Pubblicato il: 7 agosto 2018 alle 8:00 am

L’estate orribile di anziani e disabili lasciati soli Assistenti sociali in agitazione, spesa sociale ko, mentre la terza età rivendica il diritto d’invecchiare a casa propria. E tra meno di 30 anni gli over 65 saranno un terzo della popolazione

di Giovanni De Lisa.

Roma, 7 Agosto 2018 – Il titolo sul giornale ottiene l’effetto giusto per attirare l’attenzione di chi legge e suscitare i diversi sentimenti: rabbia, delusione, empatia, richiesta di chiarimenti e di aiuto.

“Anziani lasciati soli”, oppure “Anziani abbandonati negli ospedali” e così via. Con tanto di statistiche, casistiche che lasciano il tempo che trovano perché poi non si propone una soluzione.

Puntualmente d’estate questi problemi vengono avvertiti maggiormente anche se, fino a dimostrazione contraria, la disabilità e l’anzianità non sono stagionali.

È veramente triste leggere quello che scrive una mamma a proposito del suo bambino disabile il quale durante il periodo estivo non riesce a trovare un posto dove trascorrere le giornate. E fa ancora più rabbia sapere che dopo la pubblicazione della storia sul giornale, la sistemazione, seppur temporanea, sia stata trovata per interessamento “personale” di un assessore regionale!

È triste leggere della vecchietta che, simulando una rapina, allerta il 113! “Voleva solo parlare con qualcuno”, si dirà.

Il disabile è tale 12 mesi all’anno, tutti giorni; l’anziano ha bisogno di concreto aiuto economico, morale, affettivo, dal momento in cui diventa anziano fino alla fine dei suoi giorni. Fa rabbia sapere che questi problemi vengono alla ribalta dopo articoli e inchieste giornalistiche o in seguito ad avvenimenti eclatanti.

Cosa significa questo? Significa che anche nel riconoscimento dei diritti basilari, come, appunto, l’assistenza agli anziani e ai disabili, siamo alla mercé della politica. Se non erro nell’ultima recente campagna elettorale qualcuno aveva proposto un ministero per gli anziani e qualche altro aveva assicurato un più puntuale interessamento per le fasce deboli e per i disabili.

Il nuovo governo al di là del contratto che ha sottoscritto prevede qualcosa che prenda in considerazione questi due grandi problemi? Mi pare proprio di no o almeno non ne ho sentito parlare nelle ultime settimane.

Dunque non dobbiamo meravigliarci più di tanto se troveremo più anziani soli ed abbandonati, se troveremo genitori disperati perché i loro figli non hanno strutture e mezzi per mitigare le situazioni di disagio che tutta la comunità dovrebbe prendere in carico.

Qualche giorno fa, a Roma, è stata presentata la ricerca curata da Claudio Falasca e promossa da Spi-Cgil e Auser Nazionale: “Problemi e prospettive della domiciliarità, il diritto d’invecchiare a casa propria”.

L’iniziativa, riservata ai gruppi dirigenti delle organizzazioni, anticipa alcuni dei dati del lavoro, che verrà poi presentato approfonditamente e in maniera completa in autunno, quando il quadro politico sarà stabilizzato e i referenti Istituzionali e di Governo definiti.

Al centro della ricerca, l’interrogativo sulle criticità del sistema di assistenza di lungo termine, di fronte alla crescente longevità della popolazione e al maggiore coinvolgimento delle donne nel mercato del lavoro.

I dati sono a dir poco allarmanti, considerata la disattenzione che persiste sul tema.

Nel 2045 si prevede che le persone con più di 65 anni saranno un terzo della popolazione, il 33,7%.  La popolazione totale diminuirà del 3,5% arrivando a 58milioni e 600mila e per il 78% sarà concentrata nelle città.

L’analisi delle previsioni ci dice che è da prevedere un aumento di 300mila non autosufficienti al 2025, 1.250.000 al 2045 e 850.000 nel 2065.

Nel quinquennio 2009-2013, si legge nella ricerca, in Italia gli anziani sono aumentati dell’8,6% passando da 11.974.530 a oltre 13 milioni. Nello stesso arco di tempo, sono diminuiti del 21,4% gli anziani che hanno beneficiato del Servizio di Assistenza Domiciliare (SAD) passando da 190.908, l’1,6% della popolazione anziana del 2009 al 149.995 l’1,2% del 2013.

La famiglia italiana continua a svolgere un ruolo centrale nel lavoro di cura. Ma la società, la famiglia e il mercato del lavoro stanno cambiando profondamente. Le donne, vero pilastro del ruolo di assistenza della famiglia, sono sempre più impegnate nel mondo del lavoro. Oggi il tasso di occupazione in Italia è di circa il 48,1%. Insomma dobbiamo dirci fortunati se esiste così tanta disoccupazione? Pare proprio di si, in quanto se si dovesse raggiungere la media europea del 61.5% il lavoro di cura in ambito familiare subirebbe un drastico ridimensionamento di circa 2milioni e 500mila donne. A questo punto siamo.

E le domande, vecchie o nuove, da porci saranno: come si riuscirà a rispondere alla crescente domanda di assistenza di lunga durata fino ad oggi garantito in ambito familiare?

Il problema è serio e drammatico e va affrontato quanto prima. Le famiglie impegnate nell’assistenza a un proprio caro sono esposte finanziariamente sia se l’assistenza è garantita direttamente sia se erogata da badanti o infermieri. Ad ogni persona non autosufficiente è associato un flusso di risorse in uscita. Il Censis stima in 9 miliardi l’anno la retribuzione per le badanti e in 4,6 miliardi le spese medico sanitarie come farmaci, analisi, visite, trattamenti riabilitativi ecc. Una famiglia con una persona non autosufficiente deve affrontare una spesa sanitaria privata pari a più del doppio rispetto alle altre famiglie italiane.

Di fronte alle esigenze della collettività, le risorse per il welfare si dimostrano insufficienti, pari all’1,9% del pil.

Secondo Enzo Costa, presidente nazionale Auser: «Scegliere di invecchiare dove si ha una qualità della vita migliore è un diritto della persona, se vogliamo costruire una società che cambiando demograficamente non aggiunga solo anni alla vita ma anche qualità della vita agli anni. Nel nostro paese le politiche sulla non-autosufficienza sono troppo scarse; questa ricerca offre una serie di soluzioni e per questo la presenteremo a settembre in una sede istituzionale, perché vogliamo portare le nostre proposte a chi è stato democraticamente eletto».

Per Ivan Pedretti, segretario generale Spi-Cgil: «Invecchiamento della popolazione e natalità pongono la necessità di intervenire seriamente sul sistema delle protezioni sociali: è una battaglia necessaria che dobbiamo combattere in prima persona. Il rilancio universale del welfare è l’elemento principale per una nuova capacità di sviluppo economico e sociale».

Sarebbe veramente bello se un giorno i nostri anziani e i nostri cari disabili potessero avere tutto quello che tocca ai cittadini: assistenza, serenità e amore.

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