Pubblicato il: 20 novembre 2019 alle 8:05 am

Cosa succede a Hong Kong La protesta degli studenti nel ricordo del massacro di Tien An Men

di Danilo Gervaso.

Hong Kong, 20 Novembre 2019 – Sono rimasti un centinaio – martedi 19 novembre – gli studenti all’interno del Politecnico di Hong Kong. L’assedio della polizia ha avuto effetto: gran parte dei ragazzi asserragliati nel campus ha deciso di uscire, convinti dalle dichiarazioni del governatore e dalla polizia.

In occidente sappiamo che nell’ex colonia britannica la protesta è in corso da diversi giorni, con feriti e arresti. Per l’occasione sono stati inviati nelle strade anche membri della ‘Xuefeng Special Operations Brigade’, un’unità speciale antiterrorismo, uno dei corpi più importanti in Cina, col compito, tra l’altro, di spargere gas lacrimogeni e sparare proiettili di gomma. Dall’altra parte, gli studenti rispondono con bottiglie molotov, mattoni e altri aggetti contundenti. L’università è diventata la roccaforte della protesta pro-democrazia.

La repubblica cinese rivendica la prerogativa di essere l’unica a detenere l’autorità per pronunciarsi su questioni costituzionali a Hong Kong e non tollererà il dissenso e c’è il timore crescente che Pechino possa inviare truppe per porre fine ai disordini, come accadde trent’anni fa.

E’ già accaduto nella storia cinese: sono passati 30 anni dalla strage di piazza Tien an men – 3 giugno 1989 – quando i carri armati dell’esercito cinese, per ordine del governo, arrivarono nella piazza centrale di Pechino e fecero fuoco indiscriminatamente su manifestanti che da giorni chiedevano alla Cina comunista riforme democratiche ed economiche. La foto simbolo della protesta, passata alla storia, fu quella di uno studente da solo e completamente disarmato davanti a una colonna di carri armati.

Era l’anno della caduta del Muro, e dei molti regimi comunisti rovesciati in Europa. Gli studenti provenienti da più di 40 università marciarono su piazza Tienanmen insieme a operai, intellettuali e funzionari pubblici. Deng Xiaoping, all’epoca capo della Commissione militare, uno dei maggiori leader del paese, diede ordine di fare fuoco. Il risultato fu un massacro il cui “bilancio ufficiale” riporta 319 vittime, ma che, secondo la Croce Rossa, le organizzazioni internazionali, i media stranieri e i testimoni furono molti, molti di più. A distanza di 30 anni non ci sono ancora dati universalmente riconosciuti sul numero delle vittime. Quella notte in piazza Tienanmen i cinesi manifestavano contro il governo cinese: volevano più libertà politiche e di stampa, e riforme economiche che mettessero fine alla corruzione migliorando lo stile di vita dei cittadini. Oggi in Cina il tragico evento non si può nemmeno commemorare, e addirittura il governo ha bloccato ogni contenuto mediatico che riportava la notizia.

Cosa chiedono ora gli studenti?

Hong Kong è una città-stato molto moderna, sempre attiva, eccitante e rumorosa, uno dei più grandi centri economici e finanziari di tutta l’Asia. Nella capitale la popolazione è a maggioranza cinese e si mescola agli ospiti stranieri che quotidianamente la affollano. Dopo un secolo e mezzo di amministrazione britannica, dal 1° luglio 1997 è diventata parte della Cina, anche se mantiene una notevole autonomia politica e amministrativa da Pechino. Questa dipendenza non garantisce libertà. I ragazzi di Hong Kong, come 30 anni fa, lottano per la democrazia e la libertà e per vedere finalmente crollare la dittatura politica che ancora esiste.

E’ da quest’estate che studenti e studentesse, universitari e delle scuole superiori, scendono in piazza, rischiando arresti e affrontando con coraggio lacrimogeni, spray al peperoncino e proiettili di gomma, per rivendicare i loro diritti.

Le proteste sono iniziate dopo l’annuncio di una nuova legge repressiva, l’Extradition Bill, che avrebbe permesso l’estradizione forzata in Cina. Ma i manifestanti vogliono che il governo non definisca più le loro proteste “sommosse”; chiedono indagini di polizia senza violenze, la liberazione incondizionata di tutte le persone arrestate durante e a seguito delle manifestazioni e una riforma che garantisca un suffragio universale autentico per l’elezione dei leader di Hong Kong – come stabilito dalla mini Costituzione della città.

In verità nessuno sa come finiranno queste proteste, e il ritiro della legge sull’estradizione compiuto dal governatore non è stato sufficiente: a Hong Kong sono ormai in tanti a volere un cambiamento e un governo che non minacci i diritti umani.

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