Pubblicato il: 25 agosto 2018 alle 8:00 am

Leggiamo: L’Horla, di Guy de Maupassant Impudente accusatore della società borghese, lo scrittore francese fu l'inventore di una creatura mostruosa, tra malattia mentale e presenza soprannaturale

di Monica Longo.

Roma, 25 Agosto 2018 – Dal significato non definito, l’Horla si può tradurre come l’Estraneo. E’ un capolavoro della letteratura fantastica francese ed europea. Un diario scritto da un fantomatico personaggio che ruota attorno a una presenza invisibile, ma che lui riesce a percepire tramite piccoli segnali.

Non ho recepito questo Estraneo come un essere che vuole in qualche modo infastidire o fare uscire di testa il protagonista. La questione credo sia più articolata.

Sono molteplici e difficili da combattere i disagi e le malattie della mente.

Dalla biografia di Maupassant si desume che è principalmente attratto dalle patologie della mente avendo dovuto affrontare i disturbi della madre e poi del fratello. Lui stesso morirà dopo 18 mesi di agonia fra emicranie e deliri, conseguenze, pare, dell’avere contratto una malattia infettiva.

Maupassant ha dovuto fare i conti con il controllo, che riesce a mandare in tilt molti. Si vorrebbe il controllo di tutto, della salute, della propria vita e della morte ma, diciamocelo, per quanti sforzi si possano fare, noi non abbiamo sotto controllo proprio un bel niente. Da questo nasce il problema.

Maupassant stesso vuole trasmettere al lettore la sensazione, da lui definita particolarissima, relativa all’impotenza umana e all’instabilità, collegate ad eventi sui quali l’uomo non può avere il controllo (il colera del 1884 in Francia o un violento terremoto del quale Maupassant fu testimone). Tutto ciò che era sicuro diventa precario, tutto ciò che era normale, non lo è più, la perdita delle proprie certezze, dei punti di riferimento rende l’uomo senza l’identità, una bestia spaventata che porta in sé un’angoscia imprevista.

Non hai controllo e vai nel panico e se non riesci nemmeno più ad avere il controllo su te stesso è un bel problema. O si mantiene la razionalità o si va completamente fuori di testa, come il nostro protagonista. L’Estraneo, il nostro io in tilt, prende il sopravvento e non c’è via di scampo, diventa una lotta contro se stessi, ci si perde nei lati bui della propria mente.

Ecco cosa scrive ad un certo punto Maupassant.

“È venuto, Colui che prevedevano i primi terrori dei popoli primitivi, Colui che esorcizzavano i sacerdoti inquieti, che gli stregoni evocavano nelle notti scure, senza vederlo apparire ancora, a cui i presentimenti dei padroni effimeri del mondo prestarono tutte le forme mostruose o graziose degli gnomi, degli spiriti, dei geni, delle fate, dei folletti”…

“Siamo così fragili, così disarmati, così ignoranti, così piccoli, noi, su questo granello di fango che gira, diluito in una goccia di acqua!”.

Questo racconto mi è piaciuto molto e ognuno leggendolo potrà trarne le proprie conclusioni, trovando i modi per affrontare le paure più terribili, a cui non sappiamo dare un nome. Mi torna alla mente Fabrizio De Andrè, che amava citare le parole di Maupassant, sulle storie d’amore che finiscono, ogni volta che introduceva “Giugno ’73”. Buona lettura!

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