Pubblicato il: 16 novembre 2018 alle 7:00 am

“Una donna”, romanzo che ancora oggi ha tanto da insegnare Scritto da Sibilla Aleramo ai primi del ‘900 e considerato tra i primi libri femministi apparsi in Italia

di Rosa Aghilar.

Roma, 16 Novembre 2018 – Una donna educata, figlia di un padre che vive nel culto del lavoro, rappresentante della mentalità capitalista e borghese, sposata a un uomo gretto che si affranca continuamente della sua quotidiana mediocrità, geloso e violento che talvolta alza le mani.

La voce narrante, di cui non sappiamo il nome (come gli altri personaggi del romanzo), dopo una “fanciullezza libera e gagliarda”, si trasferisce dal Piemonte in una piccola cittadina del Mezzogiorno con la famiglia. D’un tratto la luce scompare, tutto diventa buio: una madre depressa che si affaccia continuamente agli abissi di una terribile follia, il padre che giorno dopo giorno abbandona la famiglia per stabilirsi definitivamente dall´amante, la difficoltà ad adattarsi a un ambiente asfissiante e ipocrita come quello del paesello, ma più di tutto il matrimonio riparatore a seguito di violenza. Di pari passo a questa relazione c’è l’atteggiamento d’adorazione della giovane donna verso il padre che costituisce un secondo punto nodale cui si apre il romanzo: il rapporto col primo uomo in grado di plasmare il suo status di “donna” subisce un’evoluzione, progressivamente si deteriora.

“Una donna” sembra un titolo semplice, ma la trama del romanzo autobiografico di Sibilla Aleramo, spesso indicata come vessillo del femminismo italiano d’inizio secolo XX, nasconde una grande complessità.

La società a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo non sembra lasciarle molte possibilità alla rassegnazione: “Amare e sacrificarsi e soccombere! Questo il destino […] forse di tutte le donne?”

“Tutti si accontentavano: mio marito, il dottore, mio padre, i socialisti come i preti, le vergini come le meretrici, ognuno portava la sua menzogna, rassegnatamente. Le rivolte individuali erano sterili o dannose: quelle collettive troppo deboli ancora, ridicole […] e incominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte non lieve del male sociale.”.

Il “legame della maternità” è ciò che, seppur con ambivalenza e passando addirittura per un tentativo di suicidio, la tiene viva, trasformandosi da biologico a spirituale. Giungerà però il punto della svolta, in cui la donna diventerà consapevole della propria essenza e del diverso ruolo che potrebbe avere in quella società: “E credetti di non poter sopportare la sofferenza fisica di un tale spettacolo ripetentesi all’infinito … fu da allora che ho ripreso risolutamente a vivere; dopo aver sentito di nuovo gli altri vivere e soffrire. E da allora ho anche avuto il bisogno di sperare di nuovo: per tutti, se non per me”.

Allora l’attaccamento alla vita diventa ostinato: “Guardando in faccia la vita e la morte, non le temo, forse le amo entrambe”.

Acquisisce consapevolezza e comprende. Troviamo all’interno del testo, pagine intense e struggenti su cosa significhi essere madre – che “la buona madre non deve essere […] una semplice creatura di sacrifici, deve essere una donna, una persona umana”, e comprende che la sua sottomissione a ruoli che nell´intimo non le appartengono sarebbe un “esempio avvilente” e deleterio per il figlio.

“In quei giorni d’infinita solitudine, nel silenzio di ogni richiamo umano, abbandonata veramente ogni speranza e ogni fede, trovai in un libro una causa di salvezza”.

La cultura diventa catalizzatore di cambiamento, la letteratura assume potere salvifico: la protagonista inizia a scrivere per riviste e giornali, cominciando ad avvicinarsi alle idee femministe e portando a compimento la propria rivoluzione personale.

E’ la storia di una donna che arde di passione, di una donna ribelle che non vuole conformarsi, deve essere padrona del proprio destino, senza lesinare dolore e sofferenza, duro prezzo da scontare che porteranno le sue scelte.

“Una donna” è la storia di un dolore che ancora oggi, ha tanto da insegnare al genere femminile.

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