Pubblicato il: 4 agosto 2018 alle 9:00 am

Leggiamo: “Le tre del mattino”, di Gianrico Carofiglio A meta' degli anni ’80, l’incontro di un padre e un figlio diventa un commovente romanzo di scoperte e formazione

di Rosa Aghilar.

Roma, 4 Agosto 2018 – Gianrico Carofiglio barese d’eccezione è uno scrittore, politico ed ex magistrato italiano.

Dalle vicende dell’avvocato Guido Guerrieri che hanno portato l’autore a diversi riconoscimenti per il primo romanzo pubblicato nel 2002, Carofiglio è oggi uno dei migliori scrittori contemporanei. Abbandona le vicende legali e approda a quello che possiamo definire un romanzo di “vita”, il racconto di una storia possibile: “Le tre del mattino”.

La leggiadria della penna dell’autore dona a questo storia grazia e raffinatezza pur discettando su temi possibili di rapporti intimi, umani e familiari.

Un padre e un figlio, due soli giorni insieme e le questioni irrisolte del loro rapporto, tutt’altro che semplice, al limite della conflittualità.

Poco più che adolescente Antonio in seguito ad un terribile malore nelle ore di scuola, finisce nel reparto di psichiatria dove gli viene diagnosticata l’epilessia idiopatica.

Il ragazzo è spaventato e inorridito alla vista di persone ancora giovani, senza denti, con tumefazioni sul corpo, come fossero vittime di percosse: sono gli “irreversibili”, non possono guarire perché il morbo ha preso il sopravvento.

Antonio non può parlare a nessuno della sua malattia. Il padre è un matematico stimato e di grandissimo successo e la madre è un’insegnante di lettere, completamente assorbita da quello che è il suo lavoro. I genitori, divorziati, passano da un convegno all’altro, dediti solo al loro successo personale, incapaci di esprimere affetto: unica premura è quella di tacere il più possibile la patologia del figlio evitando così che la notizia si diffonda.

Il primo consulto medico avviene in Italia e in tutta fretta decidono di partire alla volta del luminare più famoso d’Europa che esercita nella città di Marsiglia in Francia: il Dottor Gastaut.

Antonio è accettato come paziente in pochi giorni. Il dottore dice che la malattia, con i suoi medicamenti, potrebbe non progredire e il ragazzo può condurre una vita “normale”, da adolescente, giocare con altri amici, fare uno sport qualsiasi a patto che Gastaut veda Antonio tra quattro anni, l’importante è che segua la terapia con attenzione, senza dimenticarsi mai le compresse prescritte.

L’Antonio adulto racconta le sue vicissitudini come in un romanzo di formazione.

Timido e impacciato in quei quattro anni conduce la sua vita, anche se i genitori restano distanti, distratti.

Quando torna a Marsiglia, va solo con suo padre; la madre è impegnata. Il dottore gli prescrive delle anfetamine per far sì che il ragazzo resti sveglio due giorni e capire così se è guarito del tutto.

Ed è subito magia: sfondo una Marsiglia bellissima nei suoi momenti di luce e ombre.

Facendo il bagno di giorno e ascoltando jazz di notte, il padre si racconta, mettendosi a nudo innanzi agli occhi increduli di quello “sconosciuto” del figlio.

«Ero scettico e lui per convincermi ha citato un grande matematico polacco, Stefan Banach: diceva che i buoni matematici riescono a vedere le analogie ma i grandi matematici riescono a vedere le analogie tra le analogie. E’ una definizione geniale, e il mio amico diceva che la stessa cosa vale per i giuristi: quelli bravi colgono le analogie, le omogeneità e le disomogeneità, i grandi le analogie fra le analogie. Sono capaci di portare il discorso su un livello diverso.».

Rievoca la sua adolescenza, la prima esperienza sessuale con una prostituta, fino allo stordimento provato quando s’innamora della mamma e i due entrano in un contatto così intenso da svelarsi senza pudore: paure, forza e fragilità fluiscono in un’intimità tale da restare nella memoria di Antonio adulto senza perdere le sfumature più delicate di quell’incontro.

Il titolo richiama una frase famosa dello scrittore americano Francis Scott Fitzgerald tratto dal romanzo «L’età del jazz»: «nella vera notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino».

Il significato è però rovesciato, al contrario che in Fitzgerald le tre del mattino dei personaggi stavolta portano luce, non buio in un romanzo dalla storia delicata, esclusiva e al tempo stesso intensa, un confronto generazionale tra padre e figlio che fa riflettere.

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