Pubblicato il: 27 ottobre 2018 alle 8:00 am

Segreti di Stato, tutto il peso della “criminalità servente” nel caso Moro Il libro-inchiesta della giornalista Simona Zecchi tenta di fare luce sulle presenze inquietanti che agitano i 55 giorni del sequestro: «Quella mattina in via Fani c'era di tutto: da una formazione paramilitare a esponenti di spicco della 'Ndrangheta»

di Silvestro Giannantonio.

Roma, 27 Ottobre 2018 – Non si spengono i riflettori sul libro-inchiesta firmato dalla giornalista Simona Zecchi “La criminalità servente nel Caso Moro” (La nave di Teseo, 2018).

Dal lancio ufficiale del volume nel marzo scorso continuano infatti a susseguirsi in Italia e all’estero piccoli e grandi incontri in biblioteche, circoli, scuole, sedi istituzionali. Perché il Caso Moro, dopo cento processi, due commissioni parlamentari e tre inchieste tutt’ora aperte in Procura fa ancora rumore. Appassiona e divide.

Siamo tutti figli del caso Moro e di quel 1978, anno cruciale, come poi sarà il 1992, per i destini del Paese. È dopo l’esecuzione di Moro che Democrazia Cristiana e Partito Comunista si avviano a un lento declino.
È allora che inizia a implodere il malefico congegno creato dalle Brigate rosse.
Un anno di forti sconvolgimenti anche nella geografia criminale italiana, mentre la Chiesa archiviava troppo in fretta la misteriosa morte di Papa Luciani e apriva con Wojtyla un papato lungo ventisette anni in cui da piazza San Pietro si tornerà a fare politica come ai vecchi tempi.

Con queste premesse è lecito chiedersi se oggi, nel 2018, sia ancora necessario un libro sul Caso Moro.
Per Simona Zecchi ovviamente sì. «Sembra che sia stato detto tutto, invece sappiamo bene che quando si vuole nascondere qualche informazione il modo migliore è confonderla tra un mucchio di altre informazioni o semplicemente cambiare posto ad un fascicolo e farlo ritrovare dopo trent’anni», ci dice a margine di una delle sue ultime presentazioni tenute a Roma. Ed è proprio quello che è successo ad alcune foto che ritraggono i tragici momenti del sequestro di via Fani.

Quella mattina c’era una folla. E non si fa riferimenti ai cittadini, ai cronisti, alle forze dell’ordine che accorsero in massa appresa la notizia dell’agguato alla scorta.
Quella mattina in via Fani c’era una vera e propria formazione paramilitare che fece di tutto per agevolare i brigatisti nell’operazione di prelevamento dello statista democristiano, occupandosi in modo chirurgico e professionale di vere e proprie esecuzioni pianificate di tutti gli uomini che viaggiavano con lui. E secondo le ricostruzioni di Simona Zecchi operate proprio a partire dai tanti scatti faticosamente recuperati in questi anni, non si tratta dei soliti “apparati deviati” dello Stato, ma sembra acclarata la presenza sulla scena del delitto di esponenti di primo piano della malavita organizzata, ‘Ndrangheta in testa.

Sarà massiccio, infatti, il coinvolgimento delle mafie durante tutti i 55 giorni del sequestro, seppur con varie sfumature e diverse missioni da compiere, spesso in contraddizione l’una con l’altra. È certo però che lo Stato si rivolse a criminali di spicco per scoprire i nascondigli di Moro (l’autrice alla fine ne conterà almeno cinque) e questo è un dato che non può passare inosservato e su cui Zecchi costruisce tutta la prima parte della sua inchiesta per poi procedere come un caleidoscopio, stringendo man mano il cerchio.

D’altra parte le analogie tra brigatisti i criminali non sono poche. Basti pensare che la Nuova Camorra Organizzata (unica formazione criminale italiana dotata di acronimo, proprio come i gruppi politici) nacque in carcere così come avvenne per i Gruppi Armati Proletari e non si può dimenticare il ruolo giocato ad esempio da Camorra e Brigate Rosse in tandem rispetto al caso Ammaturo (1982) o al sequestro (con rilascio) dell’assessore campano della Dc, Ciro Cirillo (1981).

Nel libro di Simona Zecchi, il Caso Cirillo è citato e raccontato – sebbene non nello specifico – quasi lungo tutta l’inchiesta. Si rivela infatti fondamentale, fa – se non altro – da contraltare a Moro per quanto riguarda l’epilogo.
«Il Caso Cirillo – spiega l’autrice – è stato l’evento che ha legittimato Raffaele Cutolo attraverso la richiesta di un suo intervento, ma fu anche l’inizio della fine dell’ex ‘professore’, perché lo indebolì agli occhi della Nuova Famiglia. Tra l’altro, dopo il sequestro, iniziano a collaborare con la giustizia molti luogotenenti di Cutolo e nel 1983 viene ucciso, davanti alla sede dei Servizi Segreti a Roma, il suo fedelissimo Vincenzo Casillo».
Per Zecchi, poi, lo Stato, nella vicenda Moro, ha dimostrato «non la linea della fermezza, ma la capacità di saper sacrificare l’uomo simbolo e cerniera delle sue strutture per interessi altri».
«Con Cirillo sono stati al contrario protetti certi interessi e si è dimostrato che quando lo Stato vuole riesce a imporsi alle logiche criminal-terroristiche. I patti che si possono stringere con consorterie politico-criminali a servizio di strutture altre possono insomma portare a epiloghi diversi», conclude la giornalista.

