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Leggiamo: La Regina scalza, di Ildefonso Falcones

di Rosa Aghilar.

Roma, 31 Maggio 2019 –  “Il coraggio delle donne è il modo più affascinante che io conosca per raccontare la Storia”.

Con queste parole Ildefonso Falcones, lo scrittore-avvocato di Barcellona i cui bestseller hanno venduto sette milioni di copie nel mondo, in quasi 700 pagine costruisce una trama al cui centro vi sono due indimenticabili figure femminili.

“Quando stava per mettere piede sul molo di Cadice, Caridad ebbe un moto di esitazione”.

E’ il terzo libro del Falcones che continua a percorrere la strada del romanzo storico o meglio a sfondo storico: propone una ricostruzione delle vicissitudini del popolo gitano stanziatosi in Andalusia nel XVIII secolo, uno degli insediamenti più popolosi del regno spagnolo verso la metà del Settecento, sullo sfondo di una delle più affascinanti città europee, Siviglia. Vivide le immagini delle città spagnole e dei loro quartieri, brulicanti di antichi mestieri, di vita, di miseria, di suoni e di colori.

Porto di Cadice, 7 gennaio 1748. Una “magnifica dea” vestita con un abito scolorito di lana grezza, in testa un cappello liso di paglia, era appena sbarcata dalla nave da guerra di Sua Maestà La Reina che trasportava nella sua stiva più di due milioni di pesos e quasi altrettanti in marchi d’argento, ennesimo tesoro delle Indie, “oltre a Caridad e a Don José, il suo padrone”. L’ex schiava cubana e Hildago provenivano dall’Avana perché l’uomo era desideroso di tornare a vivere nel suo paese natale.

Questa è l’ultima traversata di Don José, la peste sarà per lui fatale, ma prima di morire il nobile spagnolo fa testamento: nelle sue ultime volontà ordina che alla schiava “nera color ebano” di sana e robusta costituzione fosse resa la libertà. Ora Caridad era libera ma sola in una terra straniera nella ricca città di Cadice, dove provenivano commercianti e mercanti da tutta Europa.

“Va a Siviglia, a Triana, una volta lì, cerca il convento delle Minime e dì che ti mando io”: aveva detto a Caridad, Padre Damian Garcia, il cappellano della Reina. Il quartiere sivigliano di Triana “sulla sponda opposta del Guadalquivir” era il rione dei gitani i quali, divisi in ventuno famiglie, si dedicavano alla lavorazione del ferro battuto: essi avevano fatto di questo mestiere un’arte.

Triana era un groviglio di corrales, vicoli, come quello di San Miguel, quartier generale dei maniscalchi e dei calderai del quartiere. Qui viveva la famiglia del vecchio Melchior Vega: sua figlia Ana, il genero carpentiere José Carmona e la loro figlia la bellissima Milagros “gitana di razza” che si sarebbe presa cura di una stremata Caridad abusata e violentata senza pietà alcuna, nella piantagione di canna da zucchero di Hildago nella colonia spagnola di Cuba.

“Oramai Caridad non provava più nulla perché il cuore glielo avevano strappato, un pezzo dopo l’altro, quella prima notte, quando il padrone l’aveva violentata”.

La Regina Scalza (titolo originale del volume, La Reina descalza) è il romanzo degli umiliati, degli oppressi e degli offesi della storia, immortalati in un momento preciso del XXVIII secolo: questa è l’epoca in cui “i lumi della ragione cercano di farsi strada fra le tenebre dell’ignoranza”.

I nuovi protagonisti della narrazione di Falcones sono i gitani, considerati delinquenti perché diversi, proprio quando a Siviglia nel luglio del 1749 re Ferdinando VI aveva ordinato la deportazione degli uomini e delle donne della comunità gitana: “Siamo meglio di tutti loro, più intelligenti, ci basta poco per vivere”.

Alla fine del romanzo è lo stesso scrittore che ci ricorda che tale comunità non possiede tradizioni scritte ma: “Ha contribuito come nessun’altra a lasciare un’arte, il flamenco, oggi dichiarata dall’Unesco Patrimonio Immateriale dell’Umanità”.

Questa è la storia della solidarietà e dell’amicizia tra due donne, l’autore catalano desidera dimostrare “la forza del matriarcato, il coraggio quotidiano che unisce donne dall’esistenza dura e complicata”, capaci di rialzarsi e riscattarsi nonostante abbiano subito umiliazioni di ogni tipo. La forza delle donne presenti in questa storia, risalta in maniera evidente in tutte le situazioni perché per quanto l’uomo tenti di piegarle niente potrà mai spezzarle.

Nel libro di Falcones, la figura della donna è rappresentata come un essere che subisce dolore e sofferenza, l’esser bella è una virtù che può causare lussuria negli uomini che pensano di poter abusare del corpo con troppa facilità, essendo troppo deboli e incapaci a difendersi dalle loro continue aggressioni, però, al termine del libro c’è la rivincita del sesso femminile, grazie ad Ana, forte e caparbia che in carcere lotta per ogni sua compagna.

“Noi possiamo solo lottare per dimenticare i nostri dolori e le nostre sofferenze, per superarli, mai per vendicarli. Possiamo aggrapparci alla speranza, per piccola che sia, e nel frattempo, solo di tanto in tanto, provare a sentirci di nuovo donne”.

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