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Presunto colpevole e a piede libero, l’insostenibile lentezza della giustizia

di Giosuè Battaglia.

Roma, 24 Febbraio 2019 – Solo quando si è passati per certe esperienze, si aprono gli occhi e si comprendono le vicissitudini e tutto quanto ti può riservare la vita. E allora capisci che dietro un articolo di giornale si nascondono tantissime cose; capisci che il risvolto di un procedimento ha un contenuto di fattori non rispondenti alla reale situazione venutasi a creare. Tutto ciò è dettato da un serie di circostanze che si uniscono e si coagulano, formando un tutt’uno che moltissime volte viene interpretato con sospetto e con facile licenza, guardando poco all’attore e alle sue qualità. Tutto accade all’improvviso e il coinvolto si fa assalire dal momento, senza rendersene conto, sì perché a nulla vale l’esperienza posseduta, nel momento in cui si sta concretizzando l’avvenimento, il tutto gioca a sfavore.

Così i tempi, le circostanze, gli atteggiamenti degli altri, le valutazioni non trovano posto in quello che si sta concretizzando. Il tutto lo si valuta dopo, a mente serena, quando ormai il “dado è tratto”, tutto si è compiuto e nella valutazione dei fatti ci si accorge che si è rimasti da soli e senza alcuno che di propria volontà, d’istinto umano ha dato un suo supporto, almeno morale. Tutti isolano il malcapitato, perché nessuno, si dice, “vuol prendersi il guaio che non è suo” ed è proprio con questa frase che si dà adito a quella omertà intellettuale che invece dovrebbe esprimere una certa solidarietà, una certa verità innata nell’individuo. La cosa diventa più difficile ancora quando ci si accorge che si è capitato fra le mani di persone che hanno valutato in maniere frivole e sfuggenti gli accadimenti perché non c’è tempo per soffermarsi in una precisa e attenta valutazione dei fatti.

Oggi ci troviamo in una società presa dall’apparenza, che tiene presente non più i valori, i sentimenti umani, che una volta facevano da base ai comportamenti di vita. Non vale più soffermarsi a decifrare talune circostanze che da sole potrebbero dare la chiave di una innocenza, senza ingolfare ancor più il percorso. Questo percorso è fatto di rinvii, tempi lunghi, che impediscono il malcapitato di concentrarsi sulle altre cose della vita, come le esigenze della famiglia o le altre cose che rispondono ad atteggiamenti nella società. Vi è sempre un pensiero fisso, come l’andamento e la conclusione della vicenda che ti appare sempre più lontana e dubbia. Si spera fino alla fine di trovare un personaggio che possa ridarti fiducia e sgombrare le ombre annidate per lungo tempo e riguardanti la persona, nuvole da diradare sulla propria personalità, sulla dignità, sulla posizione sociale della vita. Il tempo d’attesa appare un morsa che ti stringe nelle notti insonni, nei momenti che vivi nel calore della famiglia o del lavoro; alle spalle senti un avvinghiare sordo del ricordo e che ti fa abbandonare il momento presente risucchiandoti in un vortice che ti rammenta l’accaduto e un grande punto interrogativo che rappresenta la conclusione. Allora sei un detenuto perché ti detengono nella morsa i pensieri, i dubbi, il sospetto degli altri, tutto sembra che sia avvolto in un alone di sospetti e di poca considerazione.

Allo stesso tempo, però, sei a piede libero in una dimensione falsa di libertà e che vivi per inerzia di momenti che si susseguono nel quotidiano.

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