarsi pacatamente, di spiegare le sue ragioni, di giungere ad un compromesso non infastidisce i suoi elettori, perché egli è un cane sciolto che parla il linguaggio della gente comune; perché, per quanto difficile possa essere, sembra che si stia impegnando a mantenere le promesse fatte durante la campagna elettorale. Il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America non è certo l’emblema della presidenzialità ma rappresenta, comunque, l’emblema del vincente, che non avrebbe avuto nessuna necessità di candidarsi se non per “make America great again”.

Trump ha davanti a sé una lunga e tortuosa strada da percorrere e gli americani, almeno una gran parte, chiedono di lasciarlo lavorare in pace, del resto, dicono: «Roma non è stata costruita in un giorno».

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