Pubblicato il: 22 novembre 2019 alle 8:00 am

Rinascimento italiano Il momento che sta vivendo l'Italia calcistica, ora, dopo il filotto di undici vittorie consecutive, non è un mero successo, bensì una splendida rifioritura di appartenenza, di gioia. Una rinascita profonda, simile a quella che investì il nostro paese tra il '400 e il '500

di Andrea D’Orta.

Roma, 22 Novembre 2019 – Con l’espressione “Rinascimento” si è soliti denotare la grande stagione artistica, letteraria e filosofica fiorita in Italia tra il XV e il XVI secolo. Secondo alcuni intellettuali dell’epoca, quel termine evidenziava una rinascita dopo gli anni bui del Medioevo. Definizione, quest’ultima, che non rende giustizia al prezioso patrimonio lasciatoci in dote dall’ Età di mezzo. Mancini, dal canto suo, ha ereditato dalla precedente gestione Ventura un pesante clima di sfiducia, post mancata qualificazione al Mondiale di Russia 2018.

Malgrado un terreno tutt’altro che fertile, dopo appena un anno e mezzo di guida tecnica, l’ex numero dieci doriano ha avuto il merito di unire tutti, indistintamente, sotto un’unica stella polare: dal ritrovato spirito d’unione del gruppo all’impronta di gioco, finalmente visibile, frizzante, entusiasmante; transitando per i diversi esordienti lanciati – molti dei quali talenti in erba – sino al rinvigorito tifo sugli spalti. Una rinascita (azzurra) a trecentosessanta gradi.

Il calcio e l’arte: un intreccio tricolore

Il Rinascimento raggiunse l’apice tra il 1490 e il 1530, grazie a tre geniali artisti: Leonardo, Michelangelo e Raffaello. Leonardo, in particolare, fu il primo a riprodurre fedelmente ogni particolare della realtà, conferendo alle figure, nei suoi dipinti, una vivacità e una vitalità senza precedenti.

Anche la Nazionale di calcio  ha il suo Leonardo, artista della difesa e fiero vice capitano, Bonucci: il fioretto è forse la sua qualità migliore, grazie al quale dipinge lanci millimetrici ed efficaci. Per delucidazioni, rivolgersi al belga Alderweireld – prima partita di Euro2016 – sorpreso da una lunga sventagliata, trasformata poi in rete da Giaccherini; o, più di recente, basti pensare all’intera retroguardia armena, colpita alle spalle da un filtrante di sessanta metri, infiocchettato e spedito in fondo al sacco da Barella.

A te, caro Leonardo, l’ardua sfida di tenere a bada i voli pindarici di un gruppo forte, ambizioso ma pur sempre giovanissimo.

“Da Vinci”, quindi, aveva ideato un modo unico di dipingere che trasmetteva ai suoi soggetti “moto e fiato”. Termini che ci conducono ad un altro “Leonardo nazionale”: Spinazzola. Il terzino, oggi alla Roma, è da un po’ che macina chilometri e prestazioni convincenti. Una rincorsa mozzafiato che gli garantirebbe – senza alcun dubbio – una casella nella lista dei ventitré convocati. Resta, purtroppo, l’incognita relativa alle sue frequenti noie fisiche.

A te, caro Leonardo (repetita iuvant), far correre in fretta questi pensieri negativi alla stessa velocità delle tue, consuete, sgroppate sulla fascia.

Nella stagione delle scoperte, però, oltre agli artisti figurano grandi progettisti, primo fra tutti Brunelleschi. Un soprannome che, l’attuale trequartista della Juve, Bernardeschi, si era guadagnato durante la sua esperienza nella città dell’Arno, a suon di gol e giocate da campione. Una rilevanza non da poco, quella attribuita dai tifosi all’ ex idolo della Fiesole. Brunelleschi, infatti, è stato l’ “inventore della grande macchina”, ribattezzato così da Michelangelo in seguito alla realizzazione della Cupola di Santa Maria del Fiore.

A te, caro Federico, la capacità di resettare una prima parte di stagione opaca, e presentarti agli Europei come il funambolo apprezzato nella magica sera del 12 marzo 2019 (Juve-Atletico 3-0, ritorno ottavi CL).

La speranza è che l’energia e i ricordi positivi di Firenze – culla del Rinascimento – si diffondano anche nel clima respirato a Coverciano, sede del settore tecnico FIGC. Il motivo per cui il capoluogo toscano viene considerato così centrale in quest’ondata artistica, culturale e filosofica, risiede in due figure di spicco: Cosimo e Lorenzo de’ Medici. Già, proprio Lorenzo il Magnifico, soprannome del napoletano Insigne.

Considerato da molti – prima del crollo verticale dei partenopei in campionato – l’italiano più forte, quello dal talento più nitido. Ora, siccome non ci si dimentica, improvvisamente, di fare determinate giocate, considerando anche il modulo scelto dal Ct jesino (4-3-3, l’abito che gli calza a pennello), non resta che lasciare il testimone al rettangolo verde.

A te, caro Lorenzo, il compito di riprendere a pennellare sul secondo palo o, semplicemente, di ripetere la qualità espressa sia nel triennio con Sarri, nel Napoli, che agli albori della carriera, con Zeman, nel Pescara.

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