Pubblicato il: 18 maggio 2019 alle 8:00 am

Leggiamo: Il bambino senza nome Un romanzo ben scritto che parte da una storia vera, che aggiunge un altro tassello alla ricostruzione storica della Shoah

di Rosa Aghilar.

Roma, 18 Maggio 2019 – Mentire è una e vera e propria arte, lo sa bene Alex Kurzem che ha imparato quando era appena un bambino. Da allora ha mentito a tutti: ai soldati suoi salvatori, alla sua famiglia adottiva, a sua moglie e ai suoi figli, senza risparmiare nemmeno se stesso.

Non mentiva per astuzia o buffoneria, la menzogna è stata per lui compagna salvifica.

Alex Kurzem, il nome con il quale è registrato come cittadino australiano, non è il suo vero nome. Non lo è neppure Uldis Kurzemnieks, il nome lettone impostogli dai soldati che lo hanno salvato dallo sterminio. In realtà, Alex, non è neppure lettone: sa solo di essere ebreo, verità taciuta perfino alla sua stessa famiglia. Un peccato inconfessabile, una maledizione, un marchio impresso a fuoco: rivelare il suo segreto, può costare caro, forse la stessa vita che alla fine ti presenta il conto, esige impietosa il suo risarcimento e le menzogne si sa, non durano in eterno.

Alex ormai vecchio, non può più andare avanti senza conoscere le sue origini, le sue radici, è stanco di mentire, anche se solo per compiacere i suoi cari, per proteggerli dalla sofferenza. Decide così di chiedere aiuto a suo figlio Mark che ha da poco iniziato la sua vita da ricercatore a Oxford quando suo padre bussa alla sua porta con un terribile segreto da confessare.

Sono ricordi sbiaditi ma angoscianti, seppelliti sotto il peso dell’oblio per oltre settant’anni. Brandelli d’immagini confuse riaffiorano dal buco nero della memoria. Ora tocca a Mark aiutare suo padre, salvarlo ricostruendo faticosamente la sua infanzia di bambino scampato a un massacro, che ha vagato per novanta giorni da solo nei boschi, tra la neve e i lupi. Catturato da un’unità lettone filonazista, è stato portato davanti al plotone di esecuzione e lì, le spalle contro il muro della scuola, ha rivolto al sottoufficiale che stava per premere il grilletto una strana, perfetta domanda da bambino: «Puoi darmi un pezzo di pane, prima di spararmi?». Quella strana domanda l’ha graziato, ha intenerito il comandante dell’esercito che ha deciso di risparmiare la vita a quel bielorusso ebreo di cinque anni che è scampato avventurosamente allo sterminio della sua famiglia e del suo villaggio. Il destino è però beffardo e non si esime dal prendersi gioco del piccolo Alex. Le SS decidono di prendere quel bambino dai capelli biondissimi e dagli occhi cerulei come loro mascotte da utilizzare per la propaganda. Ora vuole ricordare Alex, ritrovare le sue radici, la sua famiglia, il suo passato, vuole sapere tutto, anche il suo nome, perché quello con cui è cresciuto, si è sposato, ha generato tre figli: Alex Kurzem, è il nome falso che gli diedero su un foglio di via.

Questo libro è una storia vera, ed è scritta dal figlio di chi l’ha vissuta: sua croce e delizia. E’ ben scritto, ma forse proprio perché vissuto quasi in prima persona l’autore, non si è lasciato trasportare del tutto dalla narrazione.

Il punto di partenza sono i ricordi repressi del padre dell’autore, dapprima confusi e incongruenti, poi sempre più precisi e ingombranti. La vicenda è molto personale e interessante, letterariamente ben condotta e di piacevole lettura.

Ciò che è più apprezzabile è che sia precisamente documentata, tanto da poter realmente aggiungere un tassello alla ricostruzione storica della Shoah.

Un passato che ritorna prepotente in un presente in grado di condizionare il futuro. Una scoperta entusiasmante per quanto dolorosa. Da leggere assolutamente.

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