Il lavoro e lo studio di Simona Zecchi sul Caso Moro sono in realtà quasi contemporanei a quelli svolti su Pier Paolo Pasolini, culminati anch’essi in un libro-inchiesta, in occasione dei quarant’anni dall’omicidio (“Pasolini, massacro di un poeta”, seconda edizione 2018; 3 ristampe, Ponte alle Grazie 2015). La morte di Pasolini e quella di Moro, a conclusione di 55 giorni di prigionia, sono separati soltanto da tre anni. Sono tre anni significativi in cui cambiano molte cose nelle dinamiche politiche, criminali e internazionali.

«Quando nel 2014 è stata istituita la commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dello statista Dc, terminata con la fine della scorsa legislatura, oltre a seguire i lavori della commissione ho svolto una mia indagine personale anche perché ritengo che il lavoro dei giornalisti debba essere indipendente da quello giudiziario o in generale dalle autorità investigative ed eventualmente a loro supporto – racconta Simona -. Alcuni miei lavori sono stati acquisiti dalla commissione stessa e approfonditi. Via via che scavavo negli atti giudiziari e nelle carte delle precedenti commissioni d’inchiesta ho compreso come il ruolo delle diverse organizzazioni criminali non fosse mai stato approfondito per intero, molti i fatti dispersi e spezzettati oltre che poco chiari. All’inizio pensavo soltanto a restituire un quadro unitario su quel ruolo ma poi ho compreso che le questioni inesplorate e il nocciolo del Caso Moro tutto dovevano ancora essere svelati».
Vi sono infatti importanti novità nel libro a riguardo. E ritorniamo alle famose foto che ritraggono un personaggio di spicco della ‘Ndrangheta come Antonio Nirta, in piedi, tra gli astanti assiepati fuori al bar Olivetti pochi minuti dopo la strage di via Fani (nella foto).

Molto interessante, poi, è uno degli strumenti di indagine giornalistica usato da Zecchi, parafrasando il celebre adagio “Follow the Money”.

Nel Caso Moro basta invece “seguire le armi” per rendersi conto, senza chissà quali voli pindarici o supposizioni azzardate, che le armi inceppate e malfunzionanti in mano ai brigatisti (stando alle loro stesse dichiarazioni) quella mattina del 16 marzo 1978 non potevano essere in grado di annientare in pochi minuti cinque uomini della scorta armata. E che altre armi presenti sul luogo della strage erano le stesse usate da alcuni gruppi criminali all’epoca dei fatti.

«Se dietro al sequestro c’è la mafia, allora non c’è nulla da fare», scrisse Mino Pecorelli, prima di essere a sua volta assassinato nel marzo del 1979. Per Simona Zecchi, che con questa sua frase apre il capitolo conclusivo del libro, Pecorelli fu uno dei pochi ad aver capito il vero problema del Caso Moro.

«Con il sequestro e la morte di Moro – scrive nelle ultime pagine l’autrice – la mafia e soprattutto la ’Ndrangheta e la sua componente riservata (ovvero criminalità organizzata, ma anche servizi segreti, massoneria, magistratura e parte delle istituzioni) allungano le mani sul Paese. Tanti, infatti, sono i crocevia che lo hanno permesso: la madre di tutte le stragi, piazza Fontana, in cui anche la mafia è stata coinvolta; quelle successive degli anni Ottanta, quelle del 1992-93, per citare soltanto gli eventi più importanti». Simbolo di queste drammatiche svolte, per Zecchi, è la distruzione del processo democratico avvenuta con la morte di Moro, quel processo di alternanza di governo finora sconosciuto nel panorama politico italiano, opposto al piano di “rinascita” voluto e messo in moto dalla P2.

«Cosa Nostra, Camorra, banda della Magliana e ’Ndrangheta lungo il corso di questi quarant’anni sono state al servizio di altre strutture di potere (o sono state da queste servite), arrivando a cambiare il peso e il ruolo di entrambe», si legge nel volume. Formando al loro interno due linee parallele ma spesso non comunicanti tra loro, come Giuseppe Lombardo, magistrato di Reggio Calabria, ha spiegato nell’audizione presso la Commissione Moro del settembre 2017. Elementi sottovalutati dai media e quindi dall’opinione pubblica. Ecco perché nel titolo si parla di “criminalità servente”. Come si sono mosse queste organizzazioni criminali all’interno di quel groviglio che è ancora il Caso Moro? Leggete e vi sarà detto.

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