Pubblicato il: 26 marzo 2019 alle 8:00 am

Giuseppe Antoci, l’uomo che non si piegò a Cosa nostra: «Rimanere umani avendo la schiena dritta» L’ex presidente del Parco dei Nebrodi non si è mai fermato, né dopo l’attentato, subito nel 2016, né dopo la revoca del suo incarico. Porta in giro la sua storia, raccontata nel libro “La mafia dei pascoli”. E prosegue il suo impegno di testimonianza

di Anna Giuffrida.

Roma, 26 Marzo 2019 – Quando lo raggiungiamo telefonicamente, Giuseppe Antoci ci dice che è in macchina con la sua scorta. In questi giorni di presentazione del libro ‘La mafia dei pascoli’, scritto con il giornalista Nuccio Anselmo, Antoci sta portando in tutta Italia un pezzo di storia della mafia che ha fatto affari milionari sulle terre del Parco dei Nebrodi in Sicilia. Una vicenda che, nel libro e nella realtà, negli ultimi anni si è intrecciata con la vita dello stesso Antoci, ex presidente del Parco dei Nebrodi. Lui, ideatore del Protocollo Antoci della legalità, non si sente un eroe né vuole esserlo. Semmai considera gli uomini della sua scorta “eroi fino in fondo”, da quando la notte tra il 16 e il 17 maggio 2016 proprio loro con il vice questore, Daniele Manganaro, gli hanno salvato la vita impedendo che l’attentato di mafia a lui destinato andasse in porto. Un lavoro di squadra, in cui Giuseppe Antoci per primo non ha mai smesso di credere, che ha portato a smantellare una rete di accordi tra clan e di guadagni milionari che da anni svuotavano il territorio, nel silenzio generale. Una vita fatta di scelte, come tutti, ma che Antoci ha sempre voluto affrontare a testa alta nei tanti momenti di questa vicenda. Ci ha raccontato anche questo, con la sua consueta schiettezza e intatta umanità.

Tutto inizia nell’ottobre 2013, con il suo incarico. Come accolse la proposta di nomina a presidente del Parco dei Nebrodi?

«La sede del parco era vicino casa e questo mi permetteva di andare lì anche la sera, anche perché ho sempre mantenuto il mio lavoro dato che questo incarico dava un’indennità minima, 700 euro al mese, con cui non si sostiene una famiglia. In 23 anni, dopo tanti commissariamenti, sono stato il secondo presidente. Quindi, ho preso questa cosa come una sfida per fare ripartire l’ente. Lo abbiamo trovato distrutto da tutti i punti di vista, contabilmente e anche in termini di immagine, e lavorando lo abbiamo riportato a numeri importantissimi facendolo diventare il coordinatore di più comuni. E qui c’è un dato in controtendenza: il parco aveva 24 comuni su 3 province e, dopo adunanze cittadine e delibere di consigli comunali, ulteriori 23 comuni hanno chiesto di entrare nel parco. Qui hanno visto un modo per fare squadra, e per fare ripartire il territorio. Non pensavo comunque di andare a ricoprire un ruolo, di tutela dell’ambiente e sviluppo del territorio, e poi trovarmi ad avere una vita che dire oggi difficile è un eufemismo. Io allora questo non lo sapevo. Forse avrei preso comunque la sfida di rimettere le cose a posto, ma allora non lo sapevo. Ho accettato con la serenità d’animo di dare un contributo al territorio».

Nel rimettere i conti a posto, emergono ben presto gli affari di note famiglie di Cosa nostra sul territorio. Il Protocollo, che interrompe questo flusso di denaro e porta a decine di interdittive antimafia, nasce anche dalla decisione di mettere le mani dove nessuno le aveva volute mettere.

