Pubblicato il: 20 aprile 2018 alle 8:00 am

Denuncia il pizzo, le istituzioni lo abbandonano Daniele Ventura racconta la sua storia e quella del sogno diventato incubo in un Paese in cui “chi ti chiede di denunciare poi ti lascia solo”

di Arcangela Saverino.

Palermo, 20 Aprile 2018 – “Questa è la mia storia, la storia di un bambino divenuto ragazzo che ha combattuto contro la sua paura più grande, una paura chiamata Cosa nostra”. Inizia così il libro “Cosa nostra non è cosa mia” pubblicato dalla casa editrice La Zisa, con cui Daniele Ventura racconta il suo sogno di diventare imprenditore nella sua città, andato in frantumi perché minacciato dalla mafia e, poi, abbandonato dallo Stato italiano, “lo stesso Stato che prima ti chiede di denunciare il racket, ma che poi ti lascia in preda alle conseguenze delle tue denunce, solo e disperato”.

Daniele ha imparato a distinguere la differenza tra legalità e illegalità fin dall’infanzia, trascorsa a Brancaccio, un quartiere della periferia di Palermo con mille contraddizioni e tanta criminalità, “il rione dove la mafia ha ucciso Don Pino Puglisi”: qui, fin da piccoli, si impara a convivere con la paura. A 27 anni si è trovato a combattere una battaglia troppo grande per chiunque, denunciando Cosa Nostra. «Ho sempre lavorato, ma quasi sempre sfruttato – racconta a neifatti.it Questa è stata la motivazione che mi ha spinto ad avviare un’attività tutta mia: un bar, tra il porto e piazza Politeama». E’ il 2010 e, dopo avere provato invano ad entrare nella facoltà di Infermieristica e di Medicina, Daniele decide di rimboccarsi le maniche e realizzare il suo sogno grazie ai fondi europei erogati da Invitalia, l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa. Con grande entusiasmo e determinazione inizia un iter burocratico lungo e snervante perché vuole fare tutto in regola, rispettando le leggi e le procedure. Nel giro di sei mesi nasce il New Paradise (“il mio sogno doveva essere un paradiso del gusto per la gente palermitana”, scrive nel libro): un bar su due livelli, con due ingressi, tre saracinesche e circa quaranta posti a sedere.

Il sogno di Daniele, iniziato l’11 giugno 2011, si trasforma in un inferno solo dopo tre giorni, quando alla porta del suo locale bussa un malacarne del Borgo Vecchio (si scoprirà essere Francesco Chiarello, implicato nell’omicidio dell’avvocato Fragalà) che, con fare minaccioso e dialettale gli chiede “ma tu vai a casa delle persone senza chiedere il permesso?”. Perché, in quel quartiere di Palermo, è la mafia che autorizza ad aprire un’attività. E’ la mafia che rilascia la “sua” licenza e che decide se sei in regola, no lo Stato: “poiché tutto ha un prezzo, e spesso è un prezzo caro”, per essere in regola con la criminalità organizzata, il nuovo arrivato deve pagare il pizzo e anche subito.

