Pubblicato il: 4 febbraio 2019 alle 8:15 am

Made in Carcere, un marchio sociale per “ricucire” la vita delle detenute I penitenziari di Lecce e Trani ospitano un laboratorio sartoriale, che non è solo attività di reinserimento per le donne, ma anche un progetto di successo e di riscatto

di Anna Giuffrida.

Lecce, 4 Febbraio 2019 – Uscire dall’invisibilità, ritagliandosi un futuro fuori dal perimetro del carcere. Parte da qui, da un laboratorio divenuto presto una Maison sartoriale all’interno degli istituti penitenziari di Lecce e Trani, la scommessa di dare una seconda opportunità alle donne detenute. Una sfida nata nel 2007 che è diventata subito un marchio, Made in Carcere. «Questo brand sociale è nato quando ho avviato l’attività – racconta Luciana Delle Donne, ideatrice e CEO di Made in Carcere – Ho chiesto alle detenute di quel tempo se preferivano chiamarlo ‘Cattive ragazze’ o ‘Made in Carcere’. Loro dissero che volevano che si sapesse che i prodotti erano realizzati in carcere perché, anche se avevano commesso un reato e stavano pagando, volevano dimostrare di sapere fare bene le cose. E così, loro stesse hanno deciso di chiamarlo Made in Carcere».

Sono 2.402 le donne detenute negli istituti penitenziari italiani, il 4,12% della popolazione carceraria (Fonte: Ministero della Giustizia, 2018). Una piccola parte di una comunità da sempre tenuta ai margini, e spesso volutamente dimenticata dietro le sbarre. Persone per le quali è prevista una rieducazione, che prevede il lavoro come strumento per un futuro reinserimento in società. Sull’efficacia della rieducazione tramite il lavoro, gli ultimi dati registrati nel 2007 affermano che “il tasso di recidiva dei detenuti è pari al 68%, contro il 19% di chi ha scontato la pena ai servizi sociali”, come riportato nel mini dossier OpenPolis 2016. Il lavoro quindi anche in carcere fa da traino alla dignità di chi è detenuto, e le donne detenute che confezionano borse e accessori Made in Carcere hanno imparato anche a fare parte di un team e a conoscere le dinamiche di un vero lavoro in azienda.

«E’ fondamentale attivare un percorso rieducativo, per ricostruire una dignità ma anche una competenza che non è soltanto la cucitura ma è anche il rispetto del lavoro, il rispetto dei metodi, dei ruoli, delle responsabilità. Quello che noi trasferiamo è lavoro vero. In questi modelli la cosa importante è che ci sia il ritmo di un’azienda che deve autofinanziare un progetto, altrimenti diventa un percorso di assistenzialismo dove qualcuno deve passare il tempo», spiega Luciana che con un’esperienza ultra ventennale nel mondo della Finanza ha scelto di dedicarsi al volontariato in questo suo progetto.

E racconta anche della sua seconda vita: «Sono un’ex dirigente di banca e ho creato il primo modello di banca online in Italia. Poi ho deciso di lasciare tutto e sono tornata a Lecce. Conoscendo la stanza dei bottoni, e le dinamiche del potere, è bello lasciarsi andare in questo contesto. La bellezza del progetto è che c’è tanta fatica, perché andiamo controcorrente. Oltre a lavorare all’interno del carcere, lavoriamo molto all’esterno per cercare di convincere le persone, attraverso l’eccellenza dei nostri prodotti, che generare benessere comune e fare qualcosa di bello per gli altri è gratificante. L’obiettivo più importante per noi è cambiare lo stile di vita delle persone comunicando eccellenza e bellezza».

Un modello aziendale divenuto di successo, prestato a donne invisibili, che produce accessori con ritagli di tessuto donati da aziende tessili e con scarti di magazzino destinati agli inceneritori. Un recupero virtuoso, di tessuti e persone, che con il giusto accostamento di colori è stato capace di produrre oggetti belli e di tendenza che hanno raccolto consensi anche da tanti imprenditori, che hanno scelto i prodotti Made in Carcere per pubblicizzare il loro marchio. Una solidarietà fatta di passaparola che ad ogni cucitura parla di vite riscattate. «A noi piace comunicare la gioia di vivere, la gioia di ricostruire la vita delle persone. E la nostra idea è di farlo a 360°. Noi facciamo anche corsi di inglese, corsi di computer, l’adeguamento all’avanzamento della tecnologia. Alcune di loro, infatti, vivono dentro da tanti anni e non sanno che esiste Whatsapp o Facebook. E noi condividiamo con loro queste conquiste tecnologiche. Per farlo abbiamo la Maison, dove ritrovano la dignità di una casa pur restando recluse – aggiunge Luciana Delle Donne, con entusiasmo – In carcere di solito si abituano a vegetare, a prendere calmanti per dormire o far passare il tempo: è un modo di concepire la detenzione assurdo. Le donne che abbiamo incontrato e che lavorano con noi sono tutte storie a lieto fine, invece. Loro stesse viaggiano a testa alta, acquisiscono quella consapevolezza e dignità che trasferiscono anche ai figli rompendo la catena del destino che ogni figlio di detenuti debba diventare detenuto».

Un successo che, dopo aver avuto il sostegno dei direttori degli istituti penitenziari di Lecce e Trani in Puglia, ha ottenuto dalla Fondazione Ashoka nel 2015 il riconoscimento di Change Maker, agente del cambiamento, per aver dimostrato che cambiare lo stato delle cose è possibile.

Una fucina di progetti che continua a contaminare altre galere sociali, ma anche altri imprenditori interessati all’innovazione. Dal progetto che coinvolge le donne vittime di tratta nel laboratorio sartoriale, alla produzione di biscotti vegani nel laboratorio di cucina del carcere minorile di Bari dove i ragazzi realizzano le ScappaTelle, fino a progetti esterni come VolontariaMente Luiss con il quale gli studenti si avvicinano alla realtà del carcere e imparano a superare qualunque tipo di pregiudizio e a lavorare con responsabilità, «imparando a non essere semplicemente vittime del proprio lavoro».

«L’idea è di non lavorare solo in carcere ma di contaminare altri a remare controcorrente e aiutare i mondi disagiati. Con delle imprenditrici importanti in campo nazionale, stiamo anche giocando a creare e poi lanciare una collezione con abiti di moda senza taglia, senza misura, e da viaggio che si piegano e diventano piccolissimi, realizzati con tessuti tecno», fa sapere Luciana Delle Donne che socchiude le porte su questo progetto in attesa che prenda forma.

Una bella, e sana, evasione dove la bellezza è cucita addosso a tutti, come ribadisce la stessa ideatrice di Made in Carcere: «La cosa più bella da portare a casa è conquistare l’indifferenza delle persone».

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