Pubblicato il: 28 aprile 2018 alle 9:00 am

“Qualsiasi felicità è un capolavoro” Un romanzo storico e un giallo irrisolto. Rileggiamo Le Memorie di Adriano, unanimemente considerato una pietra miliare della letteratura del '900

di Caterina Slovak.

Roma, 28 Aprile 2018 – Le Memorie di Adriano (Les Mémoires d’Hadrien) è stato per anni uno dei “libri nel cassetto”, una lettura da tempo rimandata, nell’idea che fosse la solita opera osannata immeritatamente. Sbagliavo. E’ un libro bello. Non solo per contenuti, ma anche per la prosa poetica e per la raffinatezza della scrittura. Personalmente non ho mai letto un libro così splendido, umano, elegante, toccante. Ma se vi aspettate il romanzo avvincente e mozzafiato non lo consiglierei.

Si tratta di un romanzo della scrittrice francese Marguerite Yourcenar, pubblicato per la prima volta nel 1951. L’autrice, prima donna dell’Académie française nel 1980- fondata nel 1635 dal cardinale Richelieu, tra cui si annoverano anche Voltaire, Montesquieu, Hugo, Chateaubriand-  visita per la prima volta Villa Adriana a Tivoli nel 1924, in occasione di uno dei tanti viaggi in Italia, e inizia qui la stesura del suo taccuino di appunti, i “Carnet des Notes per le Mémoires”. Il libro è organizzato in sei parti, tra cui un prologo e un epilogo, ed è scritto sotto forma di una lunga lettera che l’anziano e malato imperatore- morirà a Baia, presso Napoli, nel 138 d.C. a 62 anni – indirizza al giovane amico Marco Aurelio, quel “Mio caro Marco” con cui inizia il racconto, il diciassettenne che tempo dopo diverrà a sua volta imperatore, a cui narra della sua vita pubblica e privata.

La vita è quella di Publio Elio Traiano Adriano, l’imperatore romano del II secolo, figlio adottato da Traiano in punto di morte, e tutta raccontata in prima persona, immedesimandosi nella figura di questo in un modo del tutto nuovo e originale. La scelta della voce narrante è davvero azzeccata: si perde di vista il fatto che si tratta di un romanzo e sembra di leggere le lettere autentiche dell’imperatore, dove si lascia andare a riflessioni sui suoi trionfi militari, sul proprio amore nei confronti della poesia, della musica e della filosofia, e sulla sua passione verso il giovanissimo amante Antinoo.

Nel suo post scriptum all’opera l’autrice osserva che ha scelto Adriano quale soggetto per la sua storia in quanto aveva vissuto in quel particolarissimo momento di transizione dell’epoca antica, in cui non si credeva più agli dèi, ma in cui il cristianesimo non si era ancora stabilmente insediato nell’animo della gente. Esisteva l’Uomo.

Un uomo che a 41 anni diventa imperatore, e mostra da subito carattere ordinando l’eliminazione fisica dei potenziali concorrenti e dissidenti che potrebbero ostacolargli la strada, ma sul fronte della politica interna è tollerante, per esempio verso schiavi e cristiani. E’ un imperatore che viaggia molto in tutto l’impero: dalla più vicina Gallia alla Britannia, dalla Germania, alla Spagna e alla Mauritania, nelle province orientali e in quelle africane. Abbandona i sogni di conquista del suo predecessore Traiano in Mesopotamia, badando più alle riforme interne. E’ ancora un giallo la morte di Antinoo, il bellissimo e giovane bitinio (Asia minore), suo amante, che durante una crociera sul Nilo cade nel fiume e muore: incidente, omicidio o addirittura sacrificio volontario? All’epoca nessuno sa chiarire la vicenda. Sguardo malizioso, bocca carnosa e imbronciata, capelli ricci, corpo morbido e sensuale, Antinoo, incontrato per caso, colpisce subito Adriano, «Quel bel levriero, ansioso di carezze e di ordini, si distese sulla mia vita».

Adriano si lega molto legato al giovane Antinoo tanto che, alla sua morte, fa di lui una divinità a tutti gli effetti, trasforma il villaggio di Besa in una città chiamata Antinoopoli, organizza dei giochi in suo onore, da il suo nome ad una costellazione, fa coniare monete con l’effige del giovane e istituisce la festa pubblica del 27 novembre, giorno della nascita del giovane. L’imperatore è talmente ossessionato dall’immagine dell’amante che nella sua Villa di Tivoli fa collocare numerose statue e busti, tanto che il suo volto – a parte quelli degli imperatori –  è oggi uno dei più conosciuti dell’antichità.

Vicende biografiche a parte, nelle sue riflessioni Adriano sente che l’impero è al suo termine. Tuttavia il suo senso dell’umano, ereditato dai Greci, gli fa tenere in ogni momento un alto senso del dovere, “l’importante è pensare e servire sino alla fine”.

Ricostruendo le memorie dell’imperatore romano, Marguerite Yourcenar ha voluto “rifare dall’interno quello che gli archeologi del secolo scorso hanno fatto dall’esterno”. Ne risulta così uno straordinario libro che è al tempo stesso un romanzo, un saggio storico, un’opera di poesia. In ogni pagina sono nascoste verità assolute, pensieri e concetti magnifici. Una lunga riflessione che non ha tempo, quella profonda delle azioni, dei dubbi e delle decisioni di politico e di uomo comune, ma un uomo grandissimo che ha governato il proprio impero come una missione caricandosi sulle spalle la responsabilità della “bellezza del mondo”. Si ha l’impressione di poter vedere e capire l’anima di una persona comune che il destino, l’ambizione e la certezza dell’esattezza delle proprie idee hanno portato ad essere imperatore, un uomo dalle idee illuminanti e attualissime.

I riferimenti storici sono numerosi e così anche i personaggi menzionati (la guerra contro i Parti e l’imperatore Osroe, la rivolta giudaica, Cabria…. non a caso l’autrice ha impiegato quasi 30 anni per scriverlo). Insomma, un po’ di storia dobbiamo ricordarla per seguire la trama. Ma forse il “centro” è nello “svelarsi” dell’amore, un sentimento etereo, delicato che trascende l’umanità dei rapporti, non una passioncella che ha il retrogusto di un vizietto, bensì la ricerca di una “bellezza”, che secoli dopo sarà detta “neoclassica”. Persino la morte di Antinoo introduce a sentimenti poetici ed elegiaci.

E’ straordinaria infine l’immedesimazione di questa donna nella testa di un uomo, la capacità di illuminare un mondo fatto quasi solo di uomini, regalandogli i tratti delicati, femminili (ma non effemminati) di un esperienza tutta rivolta alla ricerca della cultura del sapere, del conoscere, della multiculturalità. Fino alla fine, fino a che l’ “animula vagula blandula” non deve trasmigrare altrove: “Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più… Cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti…”.

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