Pubblicato il: 11 novembre 2018 alle 7:00 am

Tanta apparenza e poche preghiere, c’era una volta il culto dei morti Anche andare al cimitero è diventato un atto formale, perché molti hanno dimenticato il vero significato religioso della ricorrenza

di Giosuè Battaglia.

Roma, 11 Novembre 2018 – In era contemporanea e precisamente dall’ascesa di Napoleone, si può fissare il moderno “Culto dei morti”, avvenuto proprio con L’Editto di Saint Cloud. Infatti con questo editto, Napoleone emanò delle norme che regolamentavano i cimiteri e di conseguenza le tombe che prima erano comuni e quindi non davano possibilità ai familiari di stringersi al proprio caro defunto. Di qui tutta una letteratura che coinvolse diversi letterati ad esprimersi in merito e fra questi Ugo Foscolo, autore de “I Sepolcri”. Da quel momento c’è stata una corsa alle tombe per sistemare i propri cari e di conseguenza, negli anni, tutta una serie di accorgimenti per abbellire le stesse con scritte, fotografie, epiteti di ogni genere appunto per ricordare un atteggiamento tipico del defunto. La corsa ad onorare il caro estinto si perpetra per lo più nella ricorrenza dei morti, perché tutti si riversano al camposanto in quanto atto dovuto, tralasciando il vero significato religioso e dando molto all’apparenza. Sì, perché chi si reca porta fiori e ceri in abbondanza quasi si ricevesse più vicinanza alla salma. Ancora, il discendente prossimo si intrattiene più per mostrare la presenza che lasciarsi in preghiere e dialoghi muti per il defunto, anzi i dialoghi si accendono quando arrivano altri e si da inizio ad un chiacchiericcio riguardante ben altri prosceni. Tutti parlano di tutto e dimenticano che la loro presenza ha il fine di pregare per il caro estinto. E allora ci si dimentica di essere in un luogo sacro, bisognoso di rispettoso silenzio e di orazioni, dove riposano in pace i viventi del passato, che di quelle discussioni hanno riempito la loro esistenza.

Nei tempi passati, ci si recava al cimitero con un fare veramente prostrato nel rivivere il ricordo del sepolto a cui nella festa si portava una preghiera alla sua anima. Ci si recava con tale remissione come quando ci si accosta all’altare per ricevere l’ostia; molti addirittura restavano in veglia, digiunando e pregando talvolta con l’ausilio di monache a cui si dava un’offerta per il convento degli orfani. Il giorno dei morti rappresentava un amaro ricordo per la perdita del proprio caro, ecco perché l’uso del cioccolato che serviva a dare energia nel momento del triste ricordo. Nel giorno dedicato ai morti si evitavano cibi a base di carne, proprio in rispetto alla carne del defunto ormai inesistente e riprodotta dalla visione di quella da consumare. Molte tradizioni delle epoche passate sono rimaste in quegli atti che più fanno comodo ai viventi e al commercio, tutto funzionale alla quotidianità. Allora, non sarebbe il caso di parlare di “Culto dei vivi”?

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