«Questa vicenda è fatta di tante connivenze e tante paure. Con il Protocollo abbiamo liberato più mondi. Il mondo degli amministratori che avevano paura, e questi andavano lì a bussare chiedendo ‘fate i bandi, fate i bandi’. Abbiamo liberato tutta quella serie di agricoltori, poveracci, vessati che non potevano avvicinare questi bandi. Abbiamo liberato tutta una serie di cose facendo squadra, assumendoci le responsabilità di quello che stavamo facendo. Perché abbiamo capito che si rischiava la vita. Ma soprattutto abbiamo fatto questo creando una norma, considerata dai giuristi il colpo più forte alle mafie sotto il profilo patrimoniale dopo la legge Pio La Torre. Una norma che nei prossimi anni porterà nuove operazioni e indagini, anche fuori dalla Sicilia. L’ultimo in Calabria meno di un mese fa nei confronti della famiglia Gallico, arrestati per la vicenda dei fondi europei. O come il caso di personaggi da 10 anni al 41bis, il carcere duro, che mentre erano in carcere percepivano i fondi europei per l’agricoltura».

Tutto questo è possibile perché il Protocollo, dopo essere stato recepito dai comuni siciliani e dalla Regione Sicilia, nel settembre 2017 è diventato legge nazionale del nuovo Codice Antimafia. Ma gli affari coinvolgono anche l’Europa, già da tempo…

«Sì. Non ci dobbiamo dimenticare che Jan Kuciak e la sua fidanzata sono stati giustiziati in Slovacchia per questa vicenda. E alla loro morte va data dignità. Kuciak stava lavorando sui fondi europei, a quelli in mano alla ‘ndrangheta. E ho saputo in seguito che sopra la tastiera aveva un bigliettino con su scritto ‘Protocollo Antoci’. Se non si crea quindi una normativa antimafia seria, europea, avanzata, dignitosa, copiandola anche dalla nostra, continueranno ad andare in altri Paesi e a comprare terreni là, mentre noi qua glielo abbiamo vietato. Ma si ha il coraggio e la forza di creare la Procura Europea Antimafia? Si ha il coraggio e la forza di migliorare Euro Just? Si ha la forza e il coraggio di capire che siamo quasi certi che i problemi in Slovacchia, in Corsica nella Francia, in Germania dove la ‘ndrangheta è ben radicata, che in questi posti c’è un problema legato a questa vicenda? Questa è una cosa sulla quale dobbiamo lavorare. E io mica mi fermo, io vado avanti!».

È possibile applicare il Protocollo Antoci, come avvenuto in Italia, anche in Europa?

«Il Protocollo Antoci in Italia è stato innestato in una normativa esistente. Ma se in Slovacchia non esiste nessuna normativa antimafia, il Protocollo non si può annettere. Serve portare avanti un’avanzata normativa antimafia europea, altrimenti i Paesi metteranno la testa sotto la sabbia, come succedeva qui».

Serve sicuramente un cambio culturale nella lotta per la legalità. Qual è il suo parere?

«L’ex Questore di Messina parlando tempo fa della vicenda ha detto che era come un ‘vetro opaco’. È bastato prendere una pezzuola, togliere l’opacità dal vetro e dall’altro lato si è vista una realtà per la quale il Protocollo è stato devastante. E’ tutto lì, vedere dietro quel vetro cosa c’è. È una scelta. Qualcuno può dire ‘Ma si rischia la vita’, e allora? L’amministratore non lo fai. Se uno fa l’amministratore lo fa con la schiena dritta, senza consegnarsi alla illegalità, alla mafia. Altrimenti, deve esercitare un diritto che si chiama dimissioni; uno si può dimettere, non ci sia ammala per averlo fatto! Ma così dà spazio a chi la schiena dritta ce l’ha. Il passaggio culturale è questo. Se hai paura fai un’altra cosa. Anche perché la paura a volte è un alibi. E la linea che demarca la paura dalla connivenza non è facile da trovare…».

