Pubblicato il: 17 gennaio 2020 alle 8:00 am

Abbiamo toccato il fondo… Sanitario Una misura iniqua di un sistema iniquo. Un riparto che assegnerà il 70% dei fondi a sole 5 Regioni (del nord) mentre al tutto il sud toccherà solo il 12%

di Pierino Di Silverio.*

Roma, 17 Gennaio 2020 – Ha destato grande scalpore la notizia dell’abolizione del super ticket, misura che apparentemente aiuterà le classi meno abbienti, un primo segnale di avvicinamento delle cure al cittadino, come previsto dall’art.32 della nostra carta costituzionale.

Eppure ad una attenta analisi della misura sorge qualche perplessità.

Il criterio del fondo, circa 60 milioni di euro, per il 90% è basato sul numero di ricette specialistiche ambulatoriali. Il restante 10% viene suddiviso tra le regioni che, negli anni, hanno adottato misure per l’abolizione del super ticket.

Utilizzando questi criteri di riparto a 5 Regioni, quali Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana, vengono assegnate circa il 70% delle risorse del Fondo nazionale. Invece Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, tutte insieme, avrebbero a disposizione solo il 12,5% del Fondo.

Si passa dal 23% della Lombardia all’1,5% della Calabria, sino ad arrivare allo 0,3% del Molise, (rapporto 2019 Cittadinanza attiva). Ma per i più attenti conoscitori questo tipo di riparto non è nuovo.

L’origine della non corretta ripartizione dei fondi tra nord e sud Italia affonda infatti le proprie radici nella legge 68/2011, che introduce di fatto un federalismo sanitario apparente che si è invece rivelato essere una devolution incompleta parziale ed iniqua.

Sulla scorta di tale decreto infatti il 42% del totale delle risorse finanziarie per la sanità è assorbito dalle Regioni del Nord, il 20% dalle Regioni del Centro, il 23% da quelle del Sud, il 15% dalle Autonomie speciali.

Le disuguaglianze sono ancora più palesi se analizziamo la spesa pro-capite: nel 2017 lo Stato ha mediamente investito 1.888 euro per ogni suo cittadino.

Tutte le Regioni meridionali, tranne il Molise (2.101 euro pro capite), spendono meno della media nazionale. In particolare la Campania (1.729 euro), la Calabria (1.743), la Sicilia (1.784) e la Puglia (1.798); mentre la spesa pro capite più alta si registra nelle Province autonome di Bolzano (2.363 euro) e Trento (2.206), in Liguria (2.062), Valle d’Aosta (2.028), Emilia-Romagna (2.024), Lombardia (1.935), Veneto (1.896).

Eppure, nonostante tale suddivisione e l’individuazione di regioni ‘benchmark’ e regioni ‘canaglia’ i numeri parlano chiaro, e non sono scontati: la Toscana, ad esempio, il cui sistema sanitario viene elogiato e preso come esempio virtuoso, nel 2018 ha prodotto un passivo di 32 milioni circa; il Piemonte ha avuto un risultato negativo di 51,7 milioni; la Liguria ha coperto il disavanzo di 56,1 milioni con risorse iscritte nel bilancio 2019 per 60 milioni.

Tutto questo mentre al Sud, a parità di popolazione, continuano ad arrivare le briciole del fondo sanitario nazionale e, di conseguenza, le Regioni sono costrette a ridurre la spesa sanitaria pro-capite con il risultato finale che si sta abbassando sempre di più la qualità delle cure e con essa  l’aspettativa di vita in Campania, Puglia, Basilicata, Molise, Calabria e Sicili.

La speranza di vita media in buona salute alla nascita è pari, per il 2017, a 58,7 anni, ma al Nord è di 60,1 anni, al Centro di 59,7 e nel Mezzogiorno di 58,7. Il consuntivo della corte dei conti, evidenzia peraltro un peggioramento dei conti delle regioni, in ambito sanitario piano di rientro che non in piano di rientro.

Addirittura le regioni non sottoposte a piano di rientro hanno una performance peggiore, ma attenuata dal saldo della mobilità passiva.

Il peggioramento dei risultati è simile tra Regioni in Piano e non in Piano: le prime vedono crescere la perdita (prima delle coperture ulteriori) da 139,5 a 205 milioni. Le Regioni non in Piano vedono crescere il deficit complessivo dai circa 753 milioni dello scorso anno a poco più di 900 milioni.

Il peggioramento dei conti è da ricondurre, insomma, secondo il report della corte dei conti,  soprattutto alle Regioni a statuto ordinario del Nord, che passano da un avanzo di 38,1 milioni del 2017 a un disavanzo di circa 89 milioni (un andamento essenzialmente dovuto a Piemonte e Liguria che presentano nel complesso un disavanzo di oltre 104 milioni) e alla Toscana (in deficit prima delle coperture per circa 32 milioni).

Eppure si continua a perseverare nella logica di attribuzione di risorse da una parte basandosi su spesa storica (anche se ridotta al 30%)che evidentemente tende a penalizzare le regioni che sono sottoposte a piani di rientro stringendole in una morsa mortale, dall’altra continuando a considerare la mobilità sanitaria, piaga e risultato di politiche errate delle regioni meridionali solo nell’incrementare l’attivo delle regioni che di tale mobilità usufruiscono.

A completare il quadro catastrofico le ulitme richieste di autonomia differenziata, attraverso l’attuazione tout court dell’art. 116 ( che prevede la possibilità di gestire autonomamente alcuni capitoi di spesa) che rischia di amplificare le diseguaglianze di un servizio sanitario nazionale, oggi universalistico ed equo solo sulla carta.

In altre parole, senza un contestuale potenziamento delle capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni, senza un mutamento radicale della suddivisione delle risorse, senza prendere in considerazione lo stato sociale, l’effettiva possibilità di attingere alle cure dei cittadini del sud Italia, senza gli adeguati investimenti infrastrutturali, organizzativi e logistici, il regionalismo differenziato non potrà che legittimare normativamente il divario tra Nord e Sud, violando il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini.

La sanità è uguale per tutti, ma al momento in Italia è uguale per tutti coloro i quali possono permettersi di curarsi, o hanno la fortuna di esser nati in un luogo in cui le cure sono rese accessibili.

Che stato sociale è uno stato in cui la salute dipende dai natali?

La sfida del millennio è proprio questa, riuscire a riunire, ciò che la geografia divide, perché, in fondo, nonostante le diversità, nonostante le difficoltà, siamo tutti appartenenti ala stessa nazione, quella nazione che ha lottato per ottenere un uguaglianza sociale che stentiamo francamente  a riconoscere nelle politiche di governi tese maggiormente a far quadrare i conti che alla salvaguardia di salute.

La salute non è un bene negoziabile, la salute non è un costo ma un semplice puro diritto inalienabile, e utile al funzionamento di ogni società.

Ancor oggi, al di là della ricerca di maturità legislativa e politica, dovremmo preoccuparci della ricerca di una maturità sociale, per limitare, fino a quando è ancora possibile, lo scollamento tra lo stato e i cittadini, scollamento che produce una pericolosa deriva socio-economica.

Insomma, purtroppo, sembra quanto mai attuale ciò che Massimo d’Azeglio disse quasi due secoli or sono… fatta l’Italia occorre fare gli Italiani… Altro che prima gli italiani…

* Medico Chirurgo 

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