Pubblicato il: 23 marzo 2018 alle 8:30 am

Sei Nazioni ancora fallimentare, l’Italia del rugby è in crisi Per gli azzurri, molto cuore e poca tecnica, l’ennesimo “cucchiaio di legno”. Calandri, Repubblica: «Occorre rivedere la programmazione. Noi fuori dal torneo? No, per ora»

di Giuseppe Picciano

Roma, 23 Marzo 2018 – Nulla di nuovo sotto al cielo del Sei Nazioni: contro la Scozia l’Italia ha appena salvato la faccia, ma ha subito la diciassettesima sconfitta consecutiva in maniera beffarda collezionando il tredicesimo cucchiaio di legno su 19 edizioni. I numeri sono eloquenti. Il giudizio di Massimo Calandri, giornalista di Repubblica esperto di rugby, è tranchant.

«E’ stata sicuramente un’edizione negativa, ciò che possiamo apprezzare sono il coraggio e la determinazione che la squadra ha sfoggiato contro la Scozia per buona parte della gara. Sono le uniche armi di cui l’Italia dispone e con le quali dovrà affrontare i prossimi impegni. Non c’è alternativa fino a quando non si alzerà il tasso tecnico della nazionale».

Sembra, e non da oggi, che l’Italia sia incapace di reggere gli 80 minuti di gara e di giocare più spesso alla mano nei momenti caldi della gara per imbrigliare gli avversari. E’ d’accordo?

«Purtroppo è così, quando si preferisce il calcio di rinvio nell’area opposta anziché giocarsela alla mano significa che fisicamente si è a corto di energie, si fatica ad avanzare e allora si regalano palloni agli avversari. La Scozia ha subito il nostro gran bel primo tempo e parte del secondo, poi si è organizzata recuperando in breve dodici punti di distacco, beffandoci nel finale. Reputo la Scozia la squadra più brillante del torneo insieme all’Irlanda ed è guidata da un ottimo tecnico come Towsend. Purtroppo i tempi sono cambiati. Quando nel 2000 l’Italia è stata ammessa nel torneo era una signora squadra, oggi il tasso tecnico è calato e con l’organico a disposizione si fa quel che si può. Tuttavia la circolazione di palla dei n ostri è migliorata ed è un buon segno».

Il tecnico irlandese O’ Shea, che lei ha definito il più perdente di sempre, si dice fiducioso: dichiarazione di prammatica o ha ragione?

«Con l’attuale parco giocatori, tutto questo ottimismo mi genera qualche perplessità. Nella partita di sabato abbiamo letteralmente scoperto Pollegri e Negri, due giocatori che nemmeno i compagni di nazionale conoscevano. Sono cresciuti in Inghilterra, la federazione li ha reclutati e quindi non c’entrano con l’auspicato progresso del movimento di base di cui avremmo tanto bisogno. Che poi siano stati anche tra i migliori in campi è un’altra storia».

Cosa c’è da imputare dalla federazione?

«Non c’è mai stato un vero investimento sui club. I soldi del 6 Nazioni sono arrivati, ma forse sono stati spesi male. Si è pensato prima alla nazionale, poi a creare le franchigie per affrontare il Pro 14 sacrificando i campionati. Così, in mancanza di grandi sponsor, i club non crescono e non cresce il livello tecnico del rugby. Diciamo che c’è stata poca lungimiranza».

Di fronte alle fallimentari prestazioni dell’Italia molti, soprattutto in Inghilterra, si sono chiesti se sia ancora il caso di tenere dentro la nostra nazionale nel torneo oppure creare un meccanismo di retrocessione-promozione con il cosiddetto Sei Nazioni B. Secondo lei, Calandri, il XV italiano è davvero in odore di taglio?

«L’ingresso dell’Italia nel torneo, diciotto anni fa, si deve ad alcune circostanze favorevoli. Innanzitutto alle imprese di una squadra guidata da un grande tecnico come George Coste e piena di ottimi giocatori; poi senza dubbio all’abilità diplomatica dell’allora presidente Dondi che riuscì a imporre l’Italia a scapito della Romania che probabilmente meritava più di noi quel riconoscimento, ma aveva pagato anche il caos nel quale era caduto il movimento nazionale in seguito al crollo del Muro di Berlino. Per tornare alla domanda, fino al 2024 per contratto non dovrebbero esserci scossoni nella struttura del torneo. Poi diciamoci la verità: con tutto il rispetto è certamente più affascinante una trasferta a Roma in uno stadio pieno che nella remota Georgia, che aspira a entrare nel torneo. Tuttavia se il fattore commerciale è quello determinante bisogna muoversi, cosa vieterebbe a un colosso come la Russia, che oggi partecipa al cosiddetto Sei Nazioni B, di riorganizzare il movimento, formulare un’allettante proposta commerciale e chiedere formalmente l’ingresso nel Sei Nazioni? A quel punto ci accompagnerebbero cortesemente alla porta. Bisogna stare attenti e lavorare per rendere l’Italia il più possibile competitiva, ma con strategie differenti».

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