Lei si è confrontato con la paura, soprattutto dopo l’attentato che ha subìto. In un passaggio del suo racconto nel libro, riporta le parole di sua figlia che all’epoca le chiese di non fermarsi e di farlo per lei e le sue sorelle, e per la Sicilia. Nonostante l’appoggio della sua famiglia, ha mai pensato di lasciare tutto?

«In questo libro c’è tanto della mia vita, delle mie amarezze. La cosa più violenta che tu puoi ricevere, dopo l’attentato, è la delegittimazione. Ma le indagini sono venute fuori, e la persona che ha detto che mia moglie era parente di una famiglia mafiosa è stata rinviata a giudizio a processo diretto per diffamazione aggravata, e a farlo è stata la DDA. Non sono reati di cui si occupa la Direzione Distrettuale Antimafia, ma stavolta ha chiesto di occuparsene direttamente. Ecco, queste cose su di me sono cadute miseramente ma le hanno tentate. Non si può fare una cosa del genere ad una famiglia, inventando di sana pianta le cose. Questa è una cicatrice che non dimentichi. Ma non mi ha fatto pensare di mollare, semmai di essere un topolino che spostava una montagna. Ho capito che a volte ai sogni non bisogna abdicare, e alla fine quel topolino e i topolini che mi hanno aiutato, insieme, la montagna l’abbiamo spostata».

Come lo vede oggi il Parco dei Nebrodi, dopo un anno dalla revoca del suo incarico?

«Il mio incarico scadeva ad ottobre, ma a sei mesi dalla scadenza a febbraio 2018 il nuovo governo regionale ha deciso di revocare l’incarico. Non ho ricevuto neanche una telefonata, l’ho saputo dalla stampa. Nonostante la mia revoca di un anno fa nell’ente c’è ancora un commissario, com’era commissariato prima di me. Cosa significa questo non mi interessa saperlo, perché certe cose intaccano le coscienze. Non mi sto interessando delle cose del Parco, ma è chiaro che mi provoca molto dolore. Io per quell’ente ho fatto le umane cose. Nella vita d’altronde ognuno prende delle decisioni e fa delle scelte, assumendosene la responsabilità soprattutto con sé stessi. Grazie a dio, questa vicenda l’abbiamo blindata prima che andassi via, e ci sono cose sulle quali non si torna indietro».

Il libro aiuta a tenere uniti i pezzi della storia, e durante la presentazione romana del libro c’è stata anche l’occasione di vederla a fianco al figlio di un uomo vittima di una strage di mafia, Giovanni Montinaro figlio di Antonio Montinaro caposcorta di Giovanni Falcone. Un’emozione palpabile, sia per lei che per Giovanni Montinaro, e per il pubblico il sala.

«In questi mesi ho incontrato tanti ragazzi, e con loro faccio il pieno di benzina. Gli dico che in questa terra non si può diventare simboli o eroi perché uno fa il suo dovere, in questa terra non si può finire ammazzati come un cane, oppure con una casa presidiata dall’esercito senza poter più fare nulla di normale. Non è un Paese civile, se si pensa che si diventa eroi facendo queste cose. Non possiamo al tempo stesso, però, fare le commemorazioni alle stragi di Capaci e poi permettere che uno Stato civile mandi fondi pubblici a quelle persone che stiamo combattendo. Perché questo diventa un altro Stato, e i cittadini non capiscono più qual è la normalità. Ai ragazzi racconto anche di quella sera, quando Giovanni Montinaro ha letto la pagina del dialogo con mia figlia, e di lui che mi dice che grazie a queste parole è riuscito a parlare con suo padre, e spiego ai ragazzi che nonostante tutto ne vale la pena. Questi ragazzi ci sono, lo vedo, con il cuore con la passione e con la voglia di fare squadra. Eppure per me è pesante dire quello che sto dicendo, perché noi abbiamo una vita veramente complicata, ma quando senti frasi come quella di Giovanni è come se ricevessi una carezza al cuore. Vuol dire che dobbiamo pagare la nostra parte per avere, poi, frasi come questa!».

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