Pubblicato il: 8 marzo 2018 alle 1:18 pm

La rivoluzione francese al femminile: ritratto di Eleonora Pimentel Fonseca Ci sono che donne che lasciano il segno, con lei nacque la figura di intellettuale per il quale letteratura e filosofia divennero impegno e azione politica sino al sacrificio della vita

di Caterina Slovak.

Roma, 8 Marzo 2018 – Ci sono donne che, in un modo o nell’altro, hanno lasciato un segno indelebile nella storia del loro paese, dell’arte, della cultura o della scienza. Donne famose, non perché assediate dai paparazzi o perennemente sotto la luce dei riflettori. Donne famose perché sono state protagoniste di una pagina di storia, ne hanno scritto righe o capitoli interi. Dalle regine alle imperatrici, fino alle scrittrici, passando per le artiste, le cantanti, le educatrici e le religiose, le donne da nominare, forse, sarebbero troppe.

Loro, le donne che hanno lasciato davvero il segno, hanno dimostrato di eccellere nel loro ambito, di giocare un ruolo da vere protagoniste nella loro epoca, nella ricerca scientifica, nell’arte, nella politica o nella letteratura.

La bella Eleonora Fonseca, stimata dal Voltaire e dai letterati del tempo, profondamente ammirata da Benedetto Croce, è una donna settecentesca su cui tanto si è scritto, tanto da farla apparire una martire santificata e sacrificata per la causa rivoluzionaria, mentre per i Borbone non era che un’esaltata mentale, senza mezzi termini, un esempio negativo di donna che pur di fare storia ha sacrificato se stessa, dissacrando  con un divorzio  i canoni di una donna rispettabile: marito, chiesa e sacra famiglia.

In realtà una donna coraggiosa, fortificata dalle sofferenze di una vita di coppia infernale, un figlio mancato, un qualche amore impossibile nascosto nel cuore, una donna a cui quella vita non diede modo di realizzare i desideri più dolci, ma le concesse di morire libera e sola, nella sua individualità di donna fuori da quel tempo.

La scrittura è stato forse questo l’unico dono concessole, l’unica arma che lei seppe usare come una spada per sedare la sofferenza di un figlio morto, a difesa ed esaltazione della causa rivoluzionaria.

Ma non sono solo gli scritti di Eleonora che ora restano per ricordarla, è il suo esempio di vita, il coraggio con cui si aggrappò a quello che alla fine fu il suo unico e vero bene: la libertà. Libertà di pensiero, di azione, libertà di vivere andando controcorrente, precorrendo i tempi. Libertà di amare intensamente un ideale,  un amore impossibile.

La sua vita di Eleonora è stata da sempre costellata di misteri, basti pensare alla sua data di nascita, rimasta incerta fino agli inizi del Novecento, quando un’appassionata ricercatrice, Clelia Bertini Attili, riuscì a trovare l’atto di nascita  nei registri dei battezzati della chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma.

Anche l’unico ritratto di lei non sarebbe autentico, bensì  postumo e realizzato attraverso  il ricordo di chi l’aveva conosciuta.

Nata quindi a Roma il 13 gennaio 1752 dallo spagnolo don Clemente Henriquez de Fonseca Pimentel Chaves de Beja e dalla portoghese Caterina Lopez  de Leon, Eleonora si trasferì a Napoli con la sua famiglia nel 1756 all’età di quattro anni, quando l’ambasciatore portoghese a Roma, a causa dell’incrinarsi dei rapporti tra Chiesa e Portogallo, emanò tre editti che intimavano ai sudditi portoghesi residenti nello Stato della Chiesa di uscirne entro un mese.

A Napoli, la famiglia di Eleonora abitò nel popolare quartiere di Santa Teresella degli Spagnoli, di fronte all’omonima chiesa. Il nucleo familiare era costituito, oltre che da Eleonora, dai genitori ed i due fratelli Michele e Giuseppe, da Maria Lopez, sorella di Caterina e moglie di Ferdinando Fonseca, e dai suoi due figli. Da Roma era arrivato anche l’abate Antonio Lopez che si sarebbe occupato dell’educazione di Eleonora. A sedici anni già conosceva il latino e il greco e componeva versi; studiosa di scienze matematiche e fisiche, di filosofia, economia e diritto pubblico, scrisse sull’abolizione della chinea e contro il feudalesimo, ed espose persino progetti di riforme economiche; fu ammessa all’Accademia dei Filateti sotto lo pseudonimo di Epolinfenora Olcesamante, anagramma del suo nome. Dopo pochi mesi venne accolta nell’ Arcadia con il nome di Altidora Esperetusa.

Eleonora era solita pubblicarne un sonetto per ogni occasione, soprattutto matrimoni, come quello composto in occasione delle nozze di Ferdinando e Carolina o del Signore Serra di Cassano, Tuttavia, ciò che l’avrebbe resa celebre per sempre  fu la creazione del Monitore Napoletano, il giornale del governo rivoluzionario redatto durante i 5 mesi di vita della Repubblica Partenopea, gli ultimi della sua esistenza.

Il 4 febbraio 1778 sposò Pasquale Tria de Solis, tenente del reggimento del Sannio e abitò con lui in un palazzo in Via della Pignasecca. Oltre ad una grande infelicità coniugale, Eleonora patì in quegli anni anche il dolore per la perdita dell’unico figlio Francesco, di soli 8 mesi. Tentò di placare la sofferenza componendo sonetti.