Daniele teme ritorsioni per sé e per la sua famiglia, perché nel frattempo il suo estorsore ha messo in allarme gli altri esercenti della zona: se non paga, le conseguenze ricadranno anche su di loro. Non gli resta che cedere e pagare una somma di 500 euro. Ha paura, ma non ha dubbi sulla cosa giusta da fare: va alla Direzione Investigativa Antimafia e denuncia i suoi aguzzini (“Come puoi stare tranquillo sapendo di aver pagato Cosa nostra? Di finanziare mafiosi, assassini, delinquenti?”). La denuncia non segna la fine di un incubo, ma l’inizio di un calvario che, nel giro di un anno lo costringe a chiudere l’attività e a veder frantumare un sogno, costato fatica e sacrifici.  «I carabinieri mi hanno chiesto di resistere e di non cedere a nuove richieste di pizzo – continua l’ex esercente – Ma, quando quegli uomini sono ritornati e hanno chiesto altri 250 euro, ho ceduto. Nel frattempo il bar andava bene: avevo preso alcuni catering, avevo aperto la pizzeria, la clientela non mancava. Andava tutto bene». La situazione cambia dopo l’operazione Hybris, condotta dalle forze dell’ordine, che ha azzerato il mandamento di Porta Nuova, grazie anche alle sue denunce. Daniele capisce che la mafia ha i tentacoli troppo lunghi e, per la prima volta, si scontra con la “cultura mafiosa”, che non è solo quella di esecutori e mandanti di Cosa nostra, non riguarda solamente la mentalità della criminalità organizzata, perché il “pensare mafioso” ha un’accezione più ampia e si esprime attraverso comportamenti che si discostano dalle regole sociali. «Denunciando i miei estorsori, ho pensato che avrei avuto la solidarietà dei miei clienti e che avrei spinto gli altri esercenti a trovare il coraggio di denunciare. Sono stato un povero ingenuo». Da quel momento, difatti, i commercianti hanno espresso il disappunto per le denunce, mentre i clienti hanno “pensato bene” di cambiare strada, di camminare sul lato opposto a quello in cui si trova il New Paradise, preferendo altri locali (“Mi toccava di prima mattina aprire la saracinesca guardandomi le spalle e la sera idem, tremavo, piangevo, era una situazione intollerabile e mi chiuse in me stesso pensando che era solo colpa mia”, scrive nel suo racconto). Iniziano le difficoltà economiche, i debiti, le richieste di pagamento da parte della banca. Daniele tiene duro fino al giorno in cui l’ennesimo colpo in pieno stomaco gli fa maturare l’idea di chiudere: quel giorno trova i lucchetti delle saracinesche del locale danneggiati, un chiaro segnale che lì non doveva più stare. Ma qualcuno aveva deciso che i conti non erano stati ancora pareggiati e, dopo la chiusura definitiva del locale, avvenuta il 30 giugno 2012, subisce il furto delle attrezzature, una ulteriore perdita di circa 50 mila euro.

Oggi Daniele Ventura è un ex imprenditore, assediato dai debiti, con la paura di una vendetta da parte della mafia, perché, nel frattempo, si è ritrovato all’interno di un processo contro Cosa nostra, che lo ha visto deporre pubblicamente contro i suoi aguzzini. Con il solo sostegno dell’associazione Addiopizzo, grazie ad un team di legali, di esperti in economia e di psicologhe, è uscito dal silenzio in cui era sprofondato, dopo essere stato lasciato solo a combattere una battaglia che dovrebbe essere di tutti (“Mi aiutarono a uscire da uno stato mentale che mi aveva portato a darmi la colpa di ogni cosa e convincermi che se erano venuti a chiedermi il pizzo la colpa era mia, perché il locale non avrei dovuto aprirlo”). Non si sente un eroe, ammette di aver avuto paura e di continuare ad averne, quella paura che si legge, ancora oggi, nei suoi occhi e si percepisce nell’inclinazione della voce, quando racconta il momento in cui, durante la deposizione, ha guardato negli occhi il suo aguzzino, puntando il dito per indicarlo.

A distanza di oltre cinque anni dall’incubo che ha vissuto, Daniele si sente abbandonato dalle istituzioni a cui si è rivolto per chiedere aiuto: «Mi sono rivolto a tutti, dal presidente Mattarella all’ex premier Renzi. Lex presidente Crocetta non mi ha mai risposto, mentre il sindaco Orlando mi ha detto che mi avrebbe aiutato ma dopo le elezioni è scomparso. L’attuale Presidente della Regione Sicilia, Musumeci, mi ha chiesto di inviare una mail al suo indirizzo, ma anche in questo caso non ho avuto nessuna risposta». Non v’è dubbio che, in questa vicenda, lo Stato ha perso, perché un imprenditore è stato costretto a chiudere la sua attività in seguito alle denunce contro il racket. Perché lo ha lasciato solo in un mare di debiti, alla mercé di delinquenti che tra qualche anno potrebbero essere di nuovo liberi di agire e di delinquere. (“Non mi posso fidare di questo Stato […] mi vergogno di dover vivere con le mie paure e di essere inseguito da debiti maturati non per colpa mia, mi vergogno di essere disoccupato nonostante un lavoro me lo sia creato, un lavoro che prima delle mie denunce stavo riuscendo a far decollare”, si sfoga nel suo libro).

Nonostante tutto, Daniele ha deciso di continuare a lottare contro Cosa nostra, per la famiglia, per il padre che è andato via troppo presto, ma che gli ha insegnato a stare dalla parte giusta, per lui stesso: “Voglio continuare a lottare perché Cosa nostra non è cosa mia”. La sua lotta è l’unico aspetto positivo di una vicenda che riassume una brutta sconfitta. Per lo Stato, per noi.

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