Pubblicato il: 3 gennaio 2020 alle 9:00 am

Trionfo del Barocco in una serata di arte e musica Il 5 gennaio alle 19.30 a Pozzuoli, concerto nella chiesa di San Raffaele Arcangelo, definita incredibile scrigno rococò

di Gabriella Striani.

Napoli, 3 Gennaio 2020 – Si terrà il 5 gennaio un concerto barocco nella suggestiva chiesa di San Raffaele Arcangelo, a Pozzuoli, gioiello di architettura e arte barocca, definita “incredibile scrigno rococò”, riportata di recente agli antichi splendori da lavori di restauro; esempio di delicatezza e raffinatezza, di grande impatto cromatico con la sua decorazione marmorea, impreziosita anche da opere scultoree e pittoriche, tra le quali spiccano quelle di Giacinto Diano, artista puteolano.

Il violinista, Alberto Costagliola, sarà accompagnato dalla cembalista Giovanna Borghese che si esibirà anche al bellissimo organo settecentesco restaurato, unico esempio del genere a Pozzuoli, attribuito a Fabrizio Cimmino, della scuola organaria napoletana. Saranno eseguiti brani di Bach, Tartini,Telemann, Corelli, Frescobaldi, Haendel, Cimarosa, Albinoni.

Raro scrigno del Rococó napoletano

L’originalità della chiesa è data proprio dalla sua composizione architettonica: barocca ma progettata con regole classiche, e ingentilita dalle linee dello stile rococò più delicato e raffinato. Essa fu infatti concepita seguendo i cambiamenti artistici che si andavano affermando nel corso del Settecento. Cambiarono i materiali e i colori utilizzati, all’eccesso di oro e bronzo si sostituirono gli stucchi e i marmi. Sono proprio questi ultimi a rappresentare uno degli elementi di spicco che contribuiscono senz’altro a donare prestigio a questa chiesa, ma non solo: l’uso del colore, con toni che vanno dall’ocra al verde smeraldo, la pavimentazione originale, le pregiatissime tele di Rossi, Mozzillo e, soprattutto, di Giacinto Diano, artista puteolano, unitamente al San Raffaele arcangelo di Gennaro Vassallo, opera di altissima fattura realizzata nel 1757 e scolpita in un solo pezzo di legno, con inserti in vetro dipinto ad imitazione di pietre preziose.  A completamento di questa elegante struttura architettonica, sovrastano l’ingresso, la cantoria e l’organo. La cantoria  in legno intagliato e dorato fu opera di Cristofaro Pollio, e decorata in oro zecchino da Gennaro Ruggiero. L’organo è del Settecento ed è opera di Francesco Cimmino, organaro molto attivo a Napoli in quel periodo. Il perfetto equilibrio degli elementi strutturali e decorativi contribuisce a rendere la chiesa un unicum nel panorama architettonico puteolano. L’unica chiesa puteolana conservata nel suo stile originario, che lo storico dell’arte  e stimato soprintendente Raffaello Causa definì “raro scrigno del più raro rocaille (rococò) napoletano”. 

L’organo

L’Organo ha  avuto ed ha un ruolo di primo piano nella musica sacra e nella liturgia. E’ uno strumento musicale della famiglia degli aerofoni.

Viene suonato per mezzo di una o più tastiere dette manuali e, quando è presente, di una pedaliera (tastiera azionata con i piedi). Il suono viene emesso da un sistema di canne, metalliche o di legno, di grandezza e lunghezza variabili.
L’estensione di questo strumento è spesso notevole quanto la sua imponenza, dal momento che ne esistono alcuni capaci di superare le dieci ottave. Inoltre, l’organo, suonato con tecnica appropriata, è in grado di produrre una complessa sinfonia di suoni anche per merito dei diversi registri (o voci) associati ai manuali e alla pedaliera. La pedaliera nasce nel Rinascimento con la necessità da parte dell’organista, per accompagnare i canti polifonici, di suonare lunghe note basse.
La scuola italiana mostra una netta predilezione per la tastiera unica, divisa in bassi e soprani, le limpide sonorità prettamente italiane del principale e del ripieno, la limitata estensione della pedaliera, sovente senza registri propri e usata molto spesso solo nelle cadenze. Questo è un organo del Cimmino, come già indicato, appartenente ad una famosa famiglia di organari napoletani. I Cimmino, o Cimino (con una “emme”), originari di Giugliano, in provincia di Napoli, svolsero la loro attività organaria già dalla seconda metà del XVII secolo con il capostipite Felice e la proseguirono sino al secolo XIX. Gli artigiani partenopei hanno stilizzato, nel corso della storia dell’importante “scuola organaria napoletana”, questo modello di strumento che affiancava ad un concentrato numero di registri una cassa contenitrice ricca d’intagli dorati e decorazioni pittoriche. Questi strumenti in molti casi considerati vere e proprie architetture di interni ad alto impatto scenografico e dal raffinato design, erano destinati oltre che all’aerea Napoletana agli altri Stati Italiani preunitari  ed a vari paesi Europei come l’Austria.

