Pubblicato il: 29 aprile 2018 alle 8:00 am

Dai dati sensibili al rifiuto di declinare il proprio nome: se il concetto di “privacy” è distorto Il termine, di provenienza anglosassone, è diventato di uso comune e in pochi ne conoscono davvero il significato

di Giosuè Battaglia.

Roma, 29 Aprile 2018 – Come ogni termine inglese, la parola privacy mostra uno snobismo di chi la pronuncia che a sua volta produce un certo effetto su chi l’ascolta. Essa racchiude tutta una serie di norme riguardanti la sfera privata di ogni individuo rispetto ai dati sensibili e riguardanti, per lo più, informazioni trasmesse per via telematica le quali costituiscono un diritto e per questo rispettate. Praticamente, una salvaguardia alle informazioni con il preventivo consenso della persona interessata. La parola privacy però ha subito un mutamento popolare ed è pronunciata in ogni momento volendo indicare anche un semplice rifiuto a far conoscere il proprio nome. Allora si sentono da più parti frasi come: «Questa è privacy», «Anch’io ho diritto alla mia privacy», cioè si usa il termine a sproposito in quanto è diventato di uso comune, senza conoscerne veramente il significato. Si riporta tutto in quel termine che significa privato e non si capisce bene l’effettiva rispondenza alla cosa. Avvolti dall’uso, tutti tendono ad esprimerlo e il termine, seppur oscurato, si rileva poco attinente, perché poi non si capisce il perché tutti sanno di tutti: vita, morte e miracoli (come si suol dire).

Chissà perché si viene a conoscenza dei fatti di ognuno, si scoprono altarini e basta un click sui network per venire a conoscenza della vita e della discendenza dell’interessato. Tutto è noto a tutti nonostante quel termine usato così impropriamente e largamente; tutti possono violare l’identità di tutti. Allora ci si chiede com’è possibile che le informazioni trapelano nonostante la privacy? Passano anche informazioni che vengono date ad uffici pubblici sottoscrivendo il consenso a fornire o non propri dati. Ciò perché in fondo al foglio si riportano le diciture di accettazione, che vengono ignorate bypassandole con la firma di accettazione e senza tenerne troppo conto.

Tutta la situazione andrebbe valutata attentamente da parte di ognuno, in modo da conoscere bene la normativa, perché è proprio la mancanza di conoscenza della materia che fa confondere l’interessato. Anche su questo, vengono usati stratagemmi ad uso commerciale e per i quali ti arrivano a casa tante pubblicità, a volte anche ingannevoli e che ti trascinano in situazioni giudiziarie. Insomma, sarebbe il caso di usare il termine “public” visto che “privacy” non è “privato”.

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