Pubblicato il: 11 ottobre 2019 alle 8:00 am

Tecnologia in Sanità: in Italia quasi sette apparecchi su dieci sono vecchi Il nostro Paese si colloca al primo posto, con il Portogallo, nella classifica delle nazioni con le apparecchiature elettromedicali più vecchie in assoluto

di Pierino Di Silverio.*

Roma, 11 Ottobre 2019 – La frase più bella non è ‘ti amo’, ma ‘è benigno’.  Cosi Woody Allen sintetizza la ricerca di salute del mondo odierno. E’ certo che il progresso tecnologico, negli ultimi decenni, ha avuto un’impennata determinante.

Un  lungo percorso che ha portato allo sviluppo dell’Health Technology assessment in Italia e che affonda le sue radici nel  piano sanitario nazionale del 2006/2008 in cui viene per la prima volta espresso a chiare lettere l’intento di implementare i processi e lo sviluppo di alta tecnologia in Sanità.

Da allora molto è cambiato fino a giungere alla legge 190/2014 con la quale viene istituita una Cabina di presso il MdS per definire le priorità di un programma nazionale di HTA che insieme alla legge 208/2015 Organizzazione della funzione HTA a livello regionale & integrazione del HTA nelle decisioni (LEA) hanno continuato in questa direzione.

Sono passati insomma ben 12 anni da quel momento e ancora la strada sembra lunga e tortuosa.

La apparecchiature attive complessivamente rilevate dal Flusso apparecchiature sanitarie al 14 novembre 2017 sono 5.940: presso le strutture pubbliche (3.479) e presso le strutture private (2.461).

Oggi la situazione dell’alta tecnologia in sanità non è rosea. Una Regione su due prevede una regolamentazione relativa all’attività di valutazione delle tecnologie sanitarie (HTA).

Nel biennio 2014-2015 sono stati prodotti 102 report Regionali di HTA, di cui il 44% dei casi relativo ai dispositivi medici e il 22% ai farmaci.

Sono i principali risultati dell’indagine conoscitiva diretta a rilevare lo “stato dell’arte” delle attività di Health Technology Assessment (HTA) nelle Regioni italiane condotta da Agenas, in collaborazione con la Sihta (Società Italiana di Health Technology Assessment), a distanza di circa 10 anni dal Piano Sanitario Nazionale 2006-2008 che indentificava come priorità per il nostro sistema sanitario l’implementazione dell’HTA, siamo ancora alle prese con l’elefantiaco sistema burocratico, gestionale ed amministrativo italiano.

Nel frattempo…

Diciannovemila tac, 5 mila risonanze, 4.200 mammografie. Calcolatrice alla mano, ogni giorno, in Italia, si eseguono più di 28 mila esami diagnostici. Ma in Italia… ’non tutto il mondo è paese’. Infatti Non tutti i dispositivi elettromedicali sono uguali, ce ne sono alcuni più all’avanguardia, altri fin troppo vecchi .

Il lavoro di assobiomedica aggiornato al 31 dicembre 2015 pone in evidenza dati interessanti. In tutto sono 50 mila le apparecchiature censite, divise in 18 diverse categorie. In 12 mesi, gli ecografi a disposizione dei pazienti sono aumentati di 2 mila unità. 500 strumentazioni in meno, invece se si considerano le apparecchiature di altra natura

In Italia, quasi sette apparecchi su dieci sono talmente vecchi da aver oltrepassato la soglia di adeguatezza. Il nostro Paese si colloca al primo posto, con il Portogallo, nella classifica delle nazioni con le apparecchiature elettromedicali più vecchie in assoluto.

Ma il dato più allarmante è costituito dal rapporto tra apparecchiature vecchie e nuove. Sette macchinari su 10 sono di tipo convenzionale e andrebbero sostituiti con apparecchiature digitali.

La situazione non migliora nemmeno nei reparti più delicati. Va ancora peggio sia in sala operatoria che in terapia intensiva: eppure entrando oggi in terapia intensiva si verrebbe connessi nel 50% dei casi ad un macchinario con più di 10 anni. E un decennio, se si parla di tecnologia medica, è un tempo lunghissimo.

Ma in che cosa si traducono questi dati per un cittadino che va in una struttura pubblica? “Che avrà solo il 25% di possibilità di avere una diagnosi fatta con un’apparecchiatura all’avanguardia”. Ecco, mentre ci si concentra sull’abbattimento delle liste d’attesa ponendo l’attenzione su elementi tanto aleatori, quanto non opportuni (vedi la libera professione), probabilmente si dovrebbe leggere con maggiore attenzione i report.

La contrazione delle strutture ospedaliere, voluta dal DM 70/2015, con conseguente riduzione di medici, ha sicuramente favorito il minore investimento in alta tecnologia.

Ma non è il solo male.

