Pubblicato il: 22 marzo 2018 alle 9:00 am

Cambridge Analytica, complotto internazionale o scandalo dell’acqua calda? Ci siamo mai chiesti perché la posta elettronica è sempre stata gratuita?

di Giuseppe Delle Cave.

Roma, 22 Marzo 2018 – L’accusa è di quelle che fanno tremare le vene ai polsi: 50 milioni di profili Facebook violati per influenzare le elezioni americane ed il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Europa (la cosiddetta Brexit). Detta così l’impressione è che la Cambridge Analytica da un lato e Mark Zuckerberg dall’altro l’abbiano combinata davvero grossa. Del resto, se così non fosse non si spiegherebbe il clamore che in queste ore ha suscitato la notizia, con la Commissione parlamentare britannica che vuole ascoltare il fondatore di Facebook, il Parlamento europeo che chiede altrettanto, l’agenzia Usa per la tutela dei consumatori che apre un’inchiesta, la società inglese coinvolta (si occupa di analisi di “big data”, dati massivi processati con tecnologie e metodologie innovative) che intanto ha già sospeso il Ceo (l’amministratore delegato).

Il caso – va chiarito – è senza dubbio grave e qualcuno dovrà rendere conto di ciò che ha fatto, ossia di aver abusato della fiducia di 50 milioni di utenti che, in cambio di clausole contrattuali assai precise, ha scelto di cedere dati propri, sensibili, in cambio di uno spazio web. Ma perché l’ha fatto? Ecco, questo forse è il punto che andrebbe meglio indagato. Sul piano squisitamente della comunicazione questo episodio apre infatti scenari per niente inediti. Proviamo ad analizzarne qualcuno. Stiamo parlando di dati reali, legati cioè all’identità fisica e di pensiero della persona, che vengono ceduti in virtù di una nuova forma di vita online, virtuale, non esclusivamente materiale, in una parola: digitale. L’epilogo di cui si discute oggi è che questi dati ad un certo punto finiscono per essere odiosamente ed illegalmente “contrabbandati” per fini di propaganda, e questo è grave, ma sotto c’è una leva emotiva più forte della paura di essere spiati.

Senza voler dunque entrare in valutazioni di carattere giuridico, geopolitico ed etiche, o forse etiche sì, cyber-etiche per meglio dire, si fa davvero fatica a sottacere la tentazione che dietro il caso Cambridge Analytica si celi l’ennesimo scandalo dell’acqua calda. No, perché che quest’episodio metta a nudo il potenziale distorsivo delle notizie dell’era digitale, ci siamo; che evidenzi la pericolosità dei fabbricanti senza scrupoli di fake news (che poi è un fenomeno che esiste da sempre, da tempi della Donazione di Costantino), ugualmente va bene; ma che tutto ciò susciti nei cyber-moralisti a giorni alterni della rete un sentimento di fragilità emotiva che fa pensare che tutti siano manipolati e sotto attacco, è francamente stucchevole.

Oggi si chiama Cambridge Analytica, ieri si sarà chiamato in un altro modo, ieri l’altro in un modo ancora diverso. La sostanza non cambia. Si parla di traffico di dati per influenzare opinioni. Bene. Chiediamoci allora perché sin da quando esiste la mail (o meglio, sin da quando è divenuta di dominio pubblico) la posta elettronica è sempre stata gratuita. Perché gli account ai social non si pagano. E poi chiediamoci anche se, in tempi non sospetti, non siamo stati proprio noi ad essere stati disponibili a cedere una quota della nostra libertà e della nostra riservatezza in luogo di quel desiderio massimo di performatività (intesa come costruzione di un’identità “altra”, di una vita parallela, digitale e più performante) e di profittabilità (il tentativo, spesso riuscito, di ricavare un guadagno dalla nostra vita online).

Ecco, se provassimo a leggere tra le righe di quello che oggi accade scopriremmo, magari, che “la verità” in fondo in fondo non ci interessa più. Che nessuno verifica più niente e non lo fa per ragioni di comodo, oltre che per pigrizia. Che “mi piace” e condivido ciò che è vicino alla mia pancia e non alla mia testa. Che cerco conferma in rete di un giudizio che già ho, di un pregiudizio. Dunque, sono in rete per cercare ciò che oggi condanno per avermelo fatto trovare? E’ più o meno così? Lo scenario di post verità, per cui tutti lavoriamo gratuitamente pubblicando post, foto e quant’altro consumando il nostro tempo libero, porta a situazioni come queste, come quella attuale, in cui – sostanzialmente – tutti cercando di influenzarsi a vicenda, di influenzarci con contenuti e notizie funzionali alle proprie idee. Perché scandalizzarci allora se qualcuno spia i nostri gusti, interessi, tendenze politiche e ci offre contenuti per confermarli? E’ un grande complotto o l’ennesimo scandalo dell’acqua calda?

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