Pubblicato il: 29 marzo 2018 alle 8:30 am

Nasce ad Arezzo la Sartoria della Solidarietà Volontarie che, in passato, hanno lavorato per colossi dell’abbigliamento, cuciono abitini per bambini da inviare nelle missioni del terzo mondo

di Arcangela Saverino.

Arezzo, 29 Marzo 2018 – La Toscana e, in particolare, Arezzo vantano un’antica esperienza nell’ambito della sartoria e, per non disperdere tale tradizione, nella città aretina è stata inaugurata, su iniziativa dell’Auser, la Sartoria 8 marzo. Il laboratorio è composto da volontarie che, in passato, hanno lavorato per colossi dell’abbigliamento che anni fa hanno portato il nome di Arezzo in tutto il mondo: ex operaie della Lebole che, oggi, cuciono abitini per bambini da inviare nelle missioni del terzo mondo, realizzano Pigotte per l’Unicef e lavori sartoriali per i mercatini di beneficienza. «Il nostro interesse era di valorizzare tale esperienza: da qui nasce l’idea di realizzare il laboratorio sartoriale» dichiara a neifatti Franco Mari, presidente dell’Auser Arezzo. La scelta del nome e del giorno dell’inaugurazione, 8 marzo, non è causale: «Il valore di tale ricorrenza non può limitarsi ad un singolo giorno» – continua Mari – «Attraverso tale progetto vogliamo che l’otto marzo duri 365 giorni, tutto l’anno. Come possiamo contrastare i sempre più crescenti casi di femminicidio, se non accrescendo e valorizzando le nostre tradizioni culturali che, spesso, riconoscono l’importanza della donna?». Un progetto che pone al centro il valore della convivenza tra uomini e donne e il rispetto dei diritti individuali, ma che si pone anche l’obiettivo di aiutare chi è in difficoltà e di insegnare l’arte del cucito alle nuove generazioni.

Ad Arezzo tantissime ex leboline hanno trascorso buona parte della vita dietro una macchina da cucire, come Marina Bonini e Nadia Cerofolini che alla Lebole hanno passato rispettivamente venti e trent’anni. Oggi sono volontarie dell’Auser nella Sartoria «Sono stati anni belli e difficili – hanno raccontato – Siamo entrate giovani in fabbrica e all’inizio non è stato facile. Cambiare, adattarsi, passare tutto il giorno dietro ad una macchina con un lavoro abbastanza ripetitivo. Ma è stata una rivoluzione che ha portato a noi, alle nostre famiglie e a tutta la città un grande benessere. Abbiamo potuto aiutare i nostri genitori e far studiare i nostri figli. Era un bel momento, il lavoro non mancava a nessuno. E poi venivamo dalla miseria ed avevamo voglia di darci da fare. E’ peggio adesso per i giovani di oggi, che hanno davvero poche possibilità di affermarsi».

Donne che, all’interno della sartoria, trovano un centro di aggregazione dove rivivere le gioie di un tempo, raccontare le esperienze, ricordare momenti gioiosi e festosi «I dolori, il ginocchio che fa male, lì dentro vengono dimenticati. Si riscopre, in questo modo, il valore della socializzazione che, negli ultimi tempi, ha sempre meno importanza» ci dice il presidente. Il desiderio di socializzare che si unisce al desiderio di aiutare e di insegnare, attraverso l’organizzazione di corsi che danno i primi rudimenti del cucito alle “giovani leve”.

Il progetto sartoriale è finanziato attraverso le piccole iniziative organizzate dall’Auser, come la raccolta fondi in occasione di mercatini di beneficienza. Per tale motivo, diventa  fondamentale spiegare alle persone l’importanza delle donazioni attraverso il 5 x 1000, unica fonte di sostentamento dell’associazione. A tale fine, ancora una volta, facciamo appello allo spirito solidaristico dei nostri lettori.

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