Pubblicato il: 29 novembre 2018 alle 7:00 am

Rapporto Smivez 2018: la conferma che il Sud non può farcela da solo Dati poco confortanti per il Meridione che in 16 anni ha perso quasi 2 milioni di residenti. Mancano interventi strutturali e cresce il disagio sociale

di Arcangela Saverino.

Roma, 29 Novembre 2018 – Il rapporto annuale Smivez  (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) del 2018 sull’economia del Mezzogiorno riporta dati che non sono per nulla confortanti per il Meridione che a partire dal 2019 rischia un forte rallentamento nella crescita del Pil che sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud. Il documento evidenzia il divario tra il Centro- Nord e il Mezzogiorno destinato ad allargarsi anche a causa dell’assenza di politiche adeguate. Per esempio sul fronte lavoro, il rapporto mette in luce il divario tra le due parti del Paese: al Sud  nel 2017 gli occupati sono aumentati di 71 mila unità (+1,2%), mentre al Centro-Nord la crescita è stata di 194 mila unità. Nel corso del 2017, si legge, l’incremento dell’occupazione meridionale è dovuto quasi esclusivamente alla crescita dei contratti a termine (+61 mila, pari al +7,5%) mentre sono stazionari quelli a tempo indeterminato (+0,2%). I dati, tra l’altro, giocano a sfavore dei giovani e dimostrano un invecchiamento della forza lavoro occupata. Sebbene vi siano dei chiari segnali di ripresa negli ultimi anni, il Sud rischia di subire una brusca frenata nello sviluppo e nella crescita se non si interviene con consistenti interventi pubblici.

Vi è di più: negli ultimi 16 anni il Sud ha perso quasi due milioni di residenti, metà dei quali sono giovani di età compresa tra i 14 e i 34 anni, quasi un quinto laureati; il 16% si è trasferito all’estero e quasi 800 mila non sono tornati. Dati che si accompagnano a quelli riguardanti l’abbandono scolastico e il basso tasso di occupazione dei laureati e che inducono la Smivez a parlare di «sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche» e di «drammatico dualismo generazionale». E spiega: «Il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di occupati nella fascia adulta 35-54 anni (-212 mila) e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)».

Un dualismo che si registra anche a livello demografico «Il Nord e il Sud del Paese sono investiti da una profonda rivoluzione demografica che, oltre il complessivo declino, sta ridisegnando la struttura della popolazione, con una evidente perdita di peso e di ruolo del Sud e delle giovani generazioni» scrive Smivez.  Nel 2017 la popolazione italiana ammonta a 60 milioni e 589 mila unità in ulteriore calo di quasi 106 mila unità dopo le riduzioni del 2016 (-76 mila unità) e nel 2015 (-130mila unità). «È come se sparisse da un anno all’altro una città italiana di medie dimensioni». La popolazione diminuisce malgrado aumentino gli stranieri: nel 2017 il calo è stato di 203 mila unità a fronte di un aumento di 97 mila stranieri residenti. A ciò si aggiunga il calo delle nascite che dal milione e 61 mila unità del 1964 sono scese a 458 mila, un dato che dimostra come l’Italia sia passata dall’essere uno dei Paesi a più elevato numero di nascite a quello che adesso ne conta meno. Le previsioni Istat, tra l’altro, prevedono una riduzione della popolazione nei prossimi cinquanta anni che nel Sud sarà molto più intensa. Il Meridione rischia di diventare l’area più vecchia d’Italia e l’età media potrebbe passare dagli attuali 43,3 anni a 51,6 anni nel 2065. «A fronte di un quadro di consolidamento di una debole ripresa, in cui i segnali di resilienza sono tuttavia insufficienti a invertire il declino sociale e demografico dell’area, rischia di aprirsi una “stagione dell’incertezza” – in cui l’Italia fa segnare un rallentamento della crescita – che potrebbe determinare nel Sud una “grande frenata» conclude il rapporto. Ad ogni livello di governo – regionale, nazionale ed europeo – compito della politica è contrastare il tendenziale rallentamento di una ripresa, sebbene debole, e di incentivare gli investimenti pubblici mirati al miglioramento delle infrastrutture economiche e sociali.

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