La Spinetta

La spinetta appartiene alla famiglia degli strumenti a tastiera con corde pizzicate, assieme al clavicembalo e al virginale.

A differenza del clavicembalo, è di dimensioni contenute, cosa che ne permette un facile trasporto; per questo motivo, godette di una certa popolarità fino al XVIII secolo. La praticità ne permetteva l’uso in ambiente domestico.

Il primo esemplare di strumento musicale a pizzico con tastiera di cui si ha notizia fu costruito da un francese, Jehan Perrot, e donato nel 1360 da re Edoardo III d’Inghilterra al re Giovanni di Francia, suo prigioniero. Fonti francesi, inglesi e spagnole lo denominano con diverse grafie, eshequierchekker e exaquier, il cui significato rimanda a quello di “scacchiera” – la ragione di questo termine rimane ignota. Probabilmente i primi strumenti di questo tipo avevano la disposizione delle corde verticale e solo successivamente la disposizione cambiò ad orizzontale, in maniera da poter permettere l’utilizzo sulle gambe, su un tavolo o su un sostegno (le gambe vennero aggiunte allo strumento solo dopo il 1750). Lo strumento è costituito da una tavola armonica rettangolare; le corde  sono disposte sulla lunghezza dello strumento, perpendicolari ai tasti. La tastiera muove delle asticelle alle quali sono collegati i plettri, che pizzicano le corde. Il suono viene prodotto da un plettro di penna d’uccello, attaccato al salterello. Abbassando il tasto l’asticella scorre e il movimento solidale del plettro pizzica la corda. Rilasciando il tasto l’asticella ritorna nella posizione originale, il plettro non pizzica la corda al ritorno, ma ne smorza il suono grazie ad un pezzetto di feltro inserito nel salterello stesso.

Esistevano due principali modelli di spinetta:  fiamminga e italiana. Quella fiamminga era normalmente in abete, con la tastiera arretrata a sinistra o a destra, non al centro; i tasti solitamente in osso, raramente d’avorio e i semitoni d’ebano o semplicemente dipinti di nero. Quella italiana aveva una cassa pentagonale e la lunghezza variava circa tra 1,2 e 1,9 metri di lunghezza; il legno era di cipresso e le pareti estremamente sottili in maniera da vibrare assieme alle corde; la tastiera sporgeva a balcone; i tasti erano di bosso o avorio, i semitoni in bosso nero o ebano.  Le spinette venivano costruite in due misure, una standard da 8′ (8 piedi) una ridotta da 4′ (4 piedi, spinettino).

Il Violino barocco

Il violino barocco  presenta caratteristiche costruttive specifiche del periodo che va dalle origini dello strumento, nella seconda metà del XVI secolo, fino ai primi decenni del XIX. Un violino è composto di una cassa armonica, considerata la vera essenza dello strumento, in quanto ne determina in maniera fondamentale le qualità sonore, e di una serie di elementi considerati “accessori”, che possono essere modificati o sostituiti per adattare lo strumento alle esigenze dell’esecutore. Tra questi, ci sono il manico con i suoi accessori (tastiera, capotasto, ecc.), il ponticello, la cordiera, le corde; inoltre, all’interno della cassa, ci sono l’anima e la catena. La compatibilità di questi elementi influenza il rendimento sonoro dello strumento. Il loro complesso è chiamato “montatura”.  Prima di subire le successive modifiche che nel corso dei secoli lo hanno gradatamente portato alle caratteristiche odierne, il violino si presentava esternamente ed internamente in modo alquanto diverso.
Tutti gli spessori (della tavola armonica, del fondo, delle controfasce) sono più ridotti, e così pure la misura dell’anima e della catena. Il manico, in generale leggermente più corto, non era fissato ad incastro, ma semplicemente incollato al tassello superiore in modo perpendicolare (senza l’odierna inclinazione all’indietro che consente di ottenere maggiore tensione delle corde sul ponticello). Il ponticello era più leggero, più traforato, più basso. Il peso rispetto al violino moderno era di circa 1/3 in meno. La tastiera era alzata mediante un tassello cavo che formava cassa di risonanza nel manico. Le corde non sono in metallo, ma in budello animale, che offrono un suono più morbido e  caldo. Inoltre, l’archetto ha una forma  convessa, più corto  e leggero di quello moderno, con la punta in  giù.

