Pubblicato il: 25 agosto 2017 alle 7:30 am

«Ho vinto io», lo stalker che sfida la vittima e la legge Il caso del persecutore di Milano arrestato due volte in pochi giorni riaccende il dibattito sulle misure di contrasto alla violenza di genere. La criminologa De Falco: «Detenzione ma anche rieducazione»

di Marzio Di Mezza.

Milano, 25 Agosto 2017 – «Ho vinto io». In meno di una settimana viene arrestato due volte per stalking.Dopo il primo arresto, durato pochi giorni, telefona alla sua vittima per dirle: «Sono fuori, ho vinto io». La polizia, poi, lo ha fermato mentre seguiva la madre della sua ex compagna. A giugno scorso aveva cominciato ad aggredire verbalmente e fisicamente le due donne ricevendo anche un divieto di avvicinamento alle sue vittime. L’episodio, accaduto a Milano, ha riaperto le polemiche sulla effettiva efficacia delle misure nei confronti degli stalker. L’impegno delle forze dell’ordine è massimo ma l’opinione pubblica non vede di buon occhio il fatto che spesso gli aggressori vengano rilasciati e anche in tempi brevi.

«I tempi stretti e la scarcerazione immediata dopo il primo arresto fanno pensare che non sia stato convalidato il primo arresto o che non sia stata disposta la misura cautelare – spiega la criminologa Caterina De Falco -. Che però doveva essere disposta, in quanto sussisteva il pericolo di reiterazione avendo, il soggetto, precedenti specifici e avendo pure manifestato l’intento persecutorio che è tipico del reato di stalking. Non ho potuto leggere il provvedimento, si tratta di un caso un po’ particolare, di cui non abbiamo informazioni dettagliate. Certo, se tra le forze dell’ordine serpeggia un pensiero del tipo “noi lo prendiamo e poi lo scarcerano”, pensiero che poi dissuade le persone a rivolgersi alle autorità giudiziaria o alle forze di polizia, questo non va bene».

Ma la violenza non si ferma. E’ come se strutturalmente mancassero i mezzi per fermarla. Le leggi sono sufficienti? La giustizia ce la mette tutta per arginare questo tipo di reato? I sistemi rieducativi quanto sono utili? Dubbi, più che domande. Con una certezza: «La violenza sulle donne è una sconfitta per tutti», come recitava lo striscione di 18 metri esposto nel 2012 davanti alla sede nazionale della Cgil.

 

Dottoressa De Falco, il divieto di avvicinamento costituisce un reale deterrente per lo stalker?

«Badando all’aspetto criminologico, ma lambendo quello giuridico, la misura del divieto di avvicinamento – benché si tratti di misure singolari, precautelari – ha dimostrato di avere una efficacia deterrente, capace di dissuadere le persone a commettere ulteriori atti persecutori. Chiaramente, bisogna anche dire, il potere di dissuasione ha una sua efficacia nei confronti di persone che hanno un certo controllo del proprio agire, che non siano affette da disturbi patologici tali da non temere neanche l’ammonimento».

 

L’analisi criminologica, in casi come quello di cui stiamo parlando, in che modo punta a comprendere le dinamiche psicologiche?

«Quando analizziamo questo genere di fenomeno le analisi sono sempre a più livelli. Spesso ci si concentra solo sull’autore del reato. Una novità dagli studi psichiatrici invece ci dice che al di là dei possibili disturbi di personalità, non ultimo il disturbo borderline, è anche la relazione in sé patologica tra vittima e autore che va considerata. Quando è la relazione in sé a implementare il disturbo. Dobbiamo poi guardare anche alla vittima. A volte sono persone che inconsapevolmente tendono ad avere relazioni con dei potenziali persecutori, proprio coloro i quali, poi, compiono su di esse atti di sopraffazione o di violenza psicologica, verbale e così via. Nel caso di questo signore, l’iter giudiziario che non ha portato alla disposizione di una misura cautelare ha fatto si che in lui si incentivasse una sorta di senso di onnipotenza, al punto da fargli affermare: ho vinto io. Ripeto, non sappiamo cosa sia successo perché non ho letto le carte, ma la sua oltre a essere una sfida nei confronti della vittima è anche nei confronti dell’autorità. E questo è un altro aspetto che va assolutamente considerato. Ci auguriamo che venga convalidato l’arresto».

 

Forse non basta la giusta misura restrittiva. E’ corretto dire che in questo tipo di reati il problema non si esaurisce con il carcere?

«Questo è un altro problema. Anche nei casi in cui vengono condannati, purtroppo abbiamo sempre a che fare con istituti penitenziari che molto spesso non sono pronti ad affrontare percorsi di rieducazione, soprattutto per soggetti che hanno disturbi psicologici.

Percorsi fondamentali, perché sennò esiste il pericolo che il reato venga reiterato alla fine della condanna. Bisogna lavorare di più dal punto di vista strutturale. Sulla rieducazione, così come contemplato dall’articolo 27 comma 3 della Costituzione. E come Paese siamo stati più volte ammoniti per questo. Anche in strutture sovraffollate, laddove siano stati adottati dei programmi che puntassero sulla rieducazione, essi si sono rivelati efficaci. Porto l’esempio del carcere di Cosenza, con il metateatro. Hanno verificato nel tempo che i detenuti coinvolti, attraverso la drammatizzazione, hanno rielaborato il loro percorso di vita e il percorso criminale compiuto e non sono tornati in carcere. Dobbiamo lavorare su una efficace rieducazione di questi soggetti, lavorare di concerto con figure professionali e che non sempre, per quanto istituzionalizzate, sono in numero adeguato in relazione al numero di detenuti».

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