Pubblicato il: 26 marzo 2019 alle 7:25 am

“La mafia dei pascoli”, storie e cronaca di una criminalità spietata e affarista Nel libro di Nuccio Anselmo e Giuseppe Antoci si ripercorrono le vicende di una Cosa nostra arcaica della quale sono emersi solo adesso decenni di affari sporchi e l’impegno di chi l’ha combattuta in prima persona

di Anna Giuffrida.

Roma, 26 Marzo 2019 – Ottantaseimila ettari di area naturale protetta, con una biodiversità che la rende unica al mondo: è anche questo il Parco naturale dei Nebrodi in Sicilia. E qui, per decenni, migliaia di ettari di terreno hanno foraggiato una mafia antica e spietata che ha monopolizzato, nel silenzio generale, i bandi comunali per l’affitto dei terreni arricchendosi con i fondi europei, destinati a rilanciare il territorio e a sostenere i giovani a fare impresa nella propria terra. A scoperchiare questa rete di affari, che vedeva coinvolti nomi importanti della mafia locale e di tutta la Sicilia, è Giuseppe Antoci nominato nel 2013 presidente del Parco dei Nebrodi. La sua storia, umana e professionale, il suo impegno divenuto un Protocollo che porta il suo nome, esteso poi a tutto il territorio nazionale, e l’attentato mafioso nel maggio 2016 sventato dagli uomini della scorta, queste vicende sono descritte e portate alla luce nel libro ‘La mafia dei pascoli’, edito da Rubbettino Editore e scritto a quattro mani dallo stesso Giuseppe Antoci e dal giornalista messinese Nuccio Anselmo.

“Quella sera Antoci stava tornando a casa con la sua auto blindata, e stava percorrendo la provinciale tra Cesarò e San Fratello. Lì c’era un comando che lo aspettava, gli investigatori poi troveranno sul posto le cicche delle sigarette. Lo aspettavano con un intento ben preciso, farlo scendere dalla macchina per finirlo. I colpi vennero sparati con una serie di fucili nella ruota posteriore sinistra, proprio con l’intento di fermare la macchina – dice Nuccio Anselmo, autore del libro e cronista di giudiziaria sul quotidiano Gazzetta del Sud, ricordando uno dei passaggi più emozionanti del libro – Avrebbero lanciato le bombe molotov per costringere sia Antoci che gli uomini della scorta a scendere, ma poco dopo arrivò il vice questore Daniele Manganaro che rispose al fuoco facendo fuggire gli attentatori. Fu un attentato in chiaro stampo mafioso, ma fortunatamente lo raccontiamo non come un omicidio di mafia ma per la capacità di rispondere al fuoco degli uomini della Polizia”.

Quella raccontata nel libro, tra la cronaca della “mattanza silenziosa” dei decenni del commissariamento del parco e il racconto schietto e umano fatto da Giuseppe Antoci, è una storia positiva di contrasto alla mafia dove la professionalità della Polizia di Stato e degli uomini che scortano Antoci ha permesso di salvare la vita del presidente del Parco dei Nebrodi, durante un attentato che per violenza e accuratezza ha i connotati delle stragi del 1992. E dove la competenza e il senso di dovere dello stesso Antoci hanno portato allo smantellamento di quella che il procuratore di Messina Guido Lo Forte, attraverso la cronaca di quegli anni fatta da Nuccio Anselmo, ha ribattezzato la Terza mafia. Terza “strutturalmente dopo la mafia barcellonese e messinese”, ma resa più forte dal silenzio e dalla paura che è sempre stata capace di imporre agli allevatori onesti del territorio. Terza non certo per i guadagni, con proventi milionari ottenuti monopolizzando i bandi comunali e i relativi fondi europei.

Una mafia divenuta connaturata al territorio, una mafia forte ed emergente al punto da diventare prevalente e coinvolgere nell’affare uomini appartenenti a famiglie notoriamente mafiose, dai Riina ai tortoriciani ai Santapaola, citandone alcuni. “Ci siamo accorti che nomi importanti della mafia certificavano di essere a posto con le norme antimafia e ricevevano benefici bancari da milioni di euro, fondi pubblici e fondi europei – afferma Giuseppe Antoci, ex presidente del Parco dei Nebrodi, durante la presentazione a Roma del libro in una sala attenta e silenziosa – Abbiamo intanto cercato di capire chi aveva nelle mani questi terreni. Le prime 13 istruttorie della Prefettura di Messina hanno provocato 11 interdittive antimafia, le seconde 23, 19 interdittive antimafia. Ce l’avevano tutti loro nelle mani, tutti i Nebrodi”.

Storie anche di silenzio e di connivenze. Come ha spiegato lo stesso Florindo Rubbettino, editore anche di libri che come questo raccontano vicende inedite di territori e mafie: “Questo libro racconta una storia di passione per il proprio lavoro, che è incompatibile con le logiche della criminalità. La mafia detta dei pascoli è percepita come una mafia minore. Invece Antoci ce ne racconta benissimo il controllo, che porta a delle performance innovative rispetto alle altre mafie. Giuseppe Antoci in chiusura dice ‘La nostra idea è di liberare persone e territori’, e questo significa liberare anche le coscienze”.

Nel cuore del libro, con un Antoci che si racconta da uomo e da professionista, si fa luce sul suo silenzioso impegno e si spazzano via le ombre della delegittimazione, di ‘mascariamento’, che dopo l’attentato erano state alimentate su di lui e sulla sua famiglia accusata di familiarità con clan mafiosi. Un lavoro di cronaca dei fatti e ricerca della verità che sul territorio è stato portato avanti, per tanto tempo, controcorrente. “Il mascariamento sono voci che la mafia mette in giro sempre, in maniera costante e con molta pervicacia e cattiveria – spiega Nuccio Anselmo, che negli anni ha seguito da cronista le vicende del Parco dei Nebrodi – Anche con Antoci alcuni esponenti della criminalità organizzata hanno messo in giro questa storiella, mettendo in dubbio la veridicità dell’attentato, dicendo ‘se lo sono fatti loro’. Questa storia è stata poi avallata da personaggi un tantino più influenti e che rappresentano lo Stato. Così, sono stati criticati sia Antoci sia chi ha scritto queste storie. E ci sono stati anche articoli di stampa che hanno seguito questo filone del ‘si sono fatti tutto da soli’. Bisogna invece combattere il mascariamento. E soprattutto i fari non bisogna spegnerli, continuando a scrivere di queste storie”.

Un’operazione verità che nel libro è alla portata di tutti, attraverso il racconto dei fatti anche processuali degli ultimi anni. E che è possibile attraverso la denuncia, ricordando che “ognuno deve sentirsi Stato per difendere i diritti di tutti” come ha sottolineato il Procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho, intervenendo durante la presentazione romana del libro.

In attesa della verità processuale, con le indagini sui mandanti dell’attentato attualmente archiviate, gli autori affidano al lettore una certezza resa possibile dalla realizzazione del Protocollo Antoci, che ha abbassato l’autocertificazione antimafia a zero: “La mafia, così, ha perso la sua terra”.

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