Pubblicato il: 22 luglio 2018 alle 8:00 am

Accoglienza e’ sinonimo di accettazione, ma alle parole devono seguire i fatti Al tempo dei migranti e' un concetto pericolosamente strumentalizzato. Ci sono regole da rispettare, ma spesso tutto si svolge all’insegna del profitto ai danni di chi agisce con vera umanita'

di Giosuè Battaglia.

Roma, 22 Luglio 2018 – Siamo nel tempo in cui l’accoglienza è arrivata al punto centrale di un percorso che dura da qualche decennio. Il termine è diventato di uso comune quando si parla di immigrazione, perciò bisogna conoscerne il vero significato per poterne dare una giusta interpretazione, senza usarlo e adattarlo a proprio piacimento in virtù della linea sociale e politica da sostenere. Per fare ciò bisogna iniziare dalla etimologia della parola accoglienza e far riferimento al verbo accogliere, dato da: accolligere, composto da ad+collĭgĕre, cogliere, raccogliere. Quindi un momento rivolto ad un atto di ammissione verso qualcuno, in riferimento a uno stato momentaneo senza una giusta conoscenza del qualcuno accolto, ma riferito all’intenzionalità dell’accogliente. Certamente le buone intenzioni da parte dell’accogliente sono in primis date da necessità di quel momento a soddisfare una esigenza mostrata dalla parte di chi chiede accoglienza, per diverse ragioni come il pericolo, la salute, esigenze varie. Ci sono posizioni assunte da accoglienti che valutano le diverse possibilità derivanti dalla valutazione del pericolo della propria incolumità, l’impossibilità a poter mettere in atto le diverse soluzioni a favore dell’accolto, a difendere il proprio status in generale. In diversi passi biblici, si trovano episodi in cui l’accoglienza avviene in virtù di atti amorevoli, ma anche episodi in cui tale accoglienza viene rifiutata per non mettere in pericolo, non solo la propria persona, ma anche la posizione sociale dell’accogliente. Vi sono diversi modi per intendere l’accoglienza, e ogni modo si usa adattando il termine al proprio intendimento. Ma l’accoglienza non è solo riferita al momento dell’accoglimento, essa comprende anche il dopo, perché vi è un periodo di indirizzo per l’accolto, un periodo nel quale egli deve seguire un certo percorso che deve mostrare la propria piena condivisione all’atto fatto, cioè all’accoglienza. Così alla persona bisogna offrirgli e assicurargli una dignitosa casa in cui vivere, un lavoro per mantenersi, tutto un insieme di elementi per il suo fabbisogno. Insomma per le due parti (accogliente e accolto), ci deve essere una condivisione in modo da costruire una comunità nella quale nasca un certo senso di appartenenza alla stessa vita sociale e che porti alla costruzione di un ambiente, nel quale vengano superate le molte diversità che si possono riscontrare in persone diverse, nel senso che ogni individuo ha propri modi di vita, di usi e costumi diversi.

Accogliere, essere accolti è un sentirsi parte di una comunità nella quale si condividono il pensiero, la religione, il colore della pelle, senza denigrare l’essere della persona; tutto ciò significa integrarsi ed avere il rispetto della condivisione. Queste sono le regole da rispettare e da attuare per una vera accoglienza, la qual cosa sembra in questo nostro tempo, valutata non nel modo in cui andrebbe effettivamente messa in atto. Tutto viene svolto in un ambito di profitti, anche da parte di chi si mostra benevolo e si nasconde dietro le sigle. In definitiva il termine “accoglienza” viene usato per mascherare loschi profitti e non nel vero spirito del significato onorevole della parola.

neifatti.it ©