Pubblicato il: 5 maggio 2018 alle 8:00 am

Quindici, maggio 1998: “Scappammo che ci sembrava di volare” I momenti che precedettero l’alluvione e poi la tragedia nel racconto di un giovane imprenditore scampato fortunatamente alla frana

di Giampaolo Rubinaccio.

Napoli, 5 Maggio 2018 – Quindici era, prima del 5 maggio del 1998, un ridente paese della provincia di Avellino. Uno di quei posti dove ci torni volentieri. Contava allora circa 2500 abitanti e i molti residenti all’estero rientravano per trascorrere parte delle vacanze nei luoghi dei nonni e dei genitori, animando le sere d’estate durante banchetti di famiglia che si tenevano spesso negli spazi comuni dei diversi quartieri.

Il 5 maggio è diventato per noi quindicesi una sorta di spartiacque. Dopo quella data nulla è più come prima. E il ricordo è forte, indelebile nelle nostre menti.

Dopo circa un mese di continue piogge, ma soprattutto nei due giorni antecedenti, circa 240/300 millimetri di pioggia si abbatterono sul Monte Alvano, montagna della catena dei preappennini campani che sovrasta a sud il paese.

Secondo le varie relazioni tecniche che sono state commissionate dalle diverse autorità dello Stato, tale massa d’acqua causò lo scivolamento l’uno sull’altro dei diversi strati che compongono il terreno in montagna, insomma al lettore più curioso possiamo riferire che circa 2milioni di metri cubi di terreno si sciolsero dalle pendici del monte e invasero i centri storici di Quindici, Sarno e Bracigliano.

La conta dei morti fu straziante: 4 morti a Bracigliano, una mia amica d’infanzia e 3 dei suoi figli; 11 a Quindici e ben 137 nella frazione Episcopio del Comune di Sarno.

I centri storici, quindi la parte più antica del paese, furono invasi da un fango melmoso, fluido, silenzioso.

Ricordo come se fosse ieri quello che accadde nel mio comune, Quindici.

Quei giorni pioveva, tanto, e avevo dedicato la mattinata a delle incombenze burocratiche ad Avellino, ritornando in paese veniva naturale buttare lo sguardo lì in alto, un punto preciso della montagna, dove la mia famiglia ha trascorso oltre 300 anni tra le generazioni che si sono succedute, traendo onestamente da vivere nonostante le difficoltà causate dall’essere un nucleo molto numeroso: conto 10 zii paterni. Fissavo quel punto della montagna, dicevo, per individuare le due piante di pino che il papà di mio nonno aveva piantato, un riferimento che mi dava rassicurazione, quelle due piante con le loro radici erano come un pezzo della mia storia familiare.

Avevamo da poco finito di pranzare quando notammo un barlume di luce, aveva smesso di piovere, la fitta nebbiolina che celava allo sguardo la punta, il Pizzo, salì e assieme a mio fratello decidemmo di salire in montagna per riportare a casa dei trattori che erano rimasti lì in alto in un capannone.

Mentre salivamo non potevano non notare che dai valloni scorreva acqua scura, densa, mai vista prima, in un modo stranamente copioso.

Mentre stavamo per aprire un cancello, costruito da mast’Alfredo in modo esageratamente robusto, che ci avrebbe permesso di entrare, sentimmo un forte boato e la terra tremare.

Rammento al lettore che a maggio la chioma delle nocciole è nel massimo dello sviluppo e copre lo sguardo a tutto ciò che è al di sopra dei rami più alti. Ma, miracolo, ci trovavamo in un luogo dove rami non ve ne erano.

Infatti alzammo lo sguardo e notammo che a circa tre quarti del versante, lì, molto in alto, accadeva una cosa strana, assai strana: una schiuma d’acqua sovrastava le piante di castagno selvatico e scendeva veloce verso valle. Forse il recente addestramento militare ci venne in aiuto. Io e mio fratello abbiamo scoperto che l’uomo può, sa volare. Scappammo talmente veloci che non ci ricordiamo ancora oggi di aver toccato terra.

Avvistammo nostro padre, all’epoca dei fatti presidente della locale coltivatori diretti, che era stato convocato in comune in quanto il sindaco aveva chiamato i carabinieri e le forze sociali, allarmato dalle varie segnalazioni ricevute da cittadini che riferivano anomalie nei boschi e su per le colline.

Non mi stancherò mai di ringraziare quel comandante della stazione dei Carabinieri di Quindici, il quale dopo il racconto degli agricoltori disse al sindaco: “Le suggerisco vivamente di far abbandonare il paese”. E cosi fece. Lucio Santaniello, un industriale locale, montò subito sul suo fuoristrada un altoparlante e girando per le strade di Quindici diffuse la voce.

Insomma la gente fece in fretta a lasciare il paese.

Ciò nonostante… 11 morti, il conto finale. Possono essere pochi rispetto a Sarno. Ma è troppo anche quando si tratta di una sola vittima. Per ognuno vi può essere una spiegazione irrazionale, al fato non si comanda.

Tullio, forte come un toro si sacrificò per la mamma, la signora Marilena Casu nei pressi della sua abitazione; i signori Guerino Scafuro reduce di guerra, Raimondo Ladu, Filomena Ruggiero e la madre Antonietta Caliendo, Carmine Marotta, Carmela Russo ed Ermelindo Russo, tutti abitanti del quartiere più alto. E poi la farmacista del paese, Olga Santaniello che assieme a sua suocera, tenne aperta la farmacia con abnegazione e spirito di servizio, nel caso in cui fossero serviti farmaci. Lei c’era, come c’era sempre stata nelle notti in cui qualcuno si sentiva male e il 118 non esisteva.

Vi furono gesta eroiche, tanto che gli uomini che le hanno compiute sono stati insigniti della massima onorificenza della Repubblica italiana in tempo di pace: tenente Antonello Angeli, maresciallo Mario Vietri, maresciallo Matteo Fornari, grazie ancora oggi.

Nei giorni successivi accadde una cosa mai vista prima, i soccorsi furono “copiosi”, e spero mi si perdonerà il termine, colonne di volontari vennero da tutta Italia a spalare il fango che asciugatosi emanava un odore cattivo, pernicioso, la polvere ti entrava nella pancia.

I quindicesi scoprirono la solidarietà non solo del popolo italiano ma da tutto il mondo, una colonna di automezzi dell’esercito americano, partito dalla base nato di Bagnoli – in quanto vi era un quindicese nello staff del presidente americano Clinton – venne dando spettacolo di efficienza e professionalità.

Si mobilitarono tutti, nulla mancò.

Poi, nei giorni successivi si iniziò a comprendere che interessava più proporre soluzioni che capire il perché.

La gente che conosceva le montagne non fu ascoltata nemmeno, fummo tutti giudicati criminali. Avevamo distrutto la natura, dissero. Falso, nessun terreno coltivato fu innesco di frana. Il tutto accadde nei boschi di castagno posti in alto dove l’uomo andava solo a caccia di qualche cinghiale.

Tanti soldi spesi, sprecati in opere che restano lì, sterili, abbandonate all’incuria e che nemmeno danno garanzia di sicurezza al centro abitato.

La fatidica “zona rossa” regna ancora oggi e soffoca il paese.

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