lunedì, Agosto 8, 2022
HomeVeicoli di PensieroSinossiAmos Oz, la storia di Israele con gli occhi di un bambino

Amos Oz, la storia di Israele con gli occhi di un bambino

di Caterina Slovak.

Roma, 19 Gennaio 2019 – Amos Oz è morto a Tel Aviv il 28 dicembre 2018. ll suo primo romanzo lo scrisse di notte, chiuso in bagno, fumando una sigaretta dopo l’altra. Uno scrittore metodico: non era riuscito a resistere alla scrittura e quando, al quarto romanzo, arrivò al successo, programmò fin da subito di dedicare quattro giorni a settimana alla scrittura, due all’insegnamento e uno, la domenica, a lavorare come cameriere nel kibbutz Hulda, dove viveva, affacciato sulle colline della Giudea e fondato su un appezzamento che i pionieri ebrei avevano acquistato da un proprietario terriero arabo.

Amos Klausner – questo il suo vero nome – aveva studiato all’università ebraica di Gerusalemme e a Oxford. Molti suoi saggi sono dedicati al conflitto arabo-israeliano: In terra di Israele (1983) e Contro il fanatismo (2004). Nei suoi numerosi romanzi riflette i conflitti insanabili nella società israeliana e la difficile convivenza delle due culture, europea e araba, in una visione ironica ma priva di ottimismo: Michael mio (1968), Un giusto riposo (1982), La scatola nera (1987). “L’uomo, mio caro – scriveva – è un paradosso. Una creatura assai bizzarra. Ride quando c’è da piangere, piange quando gli converrebbe ridere; vive senza cervello e muore senza voglia”.

Chiamato «il Cechov d’Israele» e paragonato a Dostoevskij, Oz è secondo la critica l’unico scrittore israeliano davvero “europeo” che ha offerto al mondo la normalità sofferente dello stato ebraico.

Il libro che lo racconta meglio è forse Una storia di amore e di tenebra, la sua Gerusalemme e le sue radici nell’Europa dell’Est , la storia di Amos Oz bambino in Israele, un paese ancora giovane, multiculturale e multilingue, grazie agli immigrati europei che avevano abbandonato le loro case per salvarsi dalle persecuzioni naziste, ma già tormentato agli inizi della propria storia.

Amos era figlio unico di genitori coltissimi, con i libri di casa oggetto di un’adorazione unica: il padre era un bibliotecario che, nonostante le difficoltà economiche, amava circondarsi di libri da studiare e che parlava undici lingue; la madre, Fania, che si suicidò quando Oz aveva dodici anni, ne parlava quattro o cinque. Sono molto belle le pagine in cui lo scrittore racconta di quando il padre, spinto dal bisogno di trovare qualcosa da mangiare, dopo molti ripensamenti, si convince che sia necessario vendere uno dei suoi amatissimi volumi: moglie e figlio lo vedono uscire triste e silenzioso al mattino con il libro sottobraccio, ma, a volte, lo vedevano tornare alla sera, raggiante, con un altro titolo: era stato più forte di lui e aveva convinto il libraio a fare uno scambio. E la moglie lo perdonava anche se non c’era nulla da mangiare in casa.

Sullo sfondo dell’imponente romanzo Israele, 120 anni di storia, da quando era ancora protettorato britannico alla guerra di indipendenza, passando per la paura degli attacchi terroristici, e una notte importante, quella del 29 novembre 1947, quando nasce ufficialmente lo stato indipendente israeliano, e ogni abitante del paese, bambini compresi, corre per strada per ascoltare le notizie della radio che escono dalle finestre aperte.Racconta un intero universo, le vicende di un secolo, la storia, una galassia di storie di famiglia, e al tempo stesso la Storia con la S maiuscola della nascita di Israele, dell’origine delle illusioni e degli odi irriducibili. Il tutto visto attraverso i ricordi di un bambino dotato di straordinaria immaginazione, spezzoni di conversazioni tra adulti che ha origliato, quel che ha capito e quel che ha travisato, le favole che gli avevano raccontato, e quelle che da grande avrebbe raccontato ai suoi lettori“Accadono davvero tante cose scrive – a ogni angolo di strada, in ogni coda in attesa dell’autobus, in qualunque sala di aspetto di un ambulatorio, o in un caffè…Tanta di quella umanità attraversa ogni giorno il nostro campo visivo, mentre gran parte del tempo noi restiamo indifferenti, non ce ne accorgiamo neppure, vediamo ombre invece di persone in carne e ossa”.

Pur essendo un romanzo quasi storico, con temi tra loro diversissimi (immigrazione, socialismo, kibbutz, rapporti arabo-israeliani…), questo libro è segnato fin dalle prime pagine da un’atmosfera mortale di attesa che circonda la madre: prima di quest’opera l’autore non aveva mai parlato con nessuno di questa donna, suicida a 38 anni in seguito a una depressione; anche tra padre e figlio, la morte fa scendere un velo di silenzio, quasi una protezione contro il dolore. Rielaborando il lutto, “Una storia di amore e di tenebra” dà voce alla memoria.

Una donna colta e affettuosa, sua madre, consumata dall’amore per un marito “grigio”, troppo preso dai sui scritti accademici che non coglie la sua fantasia e la sua vitalità. Doti che invece nutrono i sogni del piccolo Amos, attraverso le storie che gli racconta ogni sera addormentandolo, accarezzandolo, consegnandogli pesanti insegnamenti filosofici sulla vita.

L’Amos bambino è un ragazzino apparentemente fragile, che vediamo “bullizzato” dai compagni di scuola, che parla di politica come un adulto, che litiga con i compagni arabi ma che poi è capace di incantarli con i suoi racconti fantastici, imparati da sua madre.

Il romanzo, struggente e bellissimo, che ovviamente vi consigliamo di leggere, è stato portato sul grande schermo col titolo “Sognare è vivere”, esordio alla regia della bellissima attrice israeliana Nathalie Portman e presentato a Cannes nel 2015.

neifatti.it ©
ARTICOLI CORRELATI

I più recenti