Pubblicato il: 27 aprile 2018 alle 9:20 am

Le maratonete in lingerie e la battaglia contro gli insulti Una singolare divisa nella Maratona di Londra ci offre l’occasione per andare alle radici del pregiudizio verso le persone in sovrappeso

di Danilo Gervaso.

Londra, 27 Aprile 2018 – Non è facile vedere la propria immagine riflessa in una vetrina, guardare un vestito che ci piace sapendo che dentro quell’abito non ci entreremo mai. Eppure succede tutti i giorni a molte donne, «obese» per la scienza oppure, più perfidamente,  «ciccione». Parole pesanti e soprattutto brutte, offensive. Così tanto da indurre Bryony Gordon e Jada Sezer, due amiche britanniche, ad affrontare una sfida folle ma incoraggiante. Se c’è una cosa che unisce queste due donne, è la loro taglia e, per rompere gli stereotipi, hanno deciso di partecipare alla Maratona di Londra insieme. Eppure una delle due donne, Jada, non è una sportiva: «Io – racconta- non corro nemmeno dietro l’autobus!». Ma sapendo che l’amica aveva già corso questa maratona, decide di raccogliere la sfida. Dopo la registrazione alla gara, decidono di allenarsi intensamente fino al D-day. E mentre si allenano regolarmente, hanno l’idea di fare una scommessa: fare la maratona in biancheria intima per mostrare le loro forme e che, sì, si può essere sovrappeso ed essere comunque anche in grado di fare una maratona come quella di Londra.

Ma il disprezzo verso i grassi ha radici molto più profonde, e non ha sempre caratterizzato il pensiero occidentale. Nelle civiltà più antiche, per esempio, la grassezza era l’archetipo della femminilità procreatrice e nutrice: basta guardare le statue delle abbondanti Veneri paleolitiche (come anche delle donne di Rubens, Botero, Fellini). Per i Romani e i Barbari un corpo grasso era una manifestazione di potere, di ricchezza e benessere, in un’epoca in cui il cibo non era alla portata di tutti. Addirittura nel mondo contadino gli uomini venivano vestiti per il funerale con un cuscino sulla pancia, ben nascosto sotto l’abito della festa, perché si presentassero nell’aldilà belli grassi come dei veri signori. Col Medioevo e l’influenza della Chiesa tutto si è capovolto: il peccato di gola diventa un vizio capitale: l’obesità era peccato.

Poi il grasso è tornato a essere uno status symbol di ricchezza e benessere. Fino al 1800 la donna era bella se era carnosa, poi si sono inventato il vitino di vespa ed è cambiato tutto, perché la moda, soprattutto femminile, ha iniziato ad indicare i canoni della perfezione in un corpo snello, il più adatto ad indossare una bella creazione, ma avvicinando sempre più pericolosamente il corpo femminile all’anoressia.

Anche l’opinione popolare si culla in questo pregiudizio: se insulti un nero, sei razzista, se insulti un gay, sei omofobo, se insulti una persona in sovrappeso definendola ciccione, invece, sei simpatico, perché si considera normale il disprezzo verso chi ha qualche chilo di troppo.

Disprezzo che produce un’emarginazione irreversibile, che dall’infanzia dura fino all’età adulta. Gli studi dimostrano un aumento del 70% dei sintomi di depressione nelle persone discriminate, un calo del 14% nella qualità di vita e il 12% in meno di soddisfazione della vita rispetto a quanti non erano stati emarginati. Altri studi evidenziano come esse siano anche discriminate sul lavoro.

In un’epoca di “politically correct”, è strano che l’Europa non abbia leggi che vietino la discriminazione per obesità. Perché la società moderna vede nel “magro” (o comunque nel “normopeso – tendete al sottopeso”) un ideale canone di bellezza.

I pregiudizi sono creati da chi non riesce ad accettare che qualcuno sia diverso da sé e, siccome l’apertura mentale non è così facile da raggiungere né da trovare, la maggioranza delle persone tra di loro simili discrimina chi non è come loro, nel tentativo di sentirsi superiori. Peraltro, va detto che il peso di una persona non riguarda semplicemente la sua incapacità nell’autoregolarsi, ma può dipendere anche da fattori biologici e genetici. La migliore scienza nel campo dell’obesità sostiene infatti oggi che non bastano la forza di volontà, le conoscenze, la dedizione per il mantenimento del peso, ma che esso dipende in larga parte anche dalla fisiologia, dalla genetica e dall’ambiente. Gli show televisivi sulla perdita di peso, le diete imperanti , il passaparola sul web possono contribuire a peggiorare in modo significativo lo stigma nei confronti dell’ obesità. Ritenere che gli obesi possano facilmente dimagrire, solo che lo vogliano, può influire infatti negativamente sul giudizio che si ha nei confronti delle persone in sovrappeso.

La conclusione della bella storia delle due atlete è che le due inglesi sono riuscite a tagliare il traguardo, dimostrando che sovrappeso e sport possono fondersi perfettamente. Un bel modo per dimostrare che l’auto-accettazione passa attraverso tutti i mezzi e che il concetto di personalità è importante nella nostra società.

E sono riuscite anche a raccogliere fondi per una buona causa: Minds Together, un’associazione che offre consulenza terapeutica individuale e di gruppo a donne richiedenti asilo vulnerabili o emarginate e a profughi profondamente traumatizzati nei loro paesi di origine.

Sull’onda del successo, le due amiche sono state anche invitate nel programma “Good Morning Brittain” e, naturalmente, ci sono andate in intimo! Una scelta coraggiosa, incoraggiante e stimolante per tutte le donne appassionate di sport ma che non osano iniziare a causa dei pregiudizi.

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