La riduzione del flusso di denaro in sanità (la spesa sanitaria italiana nel 2016 rappresentava l’8,9% del PIL, che ci colloca al dodicesimo posto su ventotto paesi dell’Unione Europea. Spendiamo il 68% in meno della Germania, il 47% in meno della Francia e il 19% in meno del Regno Unito. Inoltre, il 2016 segna una contrazione anche rispetto al 2015 quando si calcolava una spesa dell’8,99% del PILha comportato) ha comportato infatti minori investimenti in infrastrutture ed alta tecnologia, proprio nel momento in cui sull’HTA l’Europa investiva.

Per comprendere meglio il problema: è come se la sanità fosse una grande famiglia, con tanti figli (e già questo, vista la natalità italiana, è pura illusione) .

Bene, in questa famiglia italiana serve un macchina, ma vista la contrazione delle entrate  non è  possibile acquistarla.

Si viaggia quindi con macchina che ha 10 anni, con conseguente maggior inquinamento, maggior consumo, maggiori esigenze di manutenzione e soprattutto una macchina che non permette spostamenti di qualità, un a macchina che non è affidabile.

E’ questo che avviene nelle alte tecnologie.

Pensare che il 25% dei cittadini quando va a fare un esame diagnostico sia costretto ad essere studiato attraverso una macchina obsoleta di almeno 10 anni fa paura e non contribuisce di certo alla definizione di sistema sanitario di qualità. Naturalmente anche questo meccanismo risente della geografia.

Angiografo biplanare presso l’Azienda Ospedaliera per l’Emergenza Cannizzaro (Ct)

Le potenzialità dell’innovazione

I macchinari di ultima generazione sono più delicati, emanano meno radiazioni hanno una migliore qualità dell’immagine, fanno diagnosi più accurate e veloci, sono meno invasivi, permettono una gestione terapeutica accurata e personalizzata. E hanno minori costi di manutenzione, rendendo la spesa sanitaria totale più sostenibile. Spendo di meno spendo meglio. Questa dovrebbe risultare una dolce sinfonia per i governi del nostro paese.

Insomma, i motivi per prediligere l’innovazione sono più di uno. E i vicini di casa europei l’hanno già capito da tempo. Sempre secondo i dati di Assobiomedica l’Italia è penultima nella classifica europea tra le nazioni con gli angiografi più innovativi, ad esempio.

La recente proposta legislativa della Commissione europea sul rafforzamento della cooperazione nella valutazione delle tecnologie sanitarie da un lato e l’istituzione della Cabina di Regia ministeriale per l’HTA in Italia dall’altro, rappresentano un grande passo in avanti congiunto nell’ottica di garantire l’introduzione nei sistemi sanitari nazionali di nuove tecnologie che rispondano alle priorità di salute e ai reali bisogni dei cittadini mediante l’utilizzo di metodologie e procedure condivise validate scientificamente. Al fine di raggiungere tale obiettivo, è fondamentale il coinvolgimento delle aziende della filiera della salute, valorizzarne la ricerca industriale e gli investimenti sull’innovazione tecnologica.

E’ necessario che anche il nostro paese comprenda l’esigenza di investire in salute, non solo umana ma anche tecnologica al fine di poter essere in grado di assicurare cure uguali per tutti. L’efficienza di un sistema sanitario non può essere valutata ormai solo sulla competenza medica, ma necessita di valutazioni di più ampio raggio.

L’innovazione, la ricerca, hanno permesso negli anni di debellare patologie, curare malattie che apparivano incurabili, ridurre la mortalità.

Ogni singolo cittadino ha il diritto di poter usufruire dei progressi, perché a tali progressi ha contribuito e contribuisce economicamente, moralmente, eticamente e personalmente.

L’apolitica sembra aver smarrito quella dose di umanità che distingue i buoni dai cattivi, gli esseri umani dagli animali e dai robot… ma forse non è mai esistita questa umanità, forse solo oggi viene posta in evidenza da una crisi sociale che è ancor più grave e misconosciuta di quella economica. Una crisi di cui nessuno parla: la crisi di personalità di un mondo che non riconosce più gli uomini e le loro esigenze.

Soprattutto un mondo che ha perso la fiducia , nelle istituzioni, nella sanità, nella legge. Occorre davvero un cambio di passo deciso, morale ancor prima che politico. Il mondo va avanti, muta, si meccanicizza, impariamo a preservare e conservare quello che ci distingue ancora oggi dalle macchine: il fattore umano.

Ci avviamo verso una simbiosi cybernetica uomo-macchina che porterà a rendere sostituibile ogni forma di materia, ma non potrà mai essere sostituita la sensibilità, la coscienza dell’essere umano. Pensandoci, la coscienza ed il libero arbitrio è davvero un bene che resta immutabile… visti i risultati? Ai posteri l’ardua sentenza… sperando che non siano dei robot.

*Medico Chirurgo

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