Pubblicato il: 14 aprile 2018 alle 7:35 am

Storia tragica della Siria, scrigno d’Oriente devastato dalla brutalità della violenza Da quando, nel 2011, è cominciata la sanguinosa guerra civile, un popolo è in fuga da massacri e stragi, mentre le potenze mondiali si affrontano per la supremazia nell’area. E Assad prospera

di Danilo Gervaso.

Damasco, 14 Aprile 2018 – Dopo l’estate del 2014, chi ha lasciato la Siria ha potuto vederla solo da lontano, assistendo impotente al massacro del suo popolo, della sua nazione. Raccontare una guerra non è mai facile, e quando i morti hanno costantemente, come in questo caso, i volti di bambini, lo sforzo è senza dubbio immane.

Terra di conquista già per Alessandro Magno, la Siria divenne una satrapia dell’Impero greco-macedone, mescolando elementi orientali e greci, prima di diventare provincia romana. Fu invasa ed occupata poi dagli Arabi nel VII secolo. Oggi il gruppo etnico e culturale dominante è quello arabo, con minoranze di Curdi e Armeni. Gli anni di guerra ci hanno mostrato purtroppo immagini terribili anche per quanto riguarda il patrimonio del paese: distruzioni devastanti, alcuni monumenti scomparsi dalla faccia ella terra, come Palmira, la città del deserto, patrimonio Unesco, dove molti dei templi in stile greco-romano, sono stati distrutti, le città vecchie di Damasco e Aleppo, un tempo tra le più importanti del Medio Oriente. Qui i turisti percepivano lo stile di vita ancestrale, grazie alla scoperta delle tecniche idrauliche, i metodi di coltivazione, i tipici muri di protezione, i bagni termali e le chiese.

Fino al 2011 essere siriani significava essere fieri delle proprie origini mediorientali, delle bellezze della Siria, dei suoi sapori, della sua musica, della sua poesia, dell’apertura mentale e dello spirito conciliatore e fraterno del suo popolo. Ma al tempo stesso la questione siriana era un vaso di Pandora che non bisognava aprire.

Si sapeva del regime, delle torture, della corruzione, delle persone scomparse misteriosamente, delle tensioni sociali, della mancanza di libertà e pluralismo, di un’apparenza che, come una bella tela, nascondeva ogni nota stonata.

Le notizie arrivavano in occidente frammentate, imprecise. La prima volta che abbiamo capito che qualcosa non andava è stato nel marzo del 2011, quando la popolazione siriana scese in piazza per protestare contro il presidente Bashar al-Assad, leader indiscusso del Paese. Le proteste erano conseguenza delle varie ribellioni popolari spesso sedate nel sangue, anche in altri Paesi arabi, le così dette Primavere arabe. In Siria i manifestanti, in maniera pacifica, chiedevano maggiori diritti civili, e, in un primo momento, le proteste non avevano l’obiettivo di destituire Assad. Tuttavia, il dittatore decise di reagire con la repressione violenta. Con la creazione dell’Esercito Libero Siriano, formato inizialmente da alcuni disertori dell’esercito regolare si è arrivati all’inizio della guerra civile, che in poco tempo ha assunto una rilevanza a livello internazionale.

Bisogna, infatti, considerare che la Siria vanta una posizione strategica in Medio Oriente e che vari Stati sono interessati a sfruttare il conflitto per vari e diversi motivi: chi desidera uno sbocco navale sul Mediterraneo, chi mira alla destituzione di Assad per esercitare un maggiore controllo del Medio Oriente.

All’interno del Paese il regime ha creato negli anni un clima di sospetto fatto di delazioni e inimicizie, favorito dalla divisione delle città in due zone: a est i ribelli, quindi i cattivi, e a ovest i sostenitori del regime, quindi i buoni. Ma la stragrande maggioranza degli abitanti era già fuggita negli anni. Chi è rimasto in parte si è schierato, in parte non si è espresso, pur di sopravvivere, ed ha assistito al delirio del potere e della repressione, quello che noi vediamo, lontani, in tv: città assediate, l’intensificarsi dei bombardamenti, la distruzione di tutti gli ospedali, evacuazioni forzate, colonne di civili in fuga e colpiti mortalmente dalle bombe mentre lasciavano per sempre le loro case, autobus pronti ad allontanare bambini, donne, giovani e anziani in lacrime dalle proprie radici.

Sono passati 7 anni, buona parte della Siria non esiste più, devastata dai bombardamenti, dalle esplosioni, dalle violenze, molte città sono irriconoscibili. E i corpi dei bambini invadono prepotentemente le nostre case uscendo dagli schermi, stragi che richiamano alla memoria altre stragi, olocausti infiniti.

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