Gli autori

Domenico Cimarosa 

Uno degli ultimi grandi rappresentanti della Scuola musicale napoletana. Fu una delle figure centrali dell’opera, in particolare di quella buffa, del tardo Settecento. Abile violinista, clavicembalista e organista, nonché un talentuoso cantante: i suoi compagni lo stimavano e lo ascoltavano con delizia mentre interpretava pezzi d’opera. Le Sonate per clavicembalo risultano delle vere delizie tanto per l’esecutore che per l’ascoltatore costituendo, ciascuna, dei piccoli mondi di genuina tempra partenopea, inclini al canto, ad uno stile galante più che della Mitteleuropa di tornitura mediterranea, aperti ai tipici giochi di contrasto, ritmico e chiaroscurale, quanto al semplice e piuttosto libero schema formale in un unico tempo bipartito.

F. Haendel

Nato nello stesso anno di Johann Sebastian Bach. Compositore tedesco, naturalizzato inglese, Häendel è considerato uno dei più grandi compositori dell’era barocca; la raccolta delle suites per clavicembalo  apre brillantemente il decennio 1720-1730 che, con le partite di Johann Sebastian Bach e i libri di Jean-Philippe Rameau e François Couperin, segna l’apogeo della musica clavicembalistica in Europa.

L’Aria con cinque variazioni, tratta dalla suite n. 5, meglio conosciuta come Il fabbro armonioso che ascolterete, conferma la fecondità dell’invenzione melodica, la semplicità maestosa, la vitalità, il vigore e l’energia ritmica straordinari rendono la musica di Haendel così memorabile da essere fonte di ispirazione per molti dopo di lui.

Giuseppe Tartini

Giuseppe Tartini, violinista e compositore veneziano, prima di comporre, aveva l’abitudine di leggere un sonetto del Petrarca, per la finezza del sentimento ben determinato da esprimere, poi, in musica. E’ così che nelle sue sonate, la più grande varietà è congiunta all’unità più perfetta; il violino di Tartini è armonioso, toccante, pieno di grazia.

Johann Sebastian Bach

Un gigante della musica barocca: compositore, organista, clavicembalista e maestro di cappella, Johann Sebastian Bach è considerato uno dei più grandi geni della storia della Musica; le sue composizioni, capolavori assoluti, notevoli per profondità intellettuale e padronanza dei mezzi tecnici, sono espressione pura di grande bellezza artistica di un linguaggio senza tempo.

Tomaso Giovanni Albinoni

L’Adagio  in sol minore, noto anche con la denominazione di “Adagio di Albinoni”, è una composizione realizzata e pubblicata in realtà nel 1958 dal musicologo  Remo  Giazotto, che dichiarò di aver “ricostruito” l’Adagio sulla base di una serie di  frammenti barocchi di Tomaso Giovanni Albinoni, ritrovati nella biblioteca di Stato di Dresda. Strumentato per archi e organo, la sua notorietà ha raggiunto un livello tale che oggi esistono varie trascrizioni e  interpretazioni per strumenti  e per voci.

Arcangelo Corelli

Lo stile di Corelli ebbe un’importanza vitale per lo sviluppo del linguaggio violinistico; nelle sue Sonate da chiesa, egli sfrutta a fondo le caratteristiche di brillantezza e cantabilità dello strumento.

Georg Philipp Telemann

Contemporaneo di Bach e Haendel, cui lo legava una profonda amicizia, Telemann era già molto famoso in vita e considerato uno dei maggiori musicisti tedeschi. La sua lunghissima parabola creativa (quasi settant’anni di attività) gli consentì di attraversare le diverse fasi musicali dal pieno Barocco allo stile galante, fino alle soglie del Classicismo, con una prodigiosa capacità di aggiornamento stilistico fino agli oltre 85 anni di vita.

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