Pubblicato il: 25 aprile 2018 alle 8:57 am

Focus sul Napoli/Analisi semiseria di una partita di calcio Juve-Napoli e quello sfizio che vale trent’anni

di Giuseppe Delle Cave.

Napoli, 25 Aprile 2018 – Oh, dal momento che l’Ohio d’Italia si è repentinamente spostato dal Molise al Meazza e che ora siamo diventati tutti opinionisti di pallone, mentre prima eravamo tutti cronisti parlamentari, preso atto dunque di questa metamorfosi durata una notte e un “terzo tempo” (quello di Kalidouuuuuuuuuuuu), qualcosina a questo proposito, a proposito del rimescolamento delle carte in campo (mo’ ci vuole), se permettete vorrei dirla anche io.

E, segnatamente, vorrei toccare il tema, sin qui non sufficientemente dibattuto, della coppia dicotomica sfizio-ambizione. No, perché potrebbe essere importante e tornare utile, così come probabilmente lo è stato ieri sera, anche per le prossime quattro giornate di campionato, per la partitissima di sabato sera a Milano tra Inter e Juve e, in particolar modo, per la trasferta azzurra a Firenze. Ora, è vero che il Napoli ha vinto un match giocato a viso aperto per la prima volta nella storia dei colori azzurri (quando c’è odore di spareggio, intendo) e senza cioè cedere alla tentazione dell’ansia da prestazione, così come è fuori di dubbio che ora le motivazioni e gli stimoli siano tutti dalla parte di Sarri, ma qual è stato il motore vero di questa rincorsa? L’equilibrio tra affermazione e fallimento è tutto in una certa sensazione secondo me: sta cioè nello sfizio. Che non è rivalsa, revanscismo, ambizione…è sfizio. Punto. Lo sfizio di vincere a Torino con la Juve. Di fare la rimonta in tre minuti con il Chievo. Di recuperare il doppio svantaggio con l’Udinese. Lo sfizio è un sentimento irrazionale. Non va d’accordo con le previsioni e le statistiche. È un’altra cosa. Nasce e muore spontaneamente. Ieri sera all’Allianz Stadium & Juventus Museum, nome e modello ultra europeo di un club che va a certi livelli solo in Italia (e che dunque avrebbe fatto meglio a cercarsi una definizione più autarchica), un signore di nome Maurizio Sarri è riuscito, da toscanaccio quale è, ad esporre il dito medio fuori e dentro al campo. Perché? Perché si è voluto togliere lo sfizio. Ecco, sta tutta qua la natura ontologica della vittoria di ieri sera del Napoli contro la Juve. Sta in questa voglia incontenibile ed assieme pruriginosa di voler essere politicamente scorretti e non pensare ai calcoli ma all’oggi, al momento, al risultato hic et nunc. “Mi devo togliere lo sfizio di vincere a Torino con la Juve”, avrà pensato Sarri. E a niente è servita la melina (di cui la Juventus un tempo era maestra ma che ora fa fatica a praticare in campo figuriamoci nelle conferenze stampa) di Allegri alla vigilia. “La partita è più decisiva per loro che per noi”, diceva ostentando sicurezza il mister striato. No. Sbagliato. O meglio, razionalmente era così. Ma secondo la “dottrina dello sfizio” era esattamente il contrario: chi non ha niente da perdere, può giocarsela come se il fatto non fosse suo, per puro divertimento, mirando non già al risultato finale (ovvero, alla conquista di quel coso a tre pizzi) quanto al desidero di una soddisfazione immediata, istantanea, meglio se improvvisa ed insperata. E ora? Che succede?

Due sono le strade: se seguiamo la scia dello sfizio. Tutto può essere. Se torniamo a guardare alle cose pensando di poter realmente controllare tutto e razionalmente… pure va bene ma, come dire, non c’è sfizio.

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