Pubblicato il: 30 marzo 2018 alle 8:00 am

Esempiocratici o benaltristi, il popolo della rete nell’era in cui la politica si fa con i meme Esisterà una terza via a questo tipo di comunicazione non collaborativa?

di Giuseppe Delle Cave.

Roma, 30 Marzo 2018 – “Danno il buon esempio”. “Ci vuole ben altro”. Esempiocrazia e benaltrismo appaiono sempre più due facce della stessa medaglia, due facce di una società che rifiuta la complessità ed è sempre più alla ricerca di soluzioni facili.

Non c’è da mostrarsi sorpresi, dunque, se anche il lemmario della nuova politica, quella del “presente” – una dimensione non tanto temporale quanto concettuale che tende a dilatare l’oggi, in cui tutte le carte sono giocate in una sola manche e nell’ottica del risultato immediato, del facile compenso reputazionale – fondi la sua ragion d’essere sulla capacità di formulare espressioni segniche in grado di scovare tra le corde dei pubblici più disparati i significati latenti e le associazioni di senso più stridenti che riguardano i modi di pensare.

Tali associazioni sono basate sul principio di contrasto. Robert Cialdini nel suo saggio “Le armi della persuasione” le definisce “euristiche”, delle scorciatoie cognitive che consentono alla mente di non sforzarsi troppo per individuare ciò che è buono e ciò che non lo è. Un meccanismo semplice, utilizzato anche in fotografia, laddove per contrasto s’intende la differenza tra il valore più alto (il punto più luminoso dell’immagine) e il valore più basso (il punto cioè più buio della foto). Nella propaganda della rete, fatta di meme (contenuti, spesso grafiche, meglio se ironici, che si propagano via web con le condivisioni e il passaparola digitale) e di video che aspirano a diventare virali, la logica è però capovolta: si parte da un esempio negativo per contrapporre ad esso uno positivo e tentare così di addivenire ad un senso condiviso (consenso). È questa la bussola che guida i paladini di quella che potremmo definire “esempiocrazia”, ovvero di una forma di potere mediatico, persuasivo e, appunto, propagandistico, che fonda le proprie radici sulla “retorica del buon esempio”, anche quando si rivela sterile e fine a se stesso. Una retorica che negli ultimi anni ha progressivamente sostituito “l’azione” con “il segnale”, privilegiando in questo modo la logica dell’esemplarità rispetto a quella del fatto, dell’azione concreta e di sistema, in grado di affrontare i fenomeni nella complessità rappresentata dalla loro durata. “Non risolverà il problema ma si dà un segnale”, è una delle espressioni di più in voga e anche tra le più acclamate dai pubblici della rete. Ne deriva che pure buona parte delle dinamiche alla base della costruzione e dell’espressione del consenso finiscono per appartenere a processi di natura molto diversa dal confronto, dal ragionamento, dalla riflessione e quasi mai sono ispirate da logiche di verifica, approfondimento, studio. Si pensi al cosiddetto “voto di protesta”, un malessere che assume la forma di reazione ed è dovuto, in buona sostanza, ad atteggiamenti lontani dal proprio modo di pensare (quando spontaneo) o indotti ad arte da contenuti basati proprio sul principio di contrasto e capaci di orientare su questa o quella forza politica il gradimento della rete sulla scorta di sentimenti che potremmo definire di “pancia” come rabbia, paura e risentimento (quando invece esso è spintaneo).

Altra cosa è poi il “benaltrismo”, che ha una natura più snobistica, di maniera, quasi radical chic, e serve a dimostrare che la tesi sostenuta dall’interlocutore non è tra le più importanti in quel dato momento, non rientra tra le priorità. Quest’atteggiamento fa leva tuttavia su una duplice accezione, positiva (“c’è altro a cui pensare, ci sarà tempo anche per questo…”) e negativa (“ora c’è bisogno di ben altro…”).

Entrambe le tendenze, sia quella esempiocratica o esempiocentrica che quella benaltrista, sottendono un tipo di comunicazione non collaborativa, in cui non c’è dialogo ma un unico grande vettore che è quello identitario. Al pregiudizio, tipico meccanismo di sopravvivenza cognitiva nell’era del digitale, si aggiunge qui il concetto di fedeltà, fedeltà verso il meme che ha fatto breccia dentro di noi, verso i contenuti di un video o, ancora, verso un messaggio veicolato dal leader. Ogni tentativo di instaurare un dialogo con il proprio interlocutore ha in sé una percentuale altissima di fallimento, perché sarà avvertito come una minaccia e produrrà dunque un arroccarsi sulle proprie posizioni ed un ringalluzzimento.

Resta solo da chiedersi allora se vi sarà presto una terza via o se saremo costretti anche in futuro a conquistarci uno spazio di attenzione cognitiva e per comunicare soltanto attraverso esempi o snobbando esempi, dando vita in questo modo ad una sfiancante ed improduttiva guerra di video e meme in cui tutti dicono cose ma nessuno le discute perché rifiuta il dialogo.

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