Nel 1785 un inevitabile quanto liberatorio divorzio concludeva l’esperienza matrimoniale; le ferite, tuttavia, sarebbero rimaste vive per sempre. In sede processuale, a prova delle presunte infedeltà della moglie, Pasquale Tria aveva presentato uno scambio di lettere e biglietti tra Eleonora ed il geologo veneziano Alberto Fortis. La corrispondenza tra quest’ultimo ed Eleonora consisteva nel tipico carteggio tra intellettuali, tra le righe del quale si evinceva, tuttavia, una grande tenerezza; Fortis era esasperato nel vederla soffrire per le sevizie del Tria.

Forse gli anni  tra il 1785 ed il ‘99 sono stati per Eleonora i più veri: pur essendo rimasta sola, conquistata la libertà ed una piccola indipendenza economica, poté disporre di una casa propria dove ricevere gli amici, realizzando il suo salotto di patrioti, e da questo lasciare  maturare, poi,  nella sua mente un ideale di libertà estesa a tutto un popolo oppresso.

Giornalista di grande rigore, tenne a battesimo la “Repubblica partenopea” per cui compose l’Inno alla libertà e, nei suoi articoli, criticò violentemente i borbonici sul Monitore, pur se improntati a idealistica ingenuità e a qualche utopistica concezione nei riguardi del popolo, che lei ambiva ad educare alla causa progressista, in adesione alle nuove idee provenienti dalla Francia. La conquista della libertà, infatti, doveva valere soprattutto per  quella  plebe che lei aveva difeso e cercato di trasformare in popolo, un popolo che, tuttavia, senza pietà,  il 20 agosto avrebbe festeggiato in Piazza Mercato la sua esecuzione: “La libertà non può amarsi per metà, e non produce i suoi miracoli che presso i popoli tutto affatto liberi”,  scriveva sul Monitore.

Come tutti i patrioti, Eleonora era ben consapevole dei rischi e delle conseguenze comportate dalle sue scelte. Di lei  l’amico ed esule Vincenzo Cuoco scrisse che  “Si buttò come Camilla nella guerra”.

Le sue prese di posizione erano tutte dirette alla difesa dei diritti dell’uomo. Coerentemente ai suoi principi, non esitò a schierarsi contro il Disegno di Legge che prevedeva il sequestro dei beni dei nemici della Repubblica (la metà dei quali avrebbe dovuto essere usata come indennizzo dei difensori della patria).

Visse con coraggio  il suo sogno di donna intellettuale; in quei mesi aveva ritrovato al suo fianco gli amici di un tempo ed altri venuti da lontano. Anche se soffocato sul nascere, il sogno espresso dalla Repubblica Napoletana avrebbe gettato il seme per la maturazione del movimento del Risorgimento italiano.

Le sue attività non sfuggirono, però, alla polizia borbonica che, sicura della sua partecipazione a riunioni segrete, la fece sorvegliare da spie che la colsero in flagrante, trovando le prove della colpevolezza in una sua corrispondenza epistolare con l’ambasciatore portoghese.

E così nel 1798 fu arrestata e condotta nelle Carceri criminali della Vicaria, che raccoglieva tutti i criminali, da cui fu liberata allo scoppio della guerra contro la Francia. La successiva Repubblica Partenopea ebbe vita breve, ed anche Eleonora fu travolta dagli avvenimenti: mentre cercava di fuggire in Francia, travestita da ufficiale francese, fu arrestata dai borbonici, ricondotta prima nelle carceri della Vicaria e poi al Carmine, dove patì la fame, la sporcizia e l’isolamento, fu processata frettolosamente, nonostante avesse come avvocati i valenti Gaspare Vanvitelli e Girolamo Moles, riconosciuta rea di tradimento, e salì al patibolo il 20 agosto del 1799. Essendo nobile di nascita, la donna aveva chiesto di morire di scure, anziché di impiccata, ma questo privilegio non le venne accordato perché non ritenuta di “nobiltà napoletana”, e le fu pure negata la cordicella con la quale lei avrebbe voluto legare l’orlo della sua veste, affinché non le si aprisse quando il suo corpo sarebbe stato penzoloni sulla forca.

“Forsan et haec olim meminisse juvabit” (E forse un giorno gioverà ricordare tutto questo): furono le parole di congedo alla vita pronunciate da Eleonora prima di avviarsi  al patibolo. Era il 20 agosto 1799  e a Piazza Mercato finiva colei che sarebbe divenuta il simbolo di una rivoluzione.

‘A signora ‘onna Lionora/che cantava ‘ncopp’ ‘o triato,

mo’ abballa mmiez’ ‘o Mercato/Viva ‘o papa santo

ch’ha mannato ‘e cannuncine/pe’ caccià li giacubine.

Viva ‘a forca ‘e Mastu Dunato!/Sant’Antonio sia priato!

Questa macabra satira napoletana fu scritta per la marchesa Eleonora De Fonseca Pimentel, dopo la morte per impiccagione insieme ad altri rivoluzionari giacobini. Con lei cadevano le speranze di una città che, anche al femminile, aveva saputo proporre all’Europa intera un nuovo volto. Non solo feste e balli, sole e mare, maccheroni e lazzaroni, come allora si diceva di Napoli in Europa, ma anche coraggio, cultura e scienza.

Con la rivoluzione napoletana nacque in Italia la figura di un intellettuale nuovo per il quale letteratura e filosofia divennero definitivamente impegno morale ed azione politica sino al sacrificio supremo della vita.  Eleonora ne è stata l’antesignana.

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