Pubblicato il: 9 novembre 2018 alle 7:00 am

Giornalista a chi? Perché serve più Ordine nell’unico mestiere al mondo uguale soltanto a se stesso

di Giuseppe Delle Cave.

Roma, 9 Novembre 2018 – Si legge da più parti, e anche in documenti ufficiali, di una imminente e radicale riforma dell’Ordine dei Giornalisti. “Come si cambia per non morire / come si cambia per amore / come si cambia per non soffrire /come si cambia per ricominciare”, cantava un’ispiratissima Fiorella Mannoia al Sanremo dell’84, quando il Corriere della Sera e gli altri quotidiani erano ancora una fonte irrinunciabile di notizie e fatti, da leggere afferrando a due mani il famoso formato “lenzuolo” in cui gli “uomini soli” dei Pooh sei anni più tardi, al Sanremo del ’90, si sarebbero persi al mattino, “col dopobarba che sa di pioggia e la ventiquattro ore”.

Ma non è il pezzo armarcord che si cerca in questo breve scritto quanto piuttosto una timida riflessione sulla ragion d’essere di un Ordine e di un mestiere, quello dei giornalisti, che per motivi storici, sociali ed economici, è uguale soltanto a se stesso. Qual è dunque il mestiere del giornalista? Ricercare notizie (fatti notiziabili), verificarle, diffonderle. Punto. Sul come, quando e perché ci si potrà poi dividere e confrontare all’infinito ma sul nocciolo duro della questione, sulla mission essenziale e primordiale di questo mestiere, che per necessità è divenuto professione, c’è davvero poco da dibattere.

Passi, dunque, il requisito minimo della laurea, che oggi appare sempre più un titolo da scuola dell’obbligo e il cui possesso risulta scontato per chi intende far dell’italiano (e della cultura) il suo strumento di lavoro; passi anche la definizione di giornalista come mediatore intellettuale tra il fatto e i cittadini, perché alla fine questo è quello che ci aspetta come operatori dell’informazione e quello che la gente si aspetta da noi. Ma davvero non si può sentire la nuova natura di questo Ordine, che da nome comune di persona passa a nome comune di cosa. In linguistica non sara esattamente così, però è un paragone che rende l’idea.

E così passeremo dall’essere iscritti all’Ordine dei Giornalisti ad avere la tessera dell’Ordine del Giornalismo. Per allargare i confini, includere, arricchire. “Come si cambia, per non morire”, verrebbe ancora da dire, citando la Mannoia. Ecco così che la tanto celebrata gavetta, spesa in antiquati o spesso improvvisati open space di redazioni di provincia (per chi ha avuto più fortuna, di città), tra le quinte di tg, in radio o per strada a far capannelli in attesa del politico/cantante/calciatore di turno, in cambio spesso di niente se non di sogni, speranze e mitologia professionale, va – con un tratto di penna – miseramente in soffitta. Al suo posto? Una laurea di primo livello, niente più praticantato ma, in compenso, tanta università, con un corso da svolgersi “attraverso forme di controllo e vigilanza da parte dell’Ordine del giornalismo”. E la chiusura delle pagine, i giri di nera, le ribattute della prima? Per citare soltanto alcune delle prassi più in voga nelle oramai romantiche redazioni di carta stampata. Dove si insegneranno queste cose? All’Università? E c’è qualche editore disposto ad assumere un neolaureato, ancorché formato da docenti brillanti e preparati, a scatola chiusa? Senza cioè che abbia sgobbato tra i tasti ingialliti delle tastiere da lui stesso acquistate anni addietro e, forse, da quel momento neanche più sostituite? A questo punto la domanda, come era solito dire il celebre Antonio Lubrano in tv, “sorge spontanea”. Ed è questa: basta cambiare per non morire? Il cambiamento è condizione spesso necessaria, magari indispensabile, ma non sempre sufficiente affinché le cose vadano realmente meglio. Bisognerebbe interrogarsi su come e quando nasce una notizia per provare a darsi una spiegazione utile rispetto al perché i giornalisti arrivano sempre un attimo dopo, nell’immaginario collettivo, dei social, delle catene di S. Antonio, degli utenti generatori di contenuti. Sarà perché anche la “notizia”, come la domanda di Lubrano, sorge oramai spontanea?

Dalle fotocamerine degli smartphone, dagli invii sbagliati degli audio di WhatsApp, dalle telecamere di sorveglianza delle stazioni di servizio, delle banche o degli ospedali vengono fuori oggi le news. Forse sarebbe utile concentrarsi sugli utilizzi secondari delle news ed interrogarsi sulle opportunità per i giornalisti di dare non più prima degli altri ma meglio degli altri la notizia, di darla cioè in maniera credibile, con la giusta mediazione intellettuale tra fatto e cittadini.

Come si risponde allora a questa crisi di appeal, di credibilità, di credito dei giornalisti? Sfumandone i confini della categoria e rendendoli così comunicatori a tutto tondo? O chiedendo loro di armarsi di iPhone e di inseguire i teenager del sabato sera ai baretti, giù al mare o nei Mak Π? Certo che no, almeno no con un ordine di servizio. Non si risponde, insomma, trasformando la crisi di riconoscibilità  dei giornalisti in una crisi di identità.

Cosa fare allora? Una idea potrebbe essere quella di cambiare davvero. Rendere giustizia alla vera natura di questo mestiere, che è un po’ come quello dello storico, uno storico del presente, e necessita sempre più di un riconoscimento sociale per ciò che deve fare nella società: ricercare notizie, verificarne le fonti, diffonderle. Per far ciò serve sì una riforma ma non del nome, forse più del corpo e delle casse. Si pretende l’esclusività professionale per i professionisti ma poi si chiude l’occhio della deontologia, del merito e della dignità se il direttore al mattino fa l’impiegato in banca e alla sera improvvisa titoli (che vanno impietosamente a capo), pubblica pezzi che non chiudono, inserisce didascalie sbagliate, in pratica: ne sa di giornalismo come io ne so di arabo.  O, peggio ancora, neanche sa dov’è la redazione di quel giornale o foglio di notizie free press che dirige, perché ha dato la sua disponibilità per fare un piacere ad un amico.

La direzione di una testata ad un pubblicista. Nessuno scandalo. Lo prevede la legge.

Un pezzo sottopagato di apertura ad un collaboratore pubblicista per evitare di far fronte ad un fisiologico turnover nel giornale. Nessuno scandalo, lo prevede la legge. Lavoro tolto ogni giorno a chi fa questo mestiere per vivere in nome del risparmio, di meno diritti e bassa qualità. Anche qui, alcun mistero, nessuno scandalo. Lo prevede la legge.

Peccato che sia la stessa legge che oggi noi giornalisti proponiamo di cambiare, “per non morire, per ricominciare”, ignorando la vera causa di questa crisi: l’elenco dei pubblicisti, le scuole di giornalismo. Non serve allora abolire l’ordine o cambiarne il nome, serve semmai più Ordine, che significa anche più dignità e, soprattutto, più coraggio. Più coraggio nel consentire di essere giornalista soltanto a chi il giornalista lo fa per mestiere, ogni giorno, per vivere, anche a costo di perdere la “cassa” dei pubblicisti e diventare un po’ più poveri di sedi, icone e fronzoli ma ricchi di onestà intellettuale e dignità.

Più coraggio nel riconoscere un valore culturale, etico e di studio ai corsi universitari ma mai un valore di surroga del percorso professionale, che nasce e muore nei media, tradizionali o digitali che siano. Più Ordine, per non morire e per ricominciare. Ma ricominciare sul serio.

neifatti.it ©