Pubblicato il: 23 settembre 2018 alle 8:00 am

«Perché non scrivere su un foglietto i propri desideri, i sogni per gli anni a venire?» Un gioco. Un tempo da esplorare o un contenitore da riempire con le immagini degli anni a venire, le speranze, l’amicizia. Leggiamo Eshkol Nevo

di Rosa Aghilar.

Roma, 23 Settembre 2018 – Questa è la storia che si svolge vent’anni fa, nel 1998 nell’estate dei Mondiali di calcio in Francia, la finale Francia Brasile vinta dai bleu.

“La simmetria dei desideri” è un romanzo giocoso e triste, vitale e drammatico, dolente in alcuni punti e improvvisamente vitale in altri.

Ammiccante per gli amanti del calcio, ma anche per quelli che il calcio non lo seguono per niente, se non l’appuntamento totalizzante e puntuale ogni quattro anni dei Mondiali che sembra scandire il tempo della nostra vita: non solo goal e campioni da ricordare, ma anche stagioni della nostra vita.

Ed ecco Eshkol Nevo, uno dei più grandi scrittori israeliani: «Per fortuna che ci sono i Mondiali. Così il tempo non diventa un blocco unico, e ogni quattro anni ci si può fermare a vedere cos’è cambiato».

Tutto comincia durante la finale del 1998, su proposta di Amichai, Yoav (detto Churchill), Ofir e Yuval, sempre uniti nonostante le inevitabili incomprensioni, le invidie e le gelosie, decidono di scrivere su dei foglietti tre desideri ciascuno, con la promessa e l’impegno di verificare se, al mondiale successivo, i loro sogni sono diventati realtà.

In questo libro la questione palestinese è una sorta di rumore essenziale, è la vita normale che cerca di prendere il sopravvento, dove i sogni di un ragazzo ebreo sono gli stessi sogni di qualsiasi ragazzo occidentale: dal viaggio in India al rimorchiare a una festa. E proprio come in una vita normale, si avvicendano inevitabili amori e tradimenti che lasciano ferite profonde.

Nevo nel raccontare gli sviluppi della trama usa l’escamotage letterario del doppio io narrante che rende il romanzo, un continuo inseguimento. Protagonista il personaggio per il quale tifiamo fin dalle prime pagine e l’amico che, in fondo, speriamo si riscatti.

La diversità crea complementarietà, oppure regge il rapporto di fratellanza che non bada a divergenze?

E’ facile identificarsi in Yuval, la voce narrante, egli si definisce “una persona sola che ha molti amici” e pensa di non essere “stato abbracciato abbastanza” durante l’infanzia. Si porta dentro un senso di colpa per un’azione che vuole tener segreta.  E’ l’imprescindibile, il collante del gruppo, mentre il leader, il bello, il furbo è Churchill, Yaara è naturalmente la ragazza. Ofir, per i suoi riccioli e per la facilità con la quale cattura lo sguardo delle ragazze, è quello che conquista. Per esclusione, Amichai dovrebbe essere il furbo ma veste meglio i panni del saggio. I quattro ragazzi israeliani sono nati e cresciuti ad Haifa, ma trasferitisi a Tel Aviv inseguono le tipiche aspirazioni d’indipendenza, libertà e vita nella grande metropoli negli “anni di gesso”, come più volte sono definiti dall’autore: quel periodo tra i venticinque e i trenta durante il quale la vita inizia a definirsi inesorabile, le scelte che si compiono sono importanti e spesso decisive, le amicizie devono fare i conti con la perdita dell’incertezza spensierata e con i nuovi legami famigliari.

Sono ragazzi che hanno vissuto sul fronte le atrocità della guerra, ai tempi dell’Intifada. La tensione di fondo del conflitto isreaelo-palestinese vibra come un battito costante di ali sulla tela del romanzo ma non la imbratta, non interferisce: fa parte del tessuto connettivo di un Paese a ferita aperta. Al centro, dopotutto, ci sono una grande storia d’amore (compiuta? incompiuta?) e l’esaltazione del bello di un’amicizia vera che profuma di autenticità, che si piega alle sferzate della vita, ma non si spezza.

“Questa danza ininterrotta di avvicinamenti e allontanamenti è proprio il cuore del movimento tra amici”.

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