Pubblicato il: 31 marzo 2019 alle 7:00 am

‘Figli della Madonna’, così venivano chiamati i neonati abbandonati davanti alle chiese A Napoli, il Complesso dell'Annunziata fu il primo orfanotrofio d'Europa. La sovrana fece installare la 'rota dei gittatelli'

di Vittoria Maddaloni.

Napoli, 31 Marzo 2019 – Tra i sovrani angioini che hanno fatto grande il Regno e la città di Napoli il posto d’onore va sicuramente a Roberto D’Angiò e sua moglie Sancia di Maiorca, che hanno lasciato stupende testimonianze architettoniche e spirituali. Tra queste, il bellissimo Complesso monumentale della SS Annunziata di Napoli, un’importante istituzione che dal XIV secolo accoglieva i bambini orfani o rifiutati dalle stesse madri.

Il complesso originale, Real Casa dell’Annunziata, comprendeva una chiesa, un ospedale, un convento, un orfanotrofio e un ritrovo per le ragazze senza dote. Situato ancora oggi nel quartiere di Forcella, nel centro storico di Napoli, fu costruito nel 1304 da Nicolò e Jacopo Scondito, due nobili napoletani che dedicarono l’opera all’Annunciazione della Vergine. La regina Sancia di Majorca, moglie di Roberto d’Angiò, nuova proprietaria, aggiungense la chiesa e l’ospedale.

Quando Roberto morì, Sancia diventò reggente, e in questo periodo che fondò quello che è riconosciuto come il primo orfanotrofio d’Europa. Poco dopo, costretta a lasciare la corte, la regina si ritirò nel monastero di Santa Maria della Croce dove, nel 1344, prese i voti come Suor Chiara – oggi la salma si trova nella chiesa di S. Chiara ed è venerata come beata dalla chiesa cattolica.

Il fenomeno dei bambini abbandonati alla nascita era frequente: addirittura in alcune zone del nord Europa l’infanticidio era tollerato, come in tutte le civiltà pre-moderne – ma solo se il neonato veniva soppresso prima che avesse toccato cibo – e i bambini, a causa di strane profezie, adulterio, incesto, illegittimità, gelosia venivano abbandonati nei campi, in canestri, esposti di fronte alle chiese o, in tempi di carestia, venduti per essere certi che non morissero di fame. Altri motivi di abbandono erano le deformità o la cattiva salute del bambino, anche perché si era convinti che i bambini nati deformi o, comunque, cagionevoli in salute, fossero il frutto di concepimenti avvenuti durante il ciclo mestruale, l’allattamento o la Quaresima, comportamenti vietati dalla morale comune, mentre i parti gemellari erano attribuiti a comportamenti adulterini. Perciò la madre dei gemelli, pur innocente, era costretta a liberarsi di uno dei due neonati esponendolo, per non essere accusata di adulterio.

Una nuova categoria di illegittimi si creò poi quando, a partire dal XIII secolo, fu proibito il matrimonio ai preti: i loro figli da quel momento vennero considerati illegittimi e spesso abbandonati.

In questo panorama l’invenzione della ruota fu molto positiva: anche una sola notte trascorsa sul sagrato di una chiesa o davanti al portone di un convento, a seconda anche delle condizioni atmosferiche, poteva essere fatale al bambino. Era un congegno formato da un tamburo di legno rotante su un’asse verticale munito di un apposito sportello aperto in corrispondenza di una fessura posta sul muro esterno del convento dove il neonato poteva essere abbandonato nell’anonimato.

A Napoli la sovrana decise di seguire l’esempio dell’ospedale di Marsiglia e dell’Ospedale di S. Spirito a Roma, che accoglieva figli di donne indigenti o di prostitute e fece costruire, in un foro praticato sulla parete esterna dell’ospedale, una ruota in legno girevole, conosciuta come “rota dei gittatelli”. All’esterno, sulla ruota, c’era un puttino di marmo con la scritta: “O padre e madre che qui ne gettate / Alle vostre limosine siamo raccomandati”.

Spesso le madri napoletane lasciavano anche un segno di riconoscimento (una mezza carta da gioco, un santino, un rosario, o un bigliettino con annotati i veri dati anagrafici), nella speranza di ritrovare i propri figli un giorno che le condizioni economiche fossero cambiate. In genere il suono di un campanello esterno avvisava dell’arrivo del piccolo e una guardiana di turno, detta la “rotara”, prestava i primi soccorsi. Lavati e battezzati, i piccoli venivano registrati come filius m. ignotae, dove la m. sta per matris. Da quel momento in poi diventavano i cosiddetti “esposti”, o “figli della Madonna”, “figli d’a Nunziata”, da cui il cognome Esposito molto diffuso a Napoli, ed entravano a far parte dell’orfanotrofio della Real Casa dell’Annunziata. Ancora oggi è possibile visionare i registri dell’Archivio degli Esposti, contenenti le date e gli orari di arrivo, l’età, i lineamenti e i pochi oggetti con cui erano stati lasciati, grazie ai quali si può ricostruire la storia di migliaia di bambini partenopei.

La ruota fu abolita nel 1875. E oggi l’Annunziata è un luogo dal fascino unico e particolare dove si incrociano maternità, solidarietà, cultura.

Dalla ruota inizia anche la storia delle misere origini e poi del riscatto di uno dei migliori scultori ottocenteschi che il nostro paese possa vantare: Vincenzo Gemito, lo scultore pazzo, il più famoso degli esposti dell’Annunziata.

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