Pubblicato il: 4 settembre 2018 alle 8:00 am

Venezuelani in fuga verso il Brasile, la geografia della crisi infinita La testimonianza di due professori brasiliani che spiegano le cause e il razzismo latente di fronte all’ennesima tragedia di un popolo

di Danilo Gervaso.

Caracas, 4 Settembre 2018 – Di fatto a Caracas il Parlamento dal 29 marzo scorso non esiste più e il presidente Maduro ha pieni poteri di prendere qualsiasi decisione gli passi per la mente. Secondo l’esempio di Castro, a detta degli esperti; secondo quello di Bolivar, secondo altri. E così cade anche l’ultima parvenza di democrazia in un Paese tormentato dalla povertà e dalla dittatura.

Eppure fino a 4-5 decenni fa il Venezuela era terra di emigrazione, anche per gli italiani: negli anni venti erano già circa 5.000, alla fine degli anni quaranta quasi un milione di stranieri vi si trasferirono, tra cui più di 200.000 italiani, tanto che un paio di decenni dopo i nostri connazionali costituivano la comunità straniera più numerosa, precedendo sia quella spagnola che quella portoghese. E anche oggi, nonostante la grave crisi economica, essa continua a dare il suo contributo vitale al Paese. Gli Italo-venezuelani occupano un posto di assoluto rilievo nella società venezuelana, possedendo o amministrando circa 1/3 delle industrie non collegate all’attività petrolifera.

Oggi i venezuelani ci appaiono come i migranti che giungono in Italia, e qui come lì il loro arrivo suscita reazioni diverse. Nei giorni scorsi gli Stati confinanti col Venezuela hanno schierato eserciti ai confini, nell’ultima tappa di una crisi migratoria che sta sconvolgendo l’intera America Latina, poiché i venezuelani stanno fuggendo: quasi due milioni hanno finora lasciato il loro paese alla ricerca di nuove opportunità, soprattutto nel sud del Continente, in Perù e Cile. Altri varcano le frontiere del Brasile e si organizzano in accampamenti di fortuna. Ma la resistenza maggiore ad accoglierli viene proprio dal Brasile.

Cosa pensano i brasiliani di questa nuova migrazione?

Abbiamo intervistato due eminenti personalità, il prof. Rodrigo Monteiro Pessoa, docente di diritto del lavoro all’Universidad de La Frontera di Temuco, Cile, e il prof. Marcio Enrique dos Santos docente di Geografia a Londrina (Paranà) ed esperto di psicopedagogia.

Proprio quest’ultimo ci spiega dettagliatamente quali sono le aspettative dei nuovi migranti: «La maggior parte degli immigrati venezuelani – racconta Enrique dos Santos a neifatti.it – cerca di ricominciare una vita in Brasile. Entrano principalmente attraverso la città di Pacaraima, nello stato di Roraima (dove è stato schierato l’esercito, n.d.r.). Molti cercano di raggiungere la regione sud-orientale del paese, dove si trovano i maggiori centri industriali, in particolare nello stato di San Paolo. Tuttavia, per circa il 30-40% di questi immigrati, il Brasile è solo una tappa. Le loro mete sono Paraguay, Argentina e Uruguay, poiché, ufficialmente, lì parlano la stessa lingua, lo spagnolo».

Non è possibile – chiediamo – che i migranti abbiano intenzione di fermarsi proprio in Brasile?

«In America latina – continua il prof. dos Santos – conoscono la situazione del Brasile, che non è affatto rosea: ad esempio, la Regione nord-orientale è molto povera, quella centro-occidentale è da sempre segnata da numerosi conflitti territoriali. La Regione meridionale, quella in cui vivo, è storicamente la più europea, con una migliore qualità della vita, ma anche la più intollerante del paese. La destinazione più apprezzata sembra finora essere quella sud-orientale: regione storicamente beneficiata dai governi passati, più industrializzata e più ricca».

Com’è possibile che i brasiliani, discendenti essi stessi dai migranti da tutto il mondo, siano così intolleranti e inospitali con i loro vicini più poveri?

