Pubblicato il: 13 giugno 2019 alle 8:00 am

«Io, molestata dal mio superiore, umiliata e condannata per calunnia» L'incredibile vicenda giudiziaria di Anna Capponi, agente di polizia locale a Teramo, molestata sessualmente dal suo superiore e finita sul banco degli imputati. Il suo è un caso di giustizia rovesciata. «La condanna mi pesa come un macigno, ma non mi arrendo e mi batterò per ottenere l’accertamento della verità»

di Arcangela Saverino.

Roma, 13 Giugno 2019 – Da secoli si dibatte sulla differenza tra giustizia umana e giustizia divina. Da un lato vi è la giustizia regolata dalle leggi e dalle regole poste dalla società, basata su giudizi e norme create da uomini per uomini; dall’altro lato, la giustizia regolata dalle coscienze di ciascuno, fondata sull’etica e sulla morale, non necessariamente legata a Dio. Non sempre coincidono e, tra chi non ottiene giustizia nelle aule di tribunale, pochi si accontentano di sapersi giusti secondo la propria coscienza, etica e morale. Non se in gioco c’è la propria dignità, quel valore intrinseco dell’esistenza umana che fa di un uomo una persona.

Non si accontenta Anna Capponi a cui i giudici hanno riconosciuto una giustizia a metà. Agente di polizia locale del Comune di Teramo dal 2002, dopo dodici anni di onerato servizio prestato in altri comuni della provincia, nel dicembre 2012 ha denunciato il suo Comandante per violenza sessuale e mobbing. Anna racconta di essere stata chiamata nel suo ufficio e di essere stata indotta a visionare un video a sfondo sessuale (di cui ha fornito precisi dettagli al momento della denuncia ed effettivamente ritrovato nel computer del superiore nel corso delle indagini) e a posizionare la sua mano sul membro dell’uomo. Nell’esposto, inoltre, ricostruisce il clima di ostilità e maschilismo nel quale è costretta a lavorare. Da quel momento è iniziato un vero e proprio calvario che non si è ancora concluso.

«Ciò che io e il mio avvocato Serena Gasperini abbiamo contestato è che, dopo la mia denuncia, le indagini siano state delegate allo stesso soggetto che ho denunciato, il quale è riuscito a non far apparire – non so come – la sua presenza in ufficio in quel fatidico giorno in cui ho subito la violenza. Durante il processo, invece, abbiamo provato che le celle telefoniche dimostravano che entrambi eravamo presenti contemporaneamente nello stesso luogo. Inoltre, nel suo computer sono state trovate circa 600 tracce di visite a siti pornografici e link dello stesso contenuto, compreso quello “incriminato”», racconta Anna a neifatti.it.

Ciò che ottiene è solo un provvedimento di archiviazione delle sue accuse da parte del pubblico ministero e una condanna definitiva per calunnia con l’obbligo di risarcire la persona che ha denunciato. Non sono bastate le memorie difensive per far riaprire le indagini. Il superiore ha dimostrato, infatti, che in quel momento si trovava in ospedale, allegando un certifico medico che è stato contestato durante il processo per motivazione diverse, anche attraverso una perizia calligrafica. «L’apertura nei miei confronti del processo per calunnia è stata così repentina che le prove raccolte sono servite principalmente per difendermi da tale accuse e non per provare la fondatezza della querela presentata contro il mio superiore», continua. Anna, però, non si arrende e chiede solo che venga fatta luce e chiarezza sulla sua vicenda; per questo motivo le servono ulteriori prove che possano convincere gli organi preposti a riaprire le indagini e ottenere la giustizia che ritiene le sia stata negata. «La condanna mi pesa come un macigno: è per questo motivo che non mi arrendo e mi batto per ottenere l’accertamento della verità che da anni urlo a gran voce».

Non è tutto. Ha subìto, per ben due volte, il licenziamento. Dopo un processo dinanzi al Giudice del lavoro durato quattro anni, ha ottenuto la condanna alla reintegrazione sul posto di lavoro, ma a tale sentenza si è appellato il Comune di Teramo: «Sul primo procedimento disciplinare e il conseguente licenziamento attendiamo che il giudice di secondo grado si pronunci, ma, nel frattempo, è iniziato un secondo procedimento disciplinare, a seguito del rigetto del mio ricorso in Cassazione contro la condanna per calunnia, ormai definitiva: anche in questo secondo caso, mi è stata data ragione perché il giudice ha ritenuto illegittimo il fatto di essere stata licenziata una seconda volta per i medesimi fatti, ovvero quelli risalenti al 2012. Nonostante l’obbligo di reintegro, il Comune non ha ancora ottemperato e ha presentato un nuovo appello».

Anna, ad oggi, non lavora, ma ciò che le preme di più è far emergere quella verità che ritiene le sia stata strappata con forza e quel senso di giustizia che si traduce nella costante e perpetua volontà di riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto: per esempio, la “riabilitazione” dall’esposizione al pubblico ludibrio. «Se non riesco a far uscire fuori la realtà dei fatti che, a mio parere, è evincibile dagli atti giudiziari, rimarrò a vita quella ha calunniato il suo superiore», conclude.

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