Pubblicato il: 13 giugno 2019 alle 7:00 am

Suvignano: il bene confiscato alla mafia torna ai toscani La tenuta, tra le più grandi d’Italia, può diventare un volano per l’economia locale. Giovanni Falcone firmò il primo sequestro dell’azienda nell’83

di Marina Monti.

Firenze, 13 Giugno 2019 – La Tenuta di Suvignano, sequestrata la prima volta nel 1983 dal giudice Giovanni Falcone, viene restituita ai toscani. E domenica 23 giugno, per l’occasione, sarà allestita una festa che sarà anche un momento di riflessione per parlare delle mafie.

Così, nei comuni di Monteroni d’Arbia e Murlo nel senese, nella tenuta da quest’anno affidata in gestione alla Regione, ci sarà spazio per le parole, di lotta e di speranza e all’iniziativa parteciperanno Antonino De Masi, imprenditore calabrese, che da anni vive sotto scorta per aver denunciato il racket e la giornalista Federica Angeli, sotto scorta anche lei dal 2013 per le sue inchieste sulla mafia romana. Tutto intorno ci saranno la musica, il teatro e occasioni per picnic all’aperto con i prodotti agricoli a filiera corta del territorio.

La Tenuta di Suvignano è un po’ il simbolo dei beni confiscati alle mafie e alla criminalità organizzata, che anche in Toscana ricicla i propri denari e fa affari. “E’ il bene più importante requisito nella nostra regione – ricorda l’assessore alla legalità Vittorio Bugli – e tra i più grandi in Italia. Sono passati dodici anni da quando nel 2007, con la condanna passata in giudicato, la confisca della tenuta è diventata definitiva. Si è rischiato ad un certo momento, anni fa, che la tenuta fosse messa all’asta, con il rischio che potesse tornare alla mafia attraverso prestanome. Poi nei mesi scorsi, annunciata già da più di un anno, è arrivata l’assegnazione alla Regione, che la gestisce adesso attraverso Ente Terre, che già si occupa di altre proprietà demaniali o in gestione, fa sperimentazioni in campo agricolo e forestale e valorizza le risorse genetiche autoctone, bestiame compreso”. L’azienda, oggi, può diventare un volano per l’economia locale. Ne è convinto anche il sindaco di Monteroni, Gabriele Berni: “Dopo tanti anni sarà un nuovo inizio, un’occasione anche di sviluppo”.

La tenuta – 713 ettari di terreno al momento della confisca (685 nel comune di Monteroni e 18 in quello di Murlo), poi diventatati 640 a seguito della vendita di alcuni poderi da parte della stessa agenzia per saldare debiti dell’azienda – conta una colonica di pregio, altre diciassette edifici e 21 mila metri quadri tra immobili e magazzini, una chiesetta di fianco all’edificio principale. In tutti questi anni di gestione attraverso l’Agenzia nazionale per i beni confiscati alla criminalità organizzata ha continuato a funzionare l’agriturismo. La via Francigena passa vicino.

Legalità bene comune

Il progetto della Regione non riguarda solo l’azienda. Qui si coltiveranno anche e soprattutto valori, fa sapere l’Ente, perché la mafia si sconfigge con la conoscenza e con la cultura. L’intenzione è di fare della tenuta un luogo della legalità, un campus permanente dove ospitare iniziative per parlare del contrasto alle mafie o soggiorni estivi per i giovani come quelli che, da parecchio tempo, Arci e Libera organizzano in Sicilia e in Calabria sui terreni strappati alle cosche e a cui, con il contributo della Regione, in questi anni molti giovani toscani hanno preso parte.

Campi della legalità a Suvignano sono già in programma quest’anno dal 29 giugno all’8 luglio (Arci) e dall’8 luglio al 14 luglio (Libera): una trentina di posti a disposizione e già quasi esauriti, con prenotazioni da tutta Italia. La Fondazione Caponnetto sta lavorando per predisporre un programma di iniziative e visite delle scuole durante il prossimo anno scolastico.

Nel 1983 il primo sequestro

La storia giudiziaria della tenuta inizia con il giudice Giovanni Falcone, che nel 1983 sequestra l’azienda una prima volta all’imprenditore palermitano Vincenzo Piazza, sospettato di aver rapporti con Cosa Nostra. Il costruttore siciliano ne rientra successivamente in possesso. Tra il 1994 e il 1996 arriva il secondo sequestro, assieme ad un patrimonio di ben duemila miliardi di vecchie lire affidato alla gestione di un amministratore giudiziario. Poi, nel 2007 appunto, la condanna e la confisca definitiva.

Confische in Toscana

Sono 552 i beni censiti dall’Osservatorio sui beni confiscati alla criminalità organizzata in Toscana, tra immobili e aziende, destinate e in gestione. Sono 137 in questo momento, quelli assegnati definitivamente (due aziende e il resto unità immobiliari).

Cento sono stati trasferiti al patrimonio di Comuni e ad altri enti territoriali, 21 sono rimasti nella disponibilità dello Stato, tredici sono stati venduti. Altri 364, tra cui 51 aziende, sono beni ancora provvisoriamente in gestione all’Agenzia nazionale, di cui solo una parte in attesa di sentenza definitiva. C’è un evidente ritardo, che però negli ultimi due anni ha visto un recupero. La media è di otto e anni e mezzo dal sequestro alla destinazione definitiva. “Occorre accelerare i tempi – insiste l’assessore – in passato l’agenzia ha avuto qualche debolezza da questo punto di vista: ora c’è una legge che consente di fare le cose. La strada da battere è quella di un contatto diretto tra agenzia ed enti territorio subito dopo la confisca per l’individuazione a quel punto della sua destinazione”.

“La mafia uccide, il silenzio pure”

Lo diceva Peppino Impastato. E’ fondamentale il tema culturale: il coinvolgimento della società. Parlare di mafia per contrastarla. “La mafia – aggiunge l’assessore Bugli – fa i propri affari anche in Toscana e sono decine i clan che hanno avuto o hanno proiezione criminale nella regione”. I numeri sono quelli del secondo rapporto sulla criminalità organizzata presentato a settembre e che la Regione ha commissionato alla Scuola Normale di Pisa, bussola utile per acquisire consapevolezza dei segnali di infiltrazione. “La Toscana non è terra di mafia – prosegue l’assessore – ma il fatto che in Toscana faccia affari non va sottovalutato, ma anzi ci vuole una reazione forte di tutte le istituzioni e della società toscana. Della mafia occorre parlare, ad alta voce, e va promossa la cultura ed educazione alla legalità, a cominciare dai ragazzi”. Un filo rosso che va indietro nel tempo, che inizia nel 1999 con l’approvazione della legge regionale per la promozione tra gli studenti e nella società civile dell’educazione alla legalità e lo sviluppo di una coscienza democratica e che passa dal coinvolgimento, nel 2017, della Scuola Normale di Pisa nella stesura di un rapporto sulle mafie e la corruzione (in Toscana) già giunto alla seconda edizione.

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