«Il brasiliano medio – spiega il docente di Geografia – è una persona di cultura, ma che in buona parte ha rinnegato o comunque non è orgogliosa delle proprie origini. Dal punto di vista della formazione, inoltre, i brasiliani risentono dell’antica scolarizzazione dei colonizzatori portoghesi e dei gesuiti (il prof. chiama in realtà colonizzatori anche i gesuiti, n.d.r.) altamente classista, che si articolava in ottima istruzione per i figli dei coloni e minimo indispensabile per i figli dei nativi. Questa disparità di trattamento, questa divisione profonda giustifica in gran parte la crisi di identità del Paese, e forse anche il difficile momento politico attuale e l’intolleranza nei confronti dei migranti. Abbiamo ancora forti disuguaglianze sociali e l’ingresso di immigrati provoca un senso di concorrenza non necessaria, poiché vanno a ricoprire ruoli retribuiti accontentandosi di una paga minore».

Che ruolo ha Internet nella formazione anche di una coscienza della tolleranza e dell’accoglienza?

«Internet, come ben sappiamo, è una grande risorsa, se ben utilizzata. Tuttavia oggi in Brasile è il mezzo che più diffonde il sentimento anti-immigrati, e anche molte fakenews, che qui da noi influenzano terribilmente le posizioni politiche della popolazione. Non posso dire però che tutti i brasiliani abbiano respinto gli immigrati, ma l’intolleranza è diventata un mezzo per creare allarmismo e caos».

Migrare è un diritto

Il prof. Monteiro Pessoa, egli stesso migrante di lusso in Cile (ha abbandonato il lavoro privato di avvocato in Brasile per seguire il suo desiderio di insegnare all’Università), è molto deciso sulle posizioni ufficiali. «Per legge – spiega a neifatti.it – ogni Stato deve garantire la libera circolazione delle persone e il diritto di migrare in un altro Paese, quindi, come dice il nome stesso, migrare è un diritto. Anzi, ogni Stato, attraverso la sua legislazione nazionale, deve supportare i migranti e non discriminarli in nessun settore della società».

Qual è la sua opinione personale sulla decisione del governo brasiliano di proteggere i confini con le armi?

«Credo che il protezionismo in questo caso non paghi – risponde Pessoa -. I venezuelani arrivano a Rondônia costretti a lasciare il loro paese, i parenti, gli amici, e questo, di per sé, è già una punizione per il migrante. La xenofobia, la discriminazione, aumentano solo il dolore di chi deve lasciare la propria casa. Ma anche qui in Cile stiamo vivendo un problema migratorio. Il Paese non era preparato e si vive questo processo con senso di discriminazione».

Lei ha occasione di parlare di questi temi durante le sue lezioni?

«I giovani sono molto interessati al problema. Proprio nei prossimi giorni terrò una lezione sul diritto al lavoro per i migranti».

Muoiono bambini

Sulla questione si è espresso anche Papa Bergoglio, che da sempre ha a cuore i problemi dell’America Latina, auspicando per il Venezuela la costruzione di ponti culturali, dialoghi, e appellandosi ai valori della giustizia, della solidarietà e della compassione.

Ma in un Paese in cui l’inflazione vola oltre il 2mila per cento, anche chi ha grandi quantità di denaro rimane a mani vuote perché perfino i beni di prima necessità mancano, i forni fanno il pane una volta al giorno e bisogna fare code infinite per averne uno o al massimo due pezzi (per comprare qualcosa nei supermercati bisogna prenotarsi anche con un paio di giorni di anticipo), dove più di 11.000 bambini con meno di un anno muoiono negli ultimi anni per cause legate alla mancanza di medicine, di macchinari, di controlli, dove mancano antibiotici contro le infezioni come la ciprofloxacina e la clindamicina, l’adrenalina per gli interventi chirurgici e gli strumenti necessari per le analisi del sangue, non può bastare la solidarietà privata.

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