Pubblicato il: 10 marzo 2018 alle 9:00 am

Donazione di organi tra pazienti Hiv positivi anche in Italia «Eliminato un fattore di discriminazione senza alterare la sicurezza» ha detto Nanni Costa, direttore Centro Nazionale Trapianti

di Giulio Caccini.

Roma, 10 Marzo 2018 – «Tutti sanno che c’è un’enorme carenza di organi per il trapianto. Ci siamo appellati anno dopo anno alle persone per donare organi quando muoiono o quando muore una persona cara. È importante sollevare questo argomento con i pazienti, giovani e meno giovani. È importante incoraggiare e sostenere la donazione di organi». L’appello è di Art Caplan della Divisione di etica medica presso il Langone Medical Center della New York University. E serve a introdurre un tema importante e dibattuto, negli Usa come nel resto del mondo: quello della donazione tra soggetti sieropositivi.

«Recentemente – continua il ricercatore -, la Johns Hopkins University ha preso un donatore sieropositivo – qualcuno che non sarebbe mai stato considerato un possibile donatore di organi – e ha trapiantato il fegato e un rene in due individui anch’essi sieropositivi. Il tessuto di un donatore ad alto rischio è andato a un destinatario per il quale il rischio potrebbe essere inferiore».

Negli Stati Uniti nel 1988 venne istituita una legge che rendeva illegale per le persone con HIV donare gli organi. E tale pratica non è stata consentita fino al 2013, quando l’HIV Organ Policy Equity (HOPE) ha ottenuto l’approvazione di una norma che consente l’utilizzo di organi per trapianto da donatori HIV positivi a riceventi positivi per lo stesso virus.

Cinque anni dopo gli Usa, l’Italia si adegua. E’ stato il direttore del Centro nazionale trapianti, Alessandro Nanni Costa ad annunciarlo: «E’ in via di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale il protocollo che permette la donazione di organi da pazienti Hiv positivi ad altri pazienti positivi al virus. Una decisione importante – ha poi sottolineato -, che toglie un fattore di discriminazione al soggetto sieropositivo, ovviamente senza modificare la sicurezza con cui viene effettuato un trapianto».

Per anni non è stato possibile discutere di trapianti nelle persone HIV positive: troppo limitata lo loro attesa di vita per considerarli potenziali candidati, sconosciuto l’impatto della terapia immunosoppressiva sull’immunodeficienza preesistente, preoccupante la possibile comparsa di gravi manifestazioni infettive post-trapianto. Il trapianto nei soggetti HIV positivi era considerato un pericoloso e inutile “spreco” di organi; ancora nel 2000, l’infezione da HIV era considerata una controindicazione assoluta al trapianto di fegato o rene.

Negli anni a seguire, sia il successo della HAART (Highly Active Anti-Retroviral Therapy, terapia antiretrovirale altamente attiva, è il termine che descrive l’uso contemporaneo di tre o più farmaci antiretrovirali per il trattamento dell’infezione da Hiv) sia l’avvento di nuovi farmaci, potenti e relativamente tollerabili, hanno cambiato gradualmente ma completamente il quadro nella malattia da HIV. La mortalità è diminuita ma anche le cause di decesso sono cambiate: meno infezioni opportunistiche, meno sarcomi di Kaposi ma aumento delle insufficienze epatiche e renali gravi e delle malattie cardiovascolari. Ne consegue che nei primi anni dell’epidemia, quando c’era un elevato tasso di mortalità a breve termine, la cirrosi epatica non faceva in tempo a manifestarsi; oggi, invece, essa colpisce molte persone con coinfezione da virus epatitici ed è una delle principali cause di morte nelle persone HIV positive. Il trapianto di fegato diventa quindi un’opzione salvavita da prendere in seria considerazione. Discorso analogo vale per lo scompenso renale e il trapianto di rene.

È così che negli ultimi anni in tutto il mondo le politiche sanitarie in materia di trapianti di organi solidi nelle persone sieropositive sono state riviste e nelle Linee Guida di Terapia nazionali e internazionali sono state aggiunte nuove sezioni dedicate ai criteri di selezione dei candidati al trapianto e alle raccomandazioni per la gestione del post-trapianto.

In realtà il ricercatore del Langone Medical Center della New York University Art Caplan si spinge molto oltre: «Potremmo arrivare ad un punto, nel tempo, in cui diremo: anche se non sono HIV positivo, se non riesco a prendere un organo, ne prenderò uno da una persona sieropositiva perché un cuore sieropositivo o il fegato è molto meglio dell’unica alternativa possibile, cioè la morte. E potremo valutare di prendere farmaci immunosoppressivi e i farmaci per l’HIV e ottenere una buona qualità di vita per molti anni, accettando un organo ad alto rischio». La riflessione del medico americano prosegue e si inserisce in un fronte aperto già da tempo negli Usa: «Cosa possiamo fare per ottenere più organi? Penso che usare organi ad alto rischio abbia senso. Tuttavia, i pazienti hanno il diritto di sapere. I pazienti hanno anche il diritto di dire di no se non vogliono farlo. Finché non stabiliremo se ciò sia sicuro ed efficace, dobbiamo considerarlo come una ricerca, non solo come salvare qualcuno